Festival della Comunicazione 2018 – E la chiamano pausa pranzo

Ultimo giorno. Fa strano.

Sospetto di essere mezzo influenzato. Le ragazze della spedizione mi allungano una pasticca e spiegano come funziona la tachipirina 500 ad azione immediata. L’inevitabile ironia su Calcutta e le sue prescrizioni fai da te mi annichilisce, rischio di andare al tappeto. No, non mi avrete (ma chi?). Parto lo stesso per il solito slalom gigante tra le conferenze. Stoico.

Colazioni. Sarò breve, per forza di cose. Sofia Bignamini, psicoterapeuta e autrice de I mutanti, si/ci/vi interroga su sguardi e prospettive dei preadolescenti dei giorni correnti, tra usi e abusi del digitale e autogestione di un tempo che si fa più fatica a definire. Keywords: narcisismo, terra di mezzo, famiglia. Cambio. Silvano Fuso, chimico, fa le pulci ai premi Nobel, nati per uno scrupolo morale, dopo certi attacchi all’omonimo Alfred in seguito alla sua invenzione più celebre e redditizia: la dinamite. Un titoletto sciué sciué? Anche i geni sbagliano.

Cambio location. Promenade, molo. Rassegna stampa dei quotidiani. Il paracetamolo comincia a salire in superficie. Mi sento come fossi dignitosamente brillo, e temo di sembrarlo anche agli occhi di un osservatore esterno. Guarda in basso, conserva le energie. Vai avanti, soldato.

Plauso ad Aldo Cazzullo, uomo ovunque. Fa la rassegna con Annalisa Bruchi, in sostituzione di Freccero, che all’ultimo ha dovuto dare forfait. Gli suonano in testa le campane della domenica, lo interrompono, come è successo ieri coi fuochi di Recco e lo spettacolo di Catalano&Dente. Cazzullo non si scompone, cita Don Camillo e Peppone e con un’acrobazia riesce pure a farsi promozione: “Succedeva anche appena dopo la guerra, quando i comunisti facevano i comizi in piazza e i preti gli rispondevano a modo loro: lo racconto nel mio ultimo libro!”. Poi passa in Terrazza della Comunicazione per la presentazione vera e propria di Giuro che non avrò più fame. L’Italia della Ricostruzione. Professionisti…

Vado da Andrea Vitali per le sue Visioni di lago. Di Como. Sono in ritardo – ma dai! – e non ricordo dove si tenga l’intervento. Sarà la febbre, l’influenza, la peste. Mi basta seguire il suono delle risate, però.

Vitali ha fatto per venticinque anni il medico di base, “di quelli con la lingua per parlare e le orecchie per ascoltare, senza troppa tecnologia, ancora”. Racconta le storie vere dei suoi personalissimi visionari: parenti e pazienti, gente comune capace di guizzi straordinari. Come la signora Fiorella, che chiedeva raccomandazioni al dottore prima di partire per “una crociata nel Mediterraneo”. O la zia Eufrasia, che aveva ospiti e s’era messa in testa di fare gli gnocchi. La farina scarseggiava, così ne ha aggiunta un po’ “di quella scura”. Peccato fossero le ceneri di un altro zio, Esilio.

Evviva la bella, sana, spassosissima provincia italiana, la stessa delle scampanate di Cazzullo.

Il pubblico è in visibilio. Quando a Vitali fanno cenno che mancano cinque minuti, si alza uno di quei “Nooo” che vengono dal cuore.

Dopo, comunque, tocca a Oscar Farinetti. Non ci si può granché lamentare. Mr. Eataly, con la consueta energia contagiosa, parla di imperfezione umana: altro che precisini, onestissimi, inattaccabili. Tonino Guerra gli ha fatto da mentore, in piazza dei Miracoli, prima di girare uno spot pubblicitario: “Mi ha detto che la torre di Pisa è così celebre, così bella, proprio perché non è perfetta”.

Presenta il suo ultimo libro, Quasi, raccolta di poesie. Farinetti è “quasi” un sacco di cose: marito, padre, nonno (i nipotini lo vedono talmente di rado da averlo ribattezzato “Il marito della nonna”), imprenditore. E pure scrittore.

“Vorrei saper scrivere come Baricco, giuro, ma non ci riuscirò mai. Però i miei libri vendono, piacciono. E dire che ho tanti amici nel settore. Le risate che mi faccio, quando li incontro. Tu sei un droghiere, cazzo scrivi? Stavolta, per farli incazzare ancora di più, mi son messo addirittura a scrivere poesie!

I giornali che non mi amano diranno che sono come Bondi. Ve le ricordate, le poesie di Sandro Bondi? Solo che lui scriveva sempre A Silvio, mentre io A Matteo non l’ho scritta mai”.

Ulteriori spunti di riflessione. Sfiducia ed egoismo sono i peggiori dei mali. La ricchezza del Paese più bello del mondo – che ha una liquidità depositata che vale il doppio del debito pubblico, a sentir lui, sempre attento a dati e statistiche – risiede nelle piccole cose.

Dopodiché, Mario Peccerini, attore scafato ed esperto, di Camogli, che ha fatto il marinaio per diciotto anni prima di dedicarsi finalmente alla passione della sua vita, dà il via al reading, declamando una bella sfilza di versi. Gli fa eco Farinetti: “Ora potreste pure non comprare il libro!”.

