NonDiario Sanremese 2018 (con un anticipo imbarazzante)

Conversazione su WhatsApp di ieri, vigilia della prima serata, intorno alle 23:

  • Carissimo Matte, ci aspettiamo come sempre il tuo racconto di Sanremo da lontano?
  • Ad oggi non credo Fe
  • Che peccato però
  • Sono in mezzo a un po’ troppe cose

Come a dire: per questa volta non se ne fa nulla. Spiace più a me che a voi – non sono mica io il portento, è questo mio amico ad essere un adulatore, glielo dico spesso – ma è un periodo incasinato, non so se riesco a mettermici, neanche per una cosa al volo.

Ebbene, ho resistito due ore e mezza/tre. Nemmeno il tempo di farli cantare tutti alla prima tornata, mannaggia. Prevedibile come l’invasione di palco o lo sforamento sui clock in scaletta.

Funziona così, in sostanza. Anno domini 2013: Campuswave va al Festival, io no, ma resto in radio a commentare. 2014 e ‘15: con un gaudio che non si può dichiarare, stacco il biglietto per Sanremo, mi intrufolo in sala stampa con gli altri e mi metto a scrivere un resoconto giornaliero, in forma di diario. Siccome non ne ho mai tenuti in vita mia, di diario vero e proprio non si può parlare. Tutto il contrario, a ben vedere.

Da lì, non me lo sono più levato di dosso, questo Festival benedetto, che logora chi non ce l’ha. Nelle scorse due edizioni, ho proseguito con la tradizioncina con un elzeviro alla fine delle cinque serate. Quest’anno, la farsa di cui sopra, che quantomeno inibisce il pippotto conclusivo.

Ma le intenzioni erano sincere, lo assicuro.

Appunti sparsissimi, di quelli che “lo scrivo sul post-it e lo piazzo sulla scrivania, tanto c’è l’adesivo e resta dove lo lasci”. Già, l’importante è non demordere.

Ornella Vanoni è costantemente sulla luna: gran dama della nostra canzone, ma a me fa un sacco ridere. Rivedere Bungaro, poi, mi ha fatto salire il brividino lungo la schiena: “Guardastelle”, ragazzi! Sanremo 2004! Ora mi aspetto Simone Tomassini o Riccardo Maffoni, per dire.

Fabrizio Moro canta la stessa canzone da dieci anni, è curioso. Giuro, mi aspettavo un “Pensa!” a ogni verso.

Facchinetti e Fogli (The Fafos) cantano “Tu sei la mia vita” (chi se la ricorda?) ed è subito catechismo. Annalisa ha un pezzo difficile da dominare: è salita sull’ottovolante dopo l’hot dog ma non le è servito neppure un Maalox. Caccamo, invece, ha patito forte. Ma i parallelismi tra i dolori intestinali e il suo cognome non sono ammessi, grazie.

Enrico Ruggeri somiglia e si chiama quasi uguale a un mio ex prof all’università e questo un pelo mi destabilizza. Comunque, sembra abbia rapito i Radiohead e costretti a scrivergli il pezzo. Forte! Ancora: il gioco di parole non l’ho cercato.

Diodato e Roy Paci mi gustano e Max Gazzè, pur non al meglio (affaticamento muscolare, se ne saprà di più alla rifinitura di venerdì), gioca un altro campionato.

L’effetto complessivo è che la squadra assemblata non corrisponda ai gusti, alle prenotazioni, alle spese, ai concerti, ai dischi, alle playlist, agli iTunes, agli Spotify, alle novità cercate e apprezzate dal pubblico, che stia lì il gran cruccio festivalesco, in questa occasione più che in altre. Chissà le nuove proposte…

In tale ottica, i regaz dello Stato Sociale rappresentano un’incognita. Lo Stato SocialeX. Non ho capito se abbiano messo su una figata o una boiata storica. Tutto un po’ facilino, per carità, ma la signora che balla, a mio modo di vedere, racconta una bella storia e oscura il mito della scimmia di Gabbani. “2001: Odissea in Balera”.

Ciò che conta, e li differenzia dal pacchetto, è che riescano a cantare la contemporaneità. Banale, ma lei.

