Ragazzetto: la sperimentazione e l’estate come stato d’animo

L’artista genovese si prepara a presentare il suo nuovo progetto musicale per Cane Nero Dischi

Ragazzetto, nome d’arte di Federico Branca, è un produttore, polistrumentista e performer genovese che divide la sua vita tra La Superba e Milano. Ha dato il via al suo progetto musicale nel 2015 con l’EP intitolato Vittime del giro, presentando un sound fresco che si colloca tra il cantautorato e l’elettropunk.

Foto di Alberto Sansone


Momentaneamente, si trova impegnato nella fase conclusiva del suo primissimo album, nel quale saranno presenti collaborazioni importanti come quella con alcuni membri dei Technoir (duo dal sound soul/sperimentale) che gli daranno la possibilità di rinnovarsi come artista e sperimentare nuovi stili musicali.
Venerdì 7 giugno si terrà, al circolo Arci CANE di Genova, la serata di debutto di Ragazzetto, durante la quale presenterà il suo nuovo singolo Gli Amici del Mare proiettando anche il videoclip ufficiale.

Il pezzo è la colonna sonora perfetta per le giornate estive, che siano solitarie o in buona compagnia in riva al mare, infatti il suo intento è quello di celebrare la bella stagione e le giornate infinite trascorse insieme agli amici di sempre, quelli che durante l’anno sono praticamente irreperibili per cause di forza maggiore, ma che in estate sanno dove trovarti, rispettando una tacita tradizione.
Noi di Campuswave Radio, abbiamo avuto la possibilità di fare un paio di domande all’artista riguardo alle sue aspettative e ai suoi progetti futuri.

Foto di Alberto Sansone

Ora il tuo stile si colloca tra il cantautorato e l’elettropunk, sai già su quale stile musicale vuoi far vertire il tuo prossimo progetto?

Sono sempre stato un artista molto eclettico. Infatti il disco che ho in cantiere mescola diversi stili: dal Rock newyorkese di band come LCD o Talkings Heads, ai più recenti e Beach House, a sonorità più inglesi come i Glass Animal o gli XX. Con il contributo della band spero di inserire più elettronica, locura e psichedelia e di scrivere brani a partire dalle improvvisazioni che stiamo già portando avanti piuttosto che con l’approccio più solitario del cantautore.

 “Gli Amici del Mare” è un brano senza ombra di dubbio molto personale, che importanza stai dando al lancio del tuo nuovo singolo? Cosa ti aspetti dalla serata di debutto il 7 giugno?

 Intanto grazie, è il più bel complimento che tu potessi farmi. Ai miei più cari amici il brano è piaciuto subito e ho pensato che fosse quello giusto per farsi conoscere e dire qualcosa di intenso alle persone. Cosa mi aspetto dal release party? Beh, i debutti sono sempre tesi e non sai mai quanta gente risponderà. Ma che ci sia il pieno o il vuoto, io semplicemente tiro giù tutto a prescindere!

Quindi, save the date: il 7 giugno al Cane di Genova inizia l’estate!

Silvia Frattini

Balena Festival. L’Indie a Genova.

Balena Festival, da mercoledì 24 a sabato 27 aprile, al Porto Antico di Genova. Sul palco la scena indie italiana. Per rilanciare l’immagine di Genova.

Il Balena Festival, questo il nome scelto per la manifestazione – nata anche grazie alla collaborazione di Porto Antico di Genova S.p.A. con alcune realtà musicali del territorio (Aluha, CANE, Pioggia Rossa Dischi e Greenfog Studio) -, si propone di presentare sotto la Lanterna un’idea originale e dinamica di cultura pop, che sia basata prima di tutto sulla condivisione e sull’aggregazione positiva. Due elementi, questi, sicuramente favoriti dalle prestigiose presenze già annunciate dagli organizzatori.

24/04 Franco126 // Sxrrxwland // Jesse The Faccio 
25/04 La Rappresentante di Lista // Edda // Followtheriver 
26/04 Giorgio Poi // Clavdio // L’ultimodeimieicani 
27/04 Tre Allegri Ragazzi Morti // I Hate My Village // Banana Joe.