Consiglio spassionato. Andate a vedere il video che dedicheremo allo spettacolo e aspettate il passaggio sui due orgasmi (ora sì che ho la vostra attenzione). Non anticipo nulla: prendete nota e godetevela.

Da un’altra parte ci sono Willwoosh e Sofia Viscardi: l’età media dell’audience crolla verticalmente. Io passo solo di sfuggita. Ci vanno gli altri e li braccano per l’intervista.

Riesco a sentire Travaglio, anche se per una manciata di minuti appena. Bignami in tre mosse: la disintermediazione come nuovo paradigma; la comunicazione ha cannibalizzato l’informazione; gli amministratori di un tempo oggi sono diventati comunicatori. Non c’è di che.

Ci concediamo una specie di lunch break. Focaccia. Certo che a Camogli si mangia da dio.

Ora posso anche rincarare la dose di tachipirina 500. Sapete che se ne prendo due diventa 1000?

Festival della Comunicazione 2018 – L’amore è quell’intertempo

Strane faccende, i pomeriggi. Il mattino avrà pure l’oro in bocca, ma si vede che era pesante da digerire.

Abbiamo la netta sensazione che il tempo rallenti. Chi siamo, dove andiamo? Quando siamo entrati in questa palestra? È mai esistito un mondo prima e fuori di qui?

Note liete. Il pesto del pastificio Fiorella è uno dei migliori che abbia assaggiato. Occhio: se un genovese si sbilancia a ‘sto modo, c’è da credergli. E dire che per chi viene dalla big city, un pesto prodotto al di là di Nervi/Voltri equivale a una salsetta al basilico (non-di-Prà) senza né arte né parte. Sono ancora sotto shock. Chapeau.

Note dolenti. Fa sempre caldissimo e il mare è una tavola. So di averlo ripetuto fin da giovedì e chiedo venia per l’insistenza. Giuro che lunedì torno qui e corro in spiaggia. Per sfregio.

Sondaggione popolare: è, questo di sabato, il sole più cocente della settimana? Plebiscito per il sì.

Storici locali – qui riunitisi per il meeting con Aranzulla, quando chiunque li pensava da Piero Angela – concordano: è il settembre più caldo degli ultimi secoli di Camogli, dai tempi della sorprendente siccità del 1798, quando, con i nuovi ordinamenti francesi, la cittadina fu elevata al titolo di capoluogo del secondo cantone della Giurisdizione della Frutta. Frutta che, di conseguenza, nel giro di poco marcì.

[Postilla per chi non ama il sarcasmo e/o per eventuali storici locali, realmente esistenti, collegati al sito di Campuswave. È tutto inventato, sia chiaro.]

Il Festival tira avanti di gran carriera e ci consoliamo con le ospitate. Scherzi a parte, esserci è una goduria. Tridente pomeridiano da Champions League: Gad Lerner sulla sinistra (e dove altro), Gabriele Muccino sul versante opposto, Piero Angela centravanti di sfondamento, alla maniera di un tempo. Li abbiamo filmati, li stiamo filmando e li filmeremo. Avvicinati, intervistati e importunati. Pacchetto completo. Tutto in onda tra poco, il tempo di sferruzzare i contributi.

La serata non è da meno. Alessandro D’Avenia al Teatro Sociale con Ogni storia è una storia d’amore. A partire dal mito – straziante, ossessivo, ineguagliabile – di Orfeo e Euridice, si alternano sublimi passaggi di letteratura a raccontare storie di grandi donne che hanno tentato di amare altrettanto grandi artisti, con esiti che vanno dal tragico al comico, dall’epico al lirico, dal cinematografico al fiabesco.

Declamano i ragazzi, per ferma volontà dell’autore. Alcuni sono del campus. Siamo tutti con voi, compari.

Per chi invece ama stare all’aperto, il reading Balle spaziali di Marco Travaglio: di come la politica e l’informazione al servizio del potere pontifichino e s’approfittino delle tanto gettonate fake news sorte sul Web.

Alla stessa ora ma in un’altra piazza, Guido Catalano & Dente col loro Contemporaneamente insieme. Manco a farlo apposta. Si parla ancora d’amore, ma oltre non ci spingiamo: cantautori e poeti sono imprevedibili per definizione, tocca sedersi e lasciarli fare.

Mi tornano in mente le gelatine di Harry Potter: ce n’è per tutti i gusti più uno. Ai presenti l’arduo compito di scegliere dove imbucarsi.

Pace.

Festival della Comunicazione 2018 – Parole del giorno

Premetto: la parola del giorno – pardon, mattino – è “divulgazione”.

Ora che mi sono tolto il pensiero, posso prenderla alla lontana. Lontanissima.

Uno dei bracci minori della Via Lattea, il Braccio di Orione, contiene il sistema solare. Un luogo ospitale: diametro di 135 unità astronomiche, ben esposto, illuminato per buona parte della giornata e dotato di tutti i confort. Una colossale cabina abbronzante. Al centro del sistema solare – chi se lo aspetterebbe mai – è piazzato il Sole, stella madre e centro di gravità permanente. Ma immaginarselo semplicemente “al centro” è forse riduttivo, dato che la massa del Sole rappresenta in solitaria il 99,8% di quella dell’intero sistema.