E qui casca l’asino. Teoria delle stringhe? Al massimo ci allacciamo le scarpe a Fiorello! Il Nobel per la fisica va agli autori del Festival, che hanno trionfato laddove fallirono, non so, Thomas Edison, Einstein, Sheldon Cooper (che non so se ci abbiano mai provato, a parte Sheldon: se vi vengono in mente altri e più pertinenti scienziati, contattateci). Si sono inventati la macchina del tempo, signore e signori!

Il Prima Festival è live from 1965, la “puntata” in sé non fa tanto meglio. Ok, va di moda il vintage, tirano un sacco i mobili anticati, lo shabby chic, i mercatini dell’usato, le camicie di flanella e spendere 40 cucuzze dal barbiere per farsi spuntare la ricrescita guanciale. Il drive della nostalgia, il discreto fascino del vetusto. Capisco tutto. Il pubblico di Rai 1 è vecchio, a quanto pare disposto a pagare 51 centesimi per ogni televoto via SMS (la pronuncia è “s-m-s”) e – formula magica per dimostrarne la pigrizia senza pari – “non va mai oltre il 9”. Però così è fin troppo, no?

I fantomatici social, ad esempio, vengono citati come un prodigio, un fenomeno mistico. “Anche sui social parlano di noi!” E tutti a darsi di gomito. Saranno i canali dal 51 al 60?

Il paradosso c’è e si vede. Noi studiamo la Comunicazione, la Scrittura, il Management dei Media, ci danniamo l’anima, per poi scoprire che il segreto è non cambiare nulla. Mai. Baudo alle ciance.

Come in Serie A, ormai giocano tutti col tridente. Quello del Napoli è più forte, lo dico subito.

In ogni caso, Favino ha la gran stoffa dell’attore, dell’attore vero. E, dato che sui palchi ci si possono fare un sacco di cose e su quello dell’Ariston, in fase di conduzione, quest’anno pare si reciti, è sorprendentemente l’annunciatore più a suo agio.

Baglioni è da mo’ che si fa (s)tirare, non è proprio una novità. Ma con tutte quelle luci lo sbrilluccichio è inevitabile e le infiltrazioni si evidenziano. Diventerà gran materia di discussione, su quei social misteriosi di cui si diceva. A un mese dalle elezioni, poi. “La plastica come emblema e sostanza del Novecento”: buono per una tesina di Sociologia.

La Hunziker deve avere un ritratto che invecchia al suo posto nascosto in soffitta. Il fiore contro la violenza sulle donne puntato su una zinna tracheale, però, sortisce uno strano effetto. Anche più effetti contemporaneamente. Per carità, ognuno è libero di mostrarsi come e quanto gli/le pare, ma per stridere, stride. Michelle, ma belle…

Vabbè, s’è fatta una certa – anche qui, nessuna battuta con Baglioni e con cosa farlo rimare. Le parole sono importanti, anche per questo Sanremo, ma quel che conta, oltre alle canzoni, sopra agli usi e i costumi (e i vestiti e le scarpe e i farfallini) è l’aria, l’aura della Sacra Kermesse.

Dovevo scriverlo, “kermesse”, è proprio un vizio che non mi so togliere.

Perdona le frasette al veleno, Sanremo, città che amo. Sai che non dico troppo sul serio, non affonderei il colpo neppure sotto minaccia. L’ho ammesso a più riprese: è il logorio della lontananza, il problema. Altri luoghi, altri suoni, altri Kolors.

Gli anni passati ero a Milano, distante 270 km. Da qualche mese faccio base a Torino, mi sono avvicinato. Ma sempre troppo poco, se apro la finestra e tendo l’orecchio al massimo sento gli spacciatori che contrattano sotto la neve. C’è della poesia, non lo nego, ma vuoi mettere con Barbarossa?

Parentesi: (

A ogni Festival, quando dicono “La bellezza della Liguria” e parte il filmato, mi sale un altro brivido, più che con Bungaro

Chiusa: )

Riparentesi: (

Ciao amici di Campusweiss, non mi stancherò mai di ripetere che vi invidio

Richiusa: )

La conclusione mi va d’improvvisarla.

Pace.

 

Matteo Faccio

Il calcio italiano stava meglio quando si stava peggio – Cronaca di un inesorabile declino

Le fotografie digitali non possono subìre i segni del tempo, non ingialliscono. Eppure, a guardarle bene, ognuno di noi riesce a percepire di quanto e come il tempo sia passato, facendoci ricordare di un periodo in cui si stava meglio, o peggio, dipende dai singoli casi. In questo caso, di quando si stava molto, ma molto meglio. Dal tetto del Mondo allo scantinato d’Europa in soli 11 anni: quella foto del 2006, a guardarla bene, sa di un tempo che chissà se mai ritornerà.

Per anni la nazionale, massima esponente del sistema calcio italico, è stata un castello di pietra costruito su delle fondamenta di sabbia. Inevitabile che prima o poi qualcosa succedesse. Chi si ferma solo a guardare le due partite con la Svezia, o l’intera gestione Ventura, totalmente fallimentare da dopo Madrid, forse non sa che sta guardando la punta di un Iceberg. Il fallimento del calcio italiano è cominciato diversi anni fa, se proprio troviamo una data, proviamo a fissarla nel 2010: la generazione dei campioni del mondo al capolinea dopo un mondiale da campioni uscenti concluso ai gironi. È vero, da lì in poi ci sono state le parentesi positive del 2012 e del 2016 agli europei (una finale persa e un quarto di finale raggiunto con una squadra mediocre ma con un cuore e un allenatore con le palle grandi così), ma negli ultimi anni è il serbatoio che rimpinguava la macchina azzurra ad essersi bucato sempre di più, fino alla rottura totale.

Ed è proprio lì che si trova la causa, la falla, il marcio. I settori giovanili hanno investito spesso, sì, ma poco sugli italiani. E quel poco di buono che producevano, puntualmente veniva bruciato quasi sul nascere di carriera, con un sacco di eterne promesse che i palcoscenici importanti li hanno visti solo in TV, e la nazionale solo in cartolina. Il calcio italiano è ormai in mano a procuratori e dirigenti che appena scorgono un mezzo talento pensano a incensarlo e a ricavarci la cifra migliore, senza tenere conto della qualità e senza ragionare sul lungo periodo. E in questo gioco di devozione al dio denaro, si sa, gli stranieri introdotti nel nostro calcio sono più facili da intortare: hanno meno pretese e portano maggiore profitto nelle tasche dei sapientoni calcistici di turno.

E allora ecco che, concentrandosi sempre più su chi arriva da fuori e non su chi abbiamo in casa (mi ricorda qualcosa… non mi pare succeda solo nel calcio…) la macchina azzurra non ha più benzina da mettere nel serbatoio, non ha più talenti e forze utili alla causa azzurra: ci si arrangia come si può, e la macchina, quando rimane senza benzina, si pianta lì.

Ripartire. È quello che invocano tutti all’indomani della seconda più grande disfatta del calcio italiano. E la macchina, per ripartire, ha bisogno di benzina, di nuova linfa. Intervenire là dove si può trovarla sarebbe la soluzione. Ma in questo “sistema” in cui a tanti, troppi, forse tutti “va bene così”, forse non ce n’è la volontà. Un dirigente serio, dopo l’eliminazione, avrebbe dovuto licenziare in tronco il tecnico. Il tecnico, dopo un’umiliazione del genere, avrebbe dovuto rassegnare le dimissioni. Ma dodici ore dopo siamo ancora lì a leggere “ne parliamo domani”. Questa frase dice tutto. La volontà di intervenire come si deve e ripartire da capo non c’è, o se c’è tarderà ad arrivare. E allora continueremo a guardare quella foto degli ultimi campioni del Mondo come un pallido ricordo, pensando che in questo triste declino, che non si sa se e quando avrà fine, il calcio italiano stava molto meglio in quel periodo che ormai definiamo tutti come “quando si stava peggio”.

Siete a un bivio: tenervi il vostro schifoso business o valorizzare e far tornare grande quel movimento, quel mondo, quella maglia, che a tanti italiani regala piccole grandi gioie nel quotidiano. A tutti quanti piacerebbe un colpo di scena come nei film con il lieto fine, ma viste le premesse, temo che il finale della storia ci sia già stato svelato.

-Brux-

Formula 1: nel glamour di Monaco, tra bellezze, errori (e orrori), le Ferrari riscrive la Storia. In primis la sua…

Sì, è stato detto e ridetto, ma il succo del discorso alla fine sta tutto lì: la Ferrari, a Monaco 2017, ha riscritto la storia.