Piergiorgio Odifreddi, non ce ne vogliano gli altri conferenzieri, è il Sole della mattinata del Festival. Che è, naturalmente, soleggiata per davvero, a conferma della gran imbeccata metereologica degli organizzatori in fase di selezione del periodo.

Tutto gira attorno a lui, e tra una tirata sulle droghe (no word puns, pls) e una dichiarazione d’amore per l’anticlericalismo, saliamo sull’ottovolante della divulgazione della scienza matematica. Di per sé, non una gran figata.

I numeri si sono fatti una cattiva reputazione. Magari è tutta colpa di una brutta compagnia. Sembrano guardarci da lontano, con distacco e sufficienza (strapparla, in matematica…), ma sono parte integrante del nostro vissuto. Una forma d’ordine, e forse d’arte, fondamentale.

Il punto è questo. Con Odifreddi l’andazzo cambia. Riesce a mettere della poesia in una materia poco accattivante e apparentemente senz’anima.

Insomma: Odifreddi fa delle odi fredde. Però avevamo detto niente word puns, per la miseria!

Voltate pagina. Fatto.

Da un annetto vivo a Torino. Sulle inflessioni dei torinesi, credo, si potrebbe discutere per ore. Hanno un accento tagliente, ma tagliente in modo inaspettato. Non ti sconvolge, sulle prime, non sembra poterti toccare, ma alla fine ti ritrovi grondante sangue. Sono dei killer sentimentali, come quello di Sepulveda.

Alessandro Barbero è la personificazione del torinese docg. Il cognome sembra un refuso del loro vino più famoso, e pure il suo accento è degno di certificazione geografica. Lo userei a esempio, se mi chiedessero com’è che parlano gli antonelliani. Cosa di cui non mi stupirei, dopo l’intro che ho tirato giù.

Dà idea di essere un uomo splendido, un bell’essere umano. Lo incrociamo in passeggiata, intento a fare lezione ai bambini, in uno dei laboratori organizzati a corollario del Festival. È paziente e divertito, mentre accompagna Carlo Magno sul lungomare.

Per la cronaca, Barbero verrà insignito del Premio Comunicazione, domani, appena prima che il sipario cali sulla quattro giorni di kermesse. Non è un mio inciampo non autorizzato, eh. Nessuno spoiler, era tutto dichiarato. Lo potete leggere persino sul bignamino del programma, consegnato a tutti i visitatori.

Per rendere l’idea di quel che fa, e di come lo fa, riporto la motivazione in calce all’annuncio:

“Con la sua travolgente dialettica e la sua coinvolgente presenza scenica, ci guida alla riconquista della nostra memoria storica, offrendoci sempre una chiave di interpretazione originale, inconsueta e mai scontata nell’esplorazione del nostro passato e nell’interpretazione del nostro presente”.

Ecco. È esattamente lo stesso coi bimbi in passeggiata.

Mica per nulla la parola del giorno – pardon, mattino – è “divulgazione”. Quella del pomeriggio la scopriremo tra poco.

Festival della Comunicazione 2018 – Per interposta persona

Avete presente i finestroni delle palestre scolastiche? Enormi, impossibili da spalancare, non granché puliti? Ok. Quando ci passa di mezzo il sole è un disastro: dentro l’aria si surriscalda a livello serra, potreste coltivarci le zucchine.

A Camogli, quando al mattino piove col sole, al pomeriggio non piove più. A Camogli, la press area è interamente ubicata nella palestra della scuola elementare. Uguale: siamo al caldo, un caldo torrido. Vi avevamo fatto presente, ieri, che qui nel Golfo settembre si crede agosto. E se la prima reazione è stata “Che bellezza”, la seconda non può che essere “Mannaggia a lui”.

Oggi pomeriggio, la firma di questi articoletti – vergogna svelata: sono Matteo Faccio – è stata segregata in palestra a scrivere i medesimi et similia, spalla a spalla con gli addetti al montaggio video. Le informazioni seguenti, dunque, arrivano dai colleghi appena tornati dal tour delle conferenze.

Potrei fare come i romanzieri nei ringraziamenti e dire che eventuali meriti vanno riconosciuti ai collaboratori, mentre per gli errori la colpa è solo mia. Già, potrei.

Gli incontri sono di nuovo tanti, tantissimi, quasi troppi. È forte il rischio sovrapposizione, ma lo affrontiamo a testa alta. Leitmotiv del pomeriggio: i valori dell’educazione e del buon senso, della pacatezza, della consapevolezza.

Marco Massarotto inquadra i leader digitali: i politici nazionali e internazionali sui social network. Gli amministratori di oggi comunicano in prima battuta: lo fanno addirittura più dei quotidiani, dati alla mano, e forse di questi non hanno più né bisogno né alcun timore reverenziale.

Passano per le terrazze Sergio Solero, President and CEO di BMW Italia, e Mario Calabresi, direttore di Repubblica, che svaria da temi frivoli (le recentissime polemiche tra Selvaggia Lucarelli e alcune fan dei Ferragnez) a ricordi intimi e dolorosi, col processo per l’assassinio di suo padre. Ancora in termini di giustezza dei toni e confronto civile.