La sua, e un pò anche quella della Formula 1. Quantomeno un paio di righe in una pagina importante a livello statistico. Perché se il successo nel Principato che ritorna 16 anni dopo Michael Schumacher (anche allora fu doppietta con Rubens Barrichello secondo, ed è già nostalgia), la prima doppietta dopo sette lunghi anni è qualcosa di ancora più importante. I famosi sette anni di sfiga per lo specchio rotto non c’entrano nulla, ma solo a fatto compiuto ci si rende conto che in casa rossa, un digiuno così lungo, non lo si vedeva dai tempi che hanno preceduto l’era di Kaiser Schumi.

La Ferrari lascia Montecarlo con tante più certezze rispetto ai dubbi con cui va via la Mercedes, battuta sì nella battaglia monegasca (tanti tifosi della rossa hanno solo conosciuto sabato l’esistenza di Stoffel Vandoorne, campione GP2 del 2015 che ha messo fine alla qualifica di Hamilton in Q2, e lì anche alle sue ambizioni per la domenica, anche se Lewis ha abortito talmente tanti giri lanciati prima del patatrac che un pò di mea culpa avrebbe da farlo) ma consapevole che certe caratteristiche che ritroveremo in tanti altri circuiti la mettono un gradino sotto la rossa: ma attenzione al bottone magico, basta azionarlo che oplà la paura sparisce.

Sta diventando una triste abitudine vedere lo sconsolato di turno sul podio di Monaco: dopo Hamilton e Ricciardo, privati dal successo negli ultimi 2 anni da mosse scellerate dei loro team, con Nico Rosberg che sentitamente ringrazia (e intervista i tre del podio a fine gara con una nonchalance da anchorman consumato). questa volta è toccato a Kimi: dopo nove anni di nuovo in pole, la prima metà gara gestita alla perfezione, lo richiamano al pit e Vettel gli offre il benservito con due giri spaventosi a sfiorare i guard rail come le guance di un’amante tanto desiderata. Lui accusa il colpo, quasi non reagisce, non riesce a riprendere il suo compagno, è secondo, deluso, forse anche un pò frastornato: nella sua non-espressività, quella di domenica nasconde nemmeno più di tanto una delusione tipica di chi “volevo, ma non ho potuto”. Inutile parlare di complotti o di favoritismi, la Ferrari ha agito nell’interesse della doppietta, e la differenza l’ha fatta Seb. Povero Kimi, speriamo che quel gradino lassù sia solo rimandato, se lo meriterebbe l’ultimo acuto, prima del probabile addio.

E per chiudere, spazio a chi questo GP a modo suo, lo ha reso speciale: a Sainz e al suo sesto posto stellare, un pò troppo nell’ombra e in attesa della Chiamata con la C maiuscola; a Perez, che forza la porta semi aperta da Kvyat alla Rascasse regalandoci l’unico vero mezzo sorpasso della giornata; a Button, che all’audio messaggio da “big likes” dell’americano-per-un-giorno Alonso (a proposito, Nando, se la Honda ti tradisce anche a Indy, io inizierei a preparare le carte per il divorzio…)  che lo aveva invitato a “portare a casa la macchina”, risponde infilandosi come un coltello al Portier e creando un sandwich con Wehrlein, la sua Sauber e le morbide barriere del circuito. E finiamo con Ericsson, e il suo psicodramma di andare a muro alla Santa Devota in regime di Safety Car per sdoppiarsi: occorrerà accendere un cero, alla Santa Devota, caro Markus, per sperare nel sedile anche il prossimo anno.

Saluti da chi la gara l’ha vista in TV a 20 km dal Loews.