Pif intavola una bella chiacchierata con Devid Parenzo e Silvia Truzzi, a presentazione della fatica letteraria di quest’ultima, Fai piano quando torni. Poi si cambia registro, sempre col sorriso, e ci si butta sulla politica.

Rivelazioni scomode dell’ex Testimone. Teme di potersi trovare, una sera qualunque, a cenare allo stesso tavolo di Silvio Berlusconi: potrebbe stargli troppo simpatico, il Cavaliere. Non gli è dispiaciuta – umanamente parlando – neppure Giorgia Meloni, durante le riprese de Il candidato va alle elezioni. E pensare che ha un compagno di sinistra (dunque compagno a tutti gli effetti).

Proprio per saggiare la tenuta delle coppie bipartisan, c’è spazio per il giretto tra il pubblico e qualche intervista. Alla sua maniera, insomma.

Prima di cena Pardo & Cazzullo, il Gatto e la Volpe, presentano Lo stretto necessario, romanzo d’esordio del primo. “La cosa migliore che abbia fatto in carriera”, ci ha confidato. In serata in cartellone Serra (Michele, non quella dove potreste coltivare le zucchine) e De Carlo, che con buon diritto parlerà di “scrittori in ostaggio”. Esattamente come mi sento adesso. In ostaggio, eh, mica scrittore.

Tante belle cose.

Festival della Comunicazione 2018 – Quarantacinquesimo Minuto

Telegramma dal fronte. Intervallo del secondo giorno. Paghiamo la fortuna di ieri, col clima. Piove col sole. Umidità. Andiamo a mille, di conseguenza cominciamo a sentirci spossati – versione politically correct di “non mi rivolgere la parola finché non ho mangiato”.

La mattinata è congestionata. Due sono le alternative: discendere da un qualche semidio e trovarsi in dote, nel corredo genetico, il sacro dono dell’ubiquità; oppure scapicollarsi senza soluzione di continuità da una location all’altra – piazze, terrazze, bar e porticcioli. Optiamo per la seconda.

Umberto Eco amava le liste e noi ci adeguiamo. Elenco degli incontri seguiti da Campuswave.

Al mattino leggono le poesie al bar. Ah, questi intellettuali. Sergio Claudio Perroni parla di scrittura “in modalità bambina”, come a guardare il mondo dal basso, con lo sguardo teso al cielo. L’età non è altro che un contrattempo: “Quando si tratta dell’esistenza, le generazioni esplodono”. In sottofondo, tintinnano le tazzine.

Alberto Girani – confortante accento di queste parti – ricorda agli avventori quanto sia unico il panorama di Portofino, se mai ce ne fosse bisogno. Aria di derby, di concorso di bellezza levantino. Invettiva su quanto c’è di meraviglioso, ma specialmente di poco encomiabile, attorno a questo nostro mare. L’Ilva, i sorprendenti ruderi del Golfo Paradiso. “Un panorama di degrado”, tra tante meraviglie.

Le colazioni sono terminate, si passa in Terrazza per la guerra mondiale di Salvini, a cura di Furio Colombo, che attacca con l’incipit della sua ultima raccolta di scritti, Clandestino: “Tutto quello che vi hanno raccontato sul traffico in mare, di soldi, barche, navi, soccorso, vita e malavita dei migranti, non è vero: in nessun tempo, in nessun punto. Conservate questa nota e verificate quando qualcuno presenterà le prove”. È un fiume in piena, il pubblico si accende. Attualità a tutto spiano, dalle sparate di Di Maio (“Dice che l’unico modo per non morire in mare è non emigrare: se così fosse, metà del mondo per come lo conosciamo non esisterebbe”), alle fake news (“Non sono notizie false ma realtà inventate”), passando dal paradosso dei clandestini e la morbosità ai limiti dell’incostituzionale di Prima gli italiani.

Passiamo dalle piattaforme digitali di Salvatore Aranzulla alla rassegna stampa dei giornali, con Pierangelo Buttafuoco e Aldo Cazzullo, che sa tenere in mano un quotidiano come pochissimi, in senso letterale e allargato. Si va da un estremo all’altro: la Comunicazione, ormai lo sappiamo, è comunicazione.

A Carlo Freccero dedichiamo una diretta personalizzata sui social. Tra i temi salienti, le migliori bufale dello scorso anno (a proposito di liste…) e i due concetti opposti di verità con i quali ci dobbiamo confrontare: una versione mainstream, istituzionalizzata, da galassia Gutenberg; l’altra della Rete, semi spontanea, grassroots.

Evgeny Morozov, sociologo bielorusso trentacinquenne, è diventato quasi un guru, per le sue posizioni critiche rispetto al diffuso ottimismo sulle potenzialità democratizzanti e anti-totalitaristiche di Internet. L’attuale conformazione del Web, dice, è il risultato di evoluzioni, involuzioni e rivoluzioni più geopolitiche che prettamente tecnologiche: la storia della Rete si comprende con quella del neoliberismo nato e cresciuto negli anni ottanta. “Internet non è un medium, non è una tecnologia, è un mezzo di riorganizzazione delle conoscenze e delle economie.

A chiudere la prima metà di gara arrivano, di gran carriera, Pierluigi Pardo e Davide Oldani: il sacerdote di Tiki Taka e lo chef stellato con la fissa della cucina pop. Fanno un programma assieme in radio, Mangia come parli. È l’ora di pranzo e, neanche a dirlo, parlano di cibo. Non aiuta. Si sfiora la rivolta popolare sui riccioli di burro nel pesto e la ricotta al posto della prescinseua.

Intervista al volo, allegati pansoti con salsa di noci. Per non allontanarci dall’argomento. A dopo.

Festival della Comunicazione 2018 – Pezzo Unico

Legenda. Il qui presente pezzo non è unico per uno slancio di megalomania né per una lontana connessione con chi si gode il sole in spiaggia, a pochi metri dalle nostre postazioni. Lo è perché, a differenza di quanto accadrà nei prossimi giorni, il Day 1 del Festival della Comunicazione è cominciato alle 17. Da domani, incontri al mattino e al pomeriggio. Di conseguenza, articoli al mattino e al pomeriggio. Più qualche bonus qui e là, se scappa.

Teatro Sociale di Camogli. Un gioiello da cinquecento posti a sedere, ristrutturato da poco. Ore 17, per l’appunto.

Parola agli organizzatori, in primis. Danco Singer e Rosangela Bonsignorio di Frame fanno gli onori di casa, col petto gonfio d’orgoglio. Francesco Olivari, sindaco di Camogli, presenta la Medaglia da poco consegnata dal Presidente Mattarella e dichiara che questo è “un mare aperto, di accoglienza”.

L’incontro di lancio, il varo del Festival è un formidabile Piano sequenza. Un atto d’amore disperato, da brivido, per Genova e i genovesi, che per l’architetto più celebre del pianeta non sono avari ma parsimoniosi, sono taciturni ma non chiusi. Perché Genova sembra una nave, e come tale va governata. Attentamente. Soprattutto quando, dopo un’imbarcata disastrosa, serve tenderle una mano per rimettersi bene in rotta.

La comunicazione è un ponte. Lo è sempre stata, lo è oggi. Adesso. A tre settimane dal Morandi. Lanciamo un suggerimento, un’idea per l’argomento cardine del prossimo Festival, dopo le Visioni di questa edizione. Siamo a Camogli, siamo a Genova, è successo quel che è successo. Il tema dei collegamenti è fondamentale nella comunicazione, in termini di intuizione creativa e di convivenza sociale. Le contingenze politiche sembrano messe lì – diciamo pure architettate – a bella posta, a rinfrescarci la memoria. Festival della Comunicazione 2019: Ponti. Pensiamoci.

“Il ponte è un luogo di luce, come una sorta di nave”. Serve aggiungere altro? Non secondo noi.

Renzo Piano aggiunge di avere tante idee per Genova, per la nostra città fragile e sontuosa e pudica; per le sue periferie, che non si possono costruire o ricostruire in mare né sui monti, dunque rischiano di non poter sorgere per nulla. Non è più possibile edificare sulle alture, se mai lo è stato. I nostri picchi vanno riforestati. Bisogna piantare un milione di alberi, tuona, in un sussurro, il Campionissimo di Vesima. Scatta l’applauso. “Son belinate, ma si può fare”.

Tra Visioni di terra e di mare, tra futuri possibili e prospettive da ribaltare, la sequenza volge al termine. Uno spettacolo – come? – illuminante.

A stasera, per un aperitivo in diretta su Facebook, e a domani, in ogni dove.

Festival della Comunicazione 2018 – Ouverture (Più istituzionale del previsto)

La bellezza di Camogli stordisce. Ha confuso anche settembre, che ancora si crede agosto. Il sole è alto, le pietre della spiaggia arroventate. Vacanze italiane. I gozzi sonnecchiano dentro al porticciolo, c’è chi si avventura al largo per mettere nel sacco qualche pesce, tra San Fruttuoso e Punta Chiappa.

Un momento di quiete, l’afa cede il passo a una brezza lieve che sa di sale. Di acqua di mare e di pepite in cima alla focaccia. Le facciate delle vecchie case dei pescatori sempre s’incendiano di mille colori, tanti quanti i bianchi velieri che, all’apice della potenza, gli armatori camuggin riuscivano a mettere in acqua.

Ecco, è in tutto questo che arriviamo. Inizio settembre vuol dire Festival della Comunicazione, in questa cittadella da cartolina, che, dalle prime creste dell’Appennino, si imbelina nel Mediterraneo con la grazia di poche altre.

È il quinto anno di manifestazione, voluta dal venerabile maestro Umberto Eco e portata avanti dai suoi amici e colleghi. Oggi è diventata, con tutta probabilità, il secondo Festival della Liguria, per richiamo da fuori Regione e livello, altissimo, delle ospitate. Sanremo è fuori portata, giocoforza, e nessuno se ne fa una colpa.A cinque anni, si sa, le domande sull’ambaradan che ci circonda sono un’ossessione. Non c’è frase che non cominci con un “perché?”. Ci siamo passati tutti. Il Festival non è da meno: grazie a Dio, o a chi ne fa le veci, non smette di guardarsi attorno e mettere un punto interrogativo via l’altro.

È un mondo di connessioni, di visioni differenti e d’insieme. Quello che è stato normale si è scoperto obsoleto, un giro di giostra ne vale centinaia. Qualche volta rompere le regole significa semplicemente ampliarle, ha scritto una volta Mary Oliver, profetica.