Brux

La bella Verona di Campuswave Radio

Doverosamente, premetto che cominciare un pezzo che parli di Verona citando Romeo e Giulietta ha lo stesso grado di originalità dei commenti sulle stagioni che si allungano o sul fatto che se la Juventus vince 6 scudetti in fila è perché ha programmato i campionati meglio delle altre squadre. Tutto opinabile, tutto scontato. Ma tant’è.
Doverosamente, faccio notare come sia un suicidio letterario impostare il medesimo pezzo su Verona citando non soltanto Romeo e Giulietta (d’ora in poi R&G, mi si perdoni la lesa maestà), ma il suo incipit. Se non sai come iniziare, fai iniziare Shakespeare! Che tanto: 1 non sia mai che nessuno se ne accorga, e 2 scrivere non gli veniva tanto male, al Sommo Bardo Irraggiungibile (d’ora in poi SBI, che sembra un ufficio investigativo e invece non è). Ebbene.
La più grande storia d’amore mai narrata si apre con una frase del Coro, che si avvicina quatto quatto alla sua postazione e declama: “In questa bella Verona, due casate, di pari nobiltà, si scagliano, per antico rancore, in sempre nuove contese che macchiano di sangue veronese mani di veronesi”.


Già il fatto che la più sensazionale avventura romantica a memoria umana si svolga a Verona, mi sembra circostanza da non trascurare, nel descrivere la città. In più, se l’SBI dice che una cosa è bella, non è che se ne possa discutere più di tanto. “Sono il Maestro che ha nobilitato le sorti del teatro innalzandolo allo status di forma d’Arte, ho vergato versi immortali capaci di ridefinire i canoni stessi di bello scrivere, ho reinventato la lingua più diffusa della modernità, e quella città non è poi così male. In fede, WS”.
R&G è un’opera che mi stordisce anima e cuore ogni volta che ne incrocio le mosse, ma volendola leggere da una prospettiva turistica, nel suo attacco c’è tutta Verona. Bellezza, nobiltà, fascino e pure intrighi e pathos. Verona è elegantissima e visibilissima: una bomboniera, nonostante le dimensioni non così ridotte. Le città attraversate dai fiumi, fateci caso, sono tutte particolarmente signorili, hanno un non so che di raffinatezza in più. Verona non fa eccezione.
Il pistolotto sulle bellezze scaligere si sospende qui, ma chi desiderasse ulteriori indicazioni in tal senso, può fermarsi e studiarsi quanto fatto dal nostro Filippo:

Adesso veniamo al punto. C’eravamo io, Mercuzio e Benvolio…
Dal 18 al 21 maggio, quindi nello scorso fine settimana (allungato), l’elegantissima Verona di cui sopra ha ospitato il Festival delle Radio Universitarie, delle cui meraviglie abbiamo già detto tante altre volte. Siccome, però, ogni evento curato o seguito dalla radio non si riconoscerebbe senza il mio articoletto inconcludente e poco produttivo, mi sono sentito in dovere di marcare visita.

Chi, come il sottoscritto, di FRU comincia a segnarsene parecchi, sa quanto queste giornate possano essere speciali; direi quasi imprescindibili, tanto che pure chi ha concluso i suoi percorsi a Campuswave (più o meno definitivamente) non riesce a resistere alla tentazione, e parte.

Questa edizione ha presentato la nostra solita squadra numerosissima (17 persone, ho contato male?) e un bel mix tra veterani e novellini. I primi, di cui faccio orgogliosamente parte, sono come le querce: hanno tanti cerchi (alla testa, the day after) quanti sono stati i Festival ai quali si è presenziato. I secondi sono stati encomiabili: visibilmente un po’ spaesati, ma comunque stoicamente presenti con il corpo e lo spirito, e sempre integrati e coinvolti. Non tocca certo a me dirvelo ma lo faccio comunque: bel lavoro, ragazzi.

Un semplice, spontaneo, grande FRU che ci ha divertito e rilassato. Non sono serviti chissà quali equilibrismi organizzativi, a differenza di altre volte. Si è seguita la scaletta – con qualche variazione sul tema, peraltro indispensabile – e si è portato a casa il risultato. Con letizia e soddisfazione. Il resto, come detto, lo ha fatto la città di Montecchi e Capuleti.

“Beviamoci su che qualcosa qui non funziona
Siamo come i mona a Verona”
Tante belle cose,

Matteo Faccio

JoinMeApp: martedì 16 maggio in diretta al Campus!

I gruppi WhatsApp sono certamente utili e a volte diverti quando nascono per poter rimanere in contatto con i propri amici. Quante volte, invece, ci sentiamo il peso addosso di doverne creare uno per un certo evento – il torneo di calcetto, una cena o un bella gita –  sapendo che poi il gruppo perderà subito la sua vocazione per diventare un ricettacolo di foto raramente divertenti e discorsi senza senso. Oppure, quante volte vogliamo fare qualcosa e scopriamo solo dopo che un nostro amico avrebbe voluto fare quella stessa cosa con noi.

Finalmente è nata una nuova app che risolverà tutti questi problemi rendendoci molto più semplice organizzare gli eventi e che ci permetterà di godere della compagnia dei nostri amici nella vita reale.

 

L’idea dalla quale nasce JoinMeApp è molto semplice: permettere di vedere le proprie amicizie organizzandosi nel breve termine: “sto per andare a pranzo, lo rendo noto ai miei contatti; e trovo qualcuno che pranza con me”. Cosa che sarebbe complessa da fare con, ad esempio, WhatsApp (se non scrivendo a tutta la rubrica, vedendo se qualcuno è disponibile) o con altri strumenti già a disposizione sui nostri cellulari.

 

È ideale anche per trovare amici per aperitivo, dopo cena ma anche partite a calcetto, a pallavolo, prove musicali, e chi più ne ha più ne metta, perché tiene il conto di chi può, non può e chi è in forse.

JoinMeApp cerca quindi di rivalorizzare i rapporti fra le persone, sfruttando le numerose opportunità di socialità che abbiamo ogni giorno e che spesso non sfruttiamo; quante volte si incontra qualcuno dopo tanto; ci si dice “sentiamoci per un caffè” e poi nulla, magari ci farebbe piacere ma, se una persona non rientra nei tuoi contatti più vicini, è difficile ricordarsi di sentirla.

 

 

Per ogni attività che crei o alla quale partecipi ti verranno presentate anche le opportunità, magari da te sconosciute, che il territorio ti offre, che spesso sono alternative rispetto alle tue abitudini: prendo sempre l’aperitivo sempre nei soliti 3-4 bar, ma intorno a me ce ne sono decine che non ho mai provato perché forse non so neanche che esistono.

JoinMeApp è un’applicazione interessata al sociale: promuove gli eventi etici e sociali nel territorio (raccolta sangue, generi alimentari ecc.), per sensibilizzare gli utenti e spingerli a fare “buone azioni”.

 

 

Martedì 16 maggio, dalle 12 alle 14 saremo in diretta con i ragazzi di JoinMeApp dal palco davanti al bar e alla mensa del Campus!

Partecipa con noi e se scarichi l’applicazione ti offriamo l’aperitivo e un sacco di bellissimi gadget!

Se vuoi saperne di più visita la pagina Facebook di JoinMeApp.

Campuswave e JoinMeApp ti aspettano!

Come superare un esame all’Università? Te lo dice la scienza.

La sessione d’esame estiva è ormai alle porte e perché passare tutta l’estate sui libri quando si può imparare il giusto metodo di apprendimento?

Si è sempre pensato che a mandare in tilt la memoria fosse il grado di stress pre esame e la stanchezza delle notti insonni sui libri, ma ad oggi una ricerca scientifica mette in dubbio questa ipotesi e ritiene che l’insuccesso di un esame o il “black out” davanti al professore dipenda in realtà dal metodo di studio utilizzato durante la preparazione.

Un gruppo di ricercatori della Tufts University, negli Stati Uniti, ha chiesto a 120 studenti di memorizzare immagini e parole presenti su uno schermo per alcuni secondi. Dopo la presa visione i partecipanti dovevano scrivere una frase che contenesse tale parola od immagine per simulare l’atto di prendere appunti.
Nella tranche successiva metà di loro a potuto ristudiare la lista nello stesso modo in cui era stata presentata la prima volta, esattamente come siamo abituati a fare durante lo studio; l’altra metà invece si è dedicata a fare esercizi con lo scopo di richiamare alla memoria quante più parole possibili.

Dopo 24 ore la metà dei partecipanti di ogni singolo gruppo è stata sottoposta ad una prova di stress senza nessun preavviso, (risoluzione di problemi matematici e discorsi improvvisi davanti ad esaminatori e telecamere) durante la quale è stato chiesto loro di citare parole ed immagini della lista. L’altra metà invece non ha subito nessuna prova di stress.