Rompere le barriere dei palinsesti della comunicazione non è più un’avventura per ricercatori intraprendenti: è un obbligo della coscienza. O così, o si perde la bussola. Siamo all’alba di una nuova era. Ogni giorno.

Joi Ito, direttore del Media Lab del MIT, parla di “Antidisciplinarietà”, per tratteggiare quella disposizione dell’animo a non rinchiudersi in una particolare disciplina classica, o anche all’unione di materie differenti, e invece costruire linguaggi originali, nuove architetture, scuole. Qui, tanto per capirci, passiamo da Davide Oldani a Renzo Piano, dai super chef alle archistar. E tutti vogliono comunicare, trasmettere: partire da postazioni distantissime per dire, in buona sostanza, la stessa cosa.

Campuswave Radio, chiamata all’appello, è saltata sulla sedia e ha risposto presente. Saremo dappertutto, promesso. A onor del vero, ci sono luoghi peggiori in cui sgobbare, di questa Camogli da cartolina che non vuole perdere l’abbronzatura. Com’era quella storia del lavoro duro?

A voi non resta che prendere un ticket to ride e godervi il viaggetto. A prestissimo.

RITORNANO GLI UNIVERSITY GAMES: seconda edizione ricca di novità e sorprese

Sabato 19 maggio nel capoluogo ligure tornano gli University Games, la manifestazione sportiva
multidisciplinare organizzata dal Cus Genova e riservata agli studenti iscritti all’Università di Genova.
Dopo il successo della prima edizione, organizzata per festeggiare i 70 anni dalla nascita del Cus, l’evento
viene riproposto in formato “deluxe” con l’aggiunta del Polo Marconi di La Spezia, allargando così le
iscrizioni a tutto l’Ateneo genovese, per un totale di oltre 400 studenti coinvolti. Sono previste sia
discipline sportive che giochi a carattere ludico: si va dal calcio al tiro alla fune, dal basket alla cirulla,
dalla pallavolo alla corsa a sacchi.


Un mix di competizione e divertimento, il tutto arricchito dalla presenza di Campuswave, la radio
ufficiale dell’Università di Genova: i ragazzi di Campuswave Radio saranno in diretta per l’intera durata
dell’evento, pronti a intrattenere e tenere compagnia con la loro musica e il loro racconto della giornata.
Le sfide avranno luogo dalle 10:30 in poi tra i campi sportivi di Valletta Puggia in Albaro e lo stadio
Carlini. Al termine delle gare verrà consegnata la coppa, un trofeo di oltre un metro e mezzo di altezza,
che i vincitori potranno conservare all’interno del proprio dipartimento fino alla fine dell’anno
accademico, per poi essere restituito e messo nuovamente in palio.
Ma la manifestazione non termina con le premiazioni, perché la novità di quest’anno è l’Unigames Party,
festa a cui sarà possibile partecipare gratuitamente dalle 18:30 fino alle 02:00.
Un appuntamento unico e imperdibile, che ha come scopo l’integrazione tra i ragazzi universitari: chi
riuscirà a strappare il trofeo vinto lo scorso anno dagli studenti di Scienze matematiche, fisiche e naturali?

NonDiario Sanremese 2018 (con un anticipo imbarazzante)

Conversazione su WhatsApp di ieri, vigilia della prima serata, intorno alle 23:

  • Carissimo Matte, ci aspettiamo come sempre il tuo racconto di Sanremo da lontano?
  • Ad oggi non credo Fe
  • Che peccato però
  • Sono in mezzo a un po’ troppe cose

Come a dire: per questa volta non se ne fa nulla. Spiace più a me che a voi – non sono mica io il portento, è questo mio amico ad essere un adulatore, glielo dico spesso – ma è un periodo incasinato, non so se riesco a mettermici, neanche per una cosa al volo.

Ebbene, ho resistito due ore e mezza/tre. Nemmeno il tempo di farli cantare tutti alla prima tornata, mannaggia. Prevedibile come l’invasione di palco o lo sforamento sui clock in scaletta.

Funziona così, in sostanza. Anno domini 2013: Campuswave va al Festival, io no, ma resto in radio a commentare. 2014 e ‘15: con un gaudio che non si può dichiarare, stacco il biglietto per Sanremo, mi intrufolo in sala stampa con gli altri e mi metto a scrivere un resoconto giornaliero, in forma di diario. Siccome non ne ho mai tenuti in vita mia, di diario vero e proprio non si può parlare. Tutto il contrario, a ben vedere.

Da lì, non me lo sono più levato di dosso, questo Festival benedetto, che logora chi non ce l’ha. Nelle scorse due edizioni, ho proseguito con la tradizioncina con un elzeviro alla fine delle cinque serate. Quest’anno, la farsa di cui sopra, che quantomeno inibisce il pippotto conclusivo.

Ma le intenzioni erano sincere, lo assicuro.

Appunti sparsissimi, di quelli che “lo scrivo sul post-it e lo piazzo sulla scrivania, tanto c’è l’adesivo e resta dove lo lasci”. Già, l’importante è non demordere.