Gli studenti che avevano fatto gli esercizi di richiamo alla memoria ed erano stati sottoposti alla prova di stress hanno ottenuto il punteggio più alto ricordando 11 parole, subito dopo si sono classificati chi si era sottoposto agli esercizi ma senza aver subito stress, successivamente i ragazzi che hanno potuto rileggere la lista e non sono stati sottoposti a stress e in ultimo i ragazzi sottoposti a stress che avevano riletto la lista di parole.

Dunque,studiare ripetendo e facendo esercizi per richiamare alla memoria quanto si sta cercando di apprendere non solo sembrerebbe dunque uno dei metodi di studio più efficaci al posto di leggere e rileggere, ma servirebbe anche a non “andare in palla” durante esami ed interrogazioni.

Ed ora niente più scuse per non riuscire a passare un esame.

In bocca al lupo!

 

News dal mondo degli Smartphone

Il nuovo Nokia 331o sbaraglia la concorrenza.

Nostalgia dei vecchi cellulare infrangibili che mantenevano la batteria per giorni interi?… da oggi non più!
Presentato al Mobile World Congress 2017 di Barcellona il Nokia 3310 di ultima generazione. Molto simile agli smartphone, con applicazioni limitate e prezzo decisamente irrisorio. Il design riprende quello del suo antenato, Snake torna ad essere icona caratterizzante del telefono e la batteria avrà di nuovo la stessa interminabile durata ma non mancano nuove caratteristiche che gli permettono di competere sul mercato attuale: display più grande e a colori, fotocamera e connessione ad internet che permettono di mantenere i contatti nei vari social network, memoria di 16 Gb espandibile a 32Gb, MP3 e tante nuove suonerie.

Unica pecca per i più giovani: non è possibile installare l’applicazione di WhatsApp e nessuna altra app dallo Store, alla fine resta un telefono base da 50 euro. Il nuovo Nokia sarà disponibile in due varianti, single SIM o dual SIM ed in quattro colori disponibili: Giallo, blu, grigio e rosso.

L’uscita in Italia è prevista nel secondo semestre del 2017 al competitivo prezzo di 49€.


Il telefono diventa educato e se può non ti disturba.

Posso disturbarti? Ti cercano!
In un futuro non molto lontano, il vostro smartphone potrebbe recapitarvi messaggi solamente nei momenti più opportuni, quando “pensa” che siate disposti a leggerli.

Un sistema di apprendimento automatico consente allo smartphone di inviare notifiche soltanto quando è certo – o quasi – di non interrompere attività importanti.
I ricercatori della Rutgers University hanno elaborato un’applicazione che grazie a un sistema di apprendimento automatico impara a posporre le notifiche fino all’ora e alla situazione più consona. Il sistema sfrutta le informazioni su attività, posizione e personalità dell’utente per predire la finestra di tempo migliore per la “consegna”.
Per quattro settimane un gruppo di volontari ha ricevuto notifiche pop-up dal sistema che chiedeva loro quanto fossero disposti a essere, o a non essere interrotti in quel momento della giornata. Queste risposte sono state confrontate con i dati su posizione e movimento e con i test di personalità dei soggetti per costruire un profilo che svelasse il momento in cui fosse più opportuno ricevere notifiche per ciascuno di noi.
Dopo 16 giorni la app riusciva ad azzeccare nel 75% dei casi la situazione migliore per interrompere i volontari.

Si è così potuti arrivare alla conclusione che, escluso le preferenze individuali, non gradiamo ricevere notifiche mentre stiamo facendo shopping, che le apprezziamo quando siamo di buon umore e che i tratti di personalità influenzano le nostre preferenze solamente per un 10%.

Primo viaggio su Marte. Andata senza ritorno.

Poter andare sul pianeta rosso sembrava una possibilità remota ed invece sono aperte le iscrizione per andare su Marte, 100 mila i volontari pronti a partire. Piccola controindicazione: non si potrà più fare ritorno a casa.

Il progetto, del tutto ambizioso, denominato “ Mars One” è stato ideato da un ingegnere e un fisico della Nasa entrambi olandesi e dall’Agenzia Spaziale Europea. I volontari, dopo aver pagato una tassa d’iscrizione hanno dovuto inviare un breve video di presentazione con la speranza di essere tra i 40 astronauti scelti, di questi  solo 16 saranno i fortunati che potranno vivere questa esperienza unica.