Ornella Vanoni è costantemente sulla luna: gran dama della nostra canzone, ma a me fa un sacco ridere. Rivedere Bungaro, poi, mi ha fatto salire il brividino lungo la schiena: “Guardastelle”, ragazzi! Sanremo 2004! Ora mi aspetto Simone Tomassini o Riccardo Maffoni, per dire.

Fabrizio Moro canta la stessa canzone da dieci anni, è curioso. Giuro, mi aspettavo un “Pensa!” a ogni verso.

Facchinetti e Fogli (The Fafos) cantano “Tu sei la mia vita” (chi se la ricorda?) ed è subito catechismo. Annalisa ha un pezzo difficile da dominare: è salita sull’ottovolante dopo l’hot dog ma non le è servito neppure un Maalox. Caccamo, invece, ha patito forte. Ma i parallelismi tra i dolori intestinali e il suo cognome non sono ammessi, grazie.

Enrico Ruggeri somiglia e si chiama quasi uguale a un mio ex prof all’università e questo un pelo mi destabilizza. Comunque, sembra abbia rapito i Radiohead e costretti a scrivergli il pezzo. Forte! Ancora: il gioco di parole non l’ho cercato.

Diodato e Roy Paci mi gustano e Max Gazzè, pur non al meglio (affaticamento muscolare, se ne saprà di più alla rifinitura di venerdì), gioca un altro campionato.

L’effetto complessivo è che la squadra assemblata non corrisponda ai gusti, alle prenotazioni, alle spese, ai concerti, ai dischi, alle playlist, agli iTunes, agli Spotify, alle novità cercate e apprezzate dal pubblico, che stia lì il gran cruccio festivalesco, in questa occasione più che in altre. Chissà le nuove proposte…

In tale ottica, i regaz dello Stato Sociale rappresentano un’incognita. Lo Stato SocialeX. Non ho capito se abbiano messo su una figata o una boiata storica. Tutto un po’ facilino, per carità, ma la signora che balla, a mio modo di vedere, racconta una bella storia e oscura il mito della scimmia di Gabbani. “2001: Odissea in Balera”.

Ciò che conta, e li differenzia dal pacchetto, è che riescano a cantare la contemporaneità. Banale, ma lei.

E qui casca l’asino. Teoria delle stringhe? Al massimo ci allacciamo le scarpe a Fiorello! Il Nobel per la fisica va agli autori del Festival, che hanno trionfato laddove fallirono, non so, Thomas Edison, Einstein, Sheldon Cooper (che non so se ci abbiano mai provato, a parte Sheldon: se vi vengono in mente altri e più pertinenti scienziati, contattateci). Si sono inventati la macchina del tempo, signore e signori!

Il Prima Festival è live from 1965, la “puntata” in sé non fa tanto meglio. Ok, va di moda il vintage, tirano un sacco i mobili anticati, lo shabby chic, i mercatini dell’usato, le camicie di flanella e spendere 40 cucuzze dal barbiere per farsi spuntare la ricrescita guanciale. Il drive della nostalgia, il discreto fascino del vetusto. Capisco tutto. Il pubblico di Rai 1 è vecchio, a quanto pare disposto a pagare 51 centesimi per ogni televoto via SMS (la pronuncia è “s-m-s”) e – formula magica per dimostrarne la pigrizia senza pari – “non va mai oltre il 9”. Però così è fin troppo, no?

I fantomatici social, ad esempio, vengono citati come un prodigio, un fenomeno mistico. “Anche sui social parlano di noi!” E tutti a darsi di gomito. Saranno i canali dal 51 al 60?

Il paradosso c’è e si vede. Noi studiamo la Comunicazione, la Scrittura, il Management dei Media, ci danniamo l’anima, per poi scoprire che il segreto è non cambiare nulla. Mai. Baudo alle ciance.

Come in Serie A, ormai giocano tutti col tridente. Quello del Napoli è più forte, lo dico subito.

In ogni caso, Favino ha la gran stoffa dell’attore, dell’attore vero. E, dato che sui palchi ci si possono fare un sacco di cose e su quello dell’Ariston, in fase di conduzione, quest’anno pare si reciti, è sorprendentemente l’annunciatore più a suo agio.

Baglioni è da mo’ che si fa (s)tirare, non è proprio una novità. Ma con tutte quelle luci lo sbrilluccichio è inevitabile e le infiltrazioni si evidenziano. Diventerà gran materia di discussione, su quei social misteriosi di cui si diceva. A un mese dalle elezioni, poi. “La plastica come emblema e sostanza del Novecento”: buono per una tesina di Sociologia.

La Hunziker deve avere un ritratto che invecchia al suo posto nascosto in soffitta. Il fiore contro la violenza sulle donne puntato su una zinna tracheale, però, sortisce uno strano effetto. Anche più effetti contemporaneamente. Per carità, ognuno è libero di mostrarsi come e quanto gli/le pare, ma per stridere, stride. Michelle, ma belle…

Vabbè, s’è fatta una certa – anche qui, nessuna battuta con Baglioni e con cosa farlo rimare. Le parole sono importanti, anche per questo Sanremo, ma quel che conta, oltre alle canzoni, sopra agli usi e i costumi (e i vestiti e le scarpe e i farfallini) è l’aria, l’aura della Sacra Kermesse.

Dovevo scriverlo, “kermesse”, è proprio un vizio che non mi so togliere.

Perdona le frasette al veleno, Sanremo, città che amo. Sai che non dico troppo sul serio, non affonderei il colpo neppure sotto minaccia. L’ho ammesso a più riprese: è il logorio della lontananza, il problema. Altri luoghi, altri suoni, altri Kolors.

Gli anni passati ero a Milano, distante 270 km. Da qualche mese faccio base a Torino, mi sono avvicinato. Ma sempre troppo poco, se apro la finestra e tendo l’orecchio al massimo sento gli spacciatori che contrattano sotto la neve. C’è della poesia, non lo nego, ma vuoi mettere con Barbarossa?

Parentesi: (

A ogni Festival, quando dicono “La bellezza della Liguria” e parte il filmato, mi sale un altro brivido, più che con Bungaro

Chiusa: )

Riparentesi: (

Ciao amici di Campusweiss, non mi stancherò mai di ripetere che vi invidio

Richiusa: )

La conclusione mi va d’improvvisarla.

Pace.

 

Matteo Faccio

Il calcio italiano stava meglio quando si stava peggio – Cronaca di un inesorabile declino

Le fotografie digitali non possono subìre i segni del tempo, non ingialliscono. Eppure, a guardarle bene, ognuno di noi riesce a percepire di quanto e come il tempo sia passato, facendoci ricordare di un periodo in cui si stava meglio, o peggio, dipende dai singoli casi. In questo caso, di quando si stava molto, ma molto meglio. Dal tetto del Mondo allo scantinato d’Europa in soli 11 anni: quella foto del 2006, a guardarla bene, sa di un tempo che chissà se mai ritornerà.

Per anni la nazionale, massima esponente del sistema calcio italico, è stata un castello di pietra costruito su delle fondamenta di sabbia. Inevitabile che prima o poi qualcosa succedesse. Chi si ferma solo a guardare le due partite con la Svezia, o l’intera gestione Ventura, totalmente fallimentare da dopo Madrid, forse non sa che sta guardando la punta di un Iceberg. Il fallimento del calcio italiano è cominciato diversi anni fa, se proprio troviamo una data, proviamo a fissarla nel 2010: la generazione dei campioni del mondo al capolinea dopo un mondiale da campioni uscenti concluso ai gironi. È vero, da lì in poi ci sono state le parentesi positive del 2012 e del 2016 agli europei (una finale persa e un quarto di finale raggiunto con una squadra mediocre ma con un cuore e un allenatore con le palle grandi così), ma negli ultimi anni è il serbatoio che rimpinguava la macchina azzurra ad essersi bucato sempre di più, fino alla rottura totale.

Ed è proprio lì che si trova la causa, la falla, il marcio. I settori giovanili hanno investito spesso, sì, ma poco sugli italiani. E quel poco di buono che producevano, puntualmente veniva bruciato quasi sul nascere di carriera, con un sacco di eterne promesse che i palcoscenici importanti li hanno visti solo in TV, e la nazionale solo in cartolina. Il calcio italiano è ormai in mano a procuratori e dirigenti che appena scorgono un mezzo talento pensano a incensarlo e a ricavarci la cifra migliore, senza tenere conto della qualità e senza ragionare sul lungo periodo. E in questo gioco di devozione al dio denaro, si sa, gli stranieri introdotti nel nostro calcio sono più facili da intortare: hanno meno pretese e portano maggiore profitto nelle tasche dei sapientoni calcistici di turno.

E allora ecco che, concentrandosi sempre più su chi arriva da fuori e non su chi abbiamo in casa (mi ricorda qualcosa… non mi pare succeda solo nel calcio…) la macchina azzurra non ha più benzina da mettere nel serbatoio, non ha più talenti e forze utili alla causa azzurra: ci si arrangia come si può, e la macchina, quando rimane senza benzina, si pianta lì.

Ripartire. È quello che invocano tutti all’indomani della seconda più grande disfatta del calcio italiano. E la macchina, per ripartire, ha bisogno di benzina, di nuova linfa. Intervenire là dove si può trovarla sarebbe la soluzione. Ma in questo “sistema” in cui a tanti, troppi, forse tutti “va bene così”, forse non ce n’è la volontà. Un dirigente serio, dopo l’eliminazione, avrebbe dovuto licenziare in tronco il tecnico. Il tecnico, dopo un’umiliazione del genere, avrebbe dovuto rassegnare le dimissioni. Ma dodici ore dopo siamo ancora lì a leggere “ne parliamo domani”. Questa frase dice tutto. La volontà di intervenire come si deve e ripartire da capo non c’è, o se c’è tarderà ad arrivare. E allora continueremo a guardare quella foto degli ultimi campioni del Mondo come un pallido ricordo, pensando che in questo triste declino, che non si sa se e quando avrà fine, il calcio italiano stava molto meglio in quel periodo che ormai definiamo tutti come “quando si stava peggio”.

Siete a un bivio: tenervi il vostro schifoso business o valorizzare e far tornare grande quel movimento, quel mondo, quella maglia, che a tanti italiani regala piccole grandi gioie nel quotidiano. A tutti quanti piacerebbe un colpo di scena come nei film con il lieto fine, ma viste le premesse, temo che il finale della storia ci sia già stato svelato.

-Brux-