La prima missione vera e propria è prevista per il 2022 e partiranno a squadre di 4 persone, due uomini e due donne.

I due olandesi hanno reclutato uomini da ogni paese avanzato, incluso il nostro, e hanno messo in piedi una squadra di altissimo livello. Nel 2018 il progetto prevede, in prima battuta, di far orbitare intorno al pianeta Rosso una coppia composta da un uomo ed una donna in grado di “ispezionare” la zona per poi fargli fare ritorno a casa.

I prescelti, tra cui un dentista,un medico, un ingegnere e biologo, dovranno affrontare 8 lunghi anni di preparazione: verranno abituati a vivere in condizioni difficilissime, sottoposti ad allenamenti fisici e scientifici molto rigorosi, dovranno essere preparati ad affrontare ogni possibile difficoltà, che sia un guasto meccanico, un operazione chirurgica o la coltivazione di una pianta.

Gli astronauti avranno, quindi, l’arduo compito di creare una “Nuova Terra” con le poche risorse che fornirà il pianeta stesso e con i pochi aiuti inviati dalla Terra.

Non c’è che dire, il progetto è sicuramente molto ambizioso ed avventuroso, i partecipanti passeranno alla storia peccato però che dovranno rassegnarsi all’idea di non poter far più ritorno a casa, di non poter raccontare la loro esperienze e ne di poter riabbracciare più i loro cari.

E’ una Formula 1 viva più che mai. Pochi sorpassi ma stupendi, pochi crash ma determinanti. Speriamo non troppo….

Una doverosa premessa: chi trova ancora questa Formula 1 noiosa ai livelli degli ultimi 2-3 anni, può tranquillamente prendere il primo razzo per la Luna e farci sapere quanto è divertente il mondo delle corse lassù. Chissà, magari scopriamo qualcosa di veramente spaziale!!!

Sarcasmo a parte,  i momenti di piattume ci sono, ma sono dei brevi break all’interno di un evento dove finalmente torna a regnare l’incertezza, in cui l’errore umano torna di nuovo un fattore determinante, da tenere incollati allo schermo in attesa del prossimo crash.

Ne sa qualcosa purtroppo il buon Antonio Giovinazzi, che si fa prendere dalla voglia di sbranare il suo compagno di squadra e finisce per essere sbranato lui, due volte, dal rettilineo principale di Shangai. La sua botta caratterizza, in parte, la strategia Ferrari e soprattutto di Vettel, che si sarebbe risparmiato volentieri un transito in più in corsia box sotto safety car, e magari senza quello avrebbe potuto attaccare di più Hamilton. Con i sè e con i ma non si va da nessuna parte, inutile rimuginare, anche perchè sono troppi. E se Kimi avesse lasciato strada prima a Seb, visto che la sua macchina sembrava avere più problemi dell’Insetto Scoppiettante di Wacky Races? Non sapremo mai come sarebbe andata a finire.

Hamilton vince, la Ferrari resta lì a tenere vivo un duello che ci accompagnerà fino a novembre, speriamo che Giovinazzi abbia un’altra chance e che l’esperienza insegni qualcosa. E poi, preghiera personale ma credo condivisa anche dal mitico Roby di “Bar Sport”, date una macchina decente ad Alonso: vederlo così fa male, a tutti. Pure a chi lo ha ridotto così. Ma chi è causa del suo mal, pianga sè stesso (ma date le origini, non faccia harakiri, sennò sarebbe una carneficina).

-Brux-

IanNight – Il primo varietà notturno

A Campuswave Radio ci sono stati molti programmi di varia natura e genere ma in sette anni non c’è mai stato un varietà notturno. Dopo varie notti brave in compagnia di tutta la redazione, l’ammiraglio Iannaccone ha pensato di creare un format adatto alla programmazione della seconda serata, il nome sarà IanNight e andrà in onda per quattro giovedì dal 06 al 27 aprile dalle 23 alle 24, in replica in venerdì alle 8 e nel fine settimana alle 24.

Il programma sarà formato da sei esilaranti rubriche: Pazzesco, Quarky, Son finite le mignotte, Top Gear CW, Avanti Campuswave! e a completamento della cerchia Fuorum.

Gli argomenti saranno i più vari, trattati tutti dal nostro mattatore ammiraglio.