L’obiettivo, spiega il direttore artistico Luca Pietronave è simbolicamente quello di raccogliere «un’energia positiva intorno alla musica», a dimostrazione del fatto che Genova può e deve fare sempre affidamento sul lavoro di squadra e sulla cultura per rilanciarsi e rinnovare la propria immagine; ma anche quello, più tecnico, di soddisfare quelli che sono gli interessi di ascolto del pubblico genovese, strutturando di conseguenza, per l’intero evento, «una line up il più coerente possibile» tra artisti e band, attraverso un gioco di richiami, come si trattasse di una playlist da seguire interamente dal vivo.

Dal vivo, sotto il tendone di Piazza delle Feste, molta musica indie di qualità è pronta a richiamare e trasportare emotivamente tanti giovani in «un unico grande concerto», distribuito su più serate e inserito fisicamente in una grande area ricca di numerose forme di espressione artistica e creativa (il sito dell’evento parla a titolo esemplificativo di allestimenti poderosi e accattivanti, visual d’effetto, presentazioni di libri e fumetti, momenti di live paintings, mostre di arti grafiche e dibattiti su temi culturali e di attualità).

Anche noi di Campuswave saremo presenti al Balena! Seguici sui nostri social per conoscere più da vicino gli artisti presenti.

Per saperne di più www.balenafestival.it

Campuswave Radio torna in onda!

Le trasmissioni stanno per riprendere, ma prima un grande evento in diretta. Dopo mesi di preparativi possiamo annunciarvi che i microfoni di Campuswave sono di nuovo accesi e bollenti!

Segnati la data! Da lunedì 15 aprile le trasmissioni riprenderanno regolarmente, con un palinsesto rinnovato e ricco di contenuti attuali e stimolanti.

La più grande novità? Lo studio di registrazione a Genova! Finalmente potrai trovarci anche a Genova nella sede del Disfor in corso Podestà! Se sei sempre stato interessato ma non hai mai avuto voglia di arrivare fino a Savona ora non hai più scuse

Se vuoi conoscere il palinsesto seguici su Instagram!

Se volete incontrarci di persona venite sabato 13 aprile alll’Open Day dell’Università degli studi di Genova in via Balbi 5. Noi saremo li dalle 9 alle 17 pronti a tenervi compagnia. Non perdetevi la prima diretta della stagione!

CIRCUMNAVIGANDO FESTIVAL XVIII EDIZIONE : LA SUPERBA VA IN SCENA

Fra gli incontri da non perdere : Critica e Visioni sul circo contemporaneo

Dal 26 dicembre 2018 al 6 gennaio 2019 la nave Circumnavigando Festival, ormai giunta alla sua XVIII edizione, approderà nei porti di Genova, Rapallo e Camogli con un carico ricco di eventi.

Circensi e Artisti di strada provenienti da tutto il mondo invaderanno i teatri, le piazze, i palazzi e i porti delle tre città liguri, accendendo i riflettori sul mondo del circo teatro.

Nell’attesa di vedere la propria città farsi palcoscenico l’Università di Genova offrirà un interessante incontro, giovedì 20 dicembre alle ore 10 e 30 sarà infatti possibile recarsi presso l’aula 1, in Corso Andrea Podestà, 2 (Genova) per assistere al convegno “Critica e Visioni sul circo contemporaneo”.

L’incontro, che verterà ad approfondire i temi del rapporto tra il circo contemporaneo e le arti performative e i processi e le modalità di ricerca alla base dei percorsi creativi di una forma d’arte in continua evoluzione, è soltanto una parte di un tutt’uno più ampio da cui prende il nome.

Critica e Visioni sul circo contemporaneo è infatti un progetto nato dalla collaborazione fra Associazione Sarabanda (con Circumnavigando festival) e Teatro Akropolis (con Testimonianze ricerca azioni) che si compone di ben quattro momenti: due convegni e due spettacoli.

In questa particolare circostanza l’incontro sarà organizzato e promosso grazie al sostegno di Università degli studi di Genova-Scienze della Formazione e ACCI Associazione Nazionale Circo Contemporaneo, e tenuto dai seguenti relatori : Valeria Campo, regista, autrice,presidente commissione circhi e Spettacolo Viaggiante del Ministero e Beni Attività Culturali; Federico Rahola, docente e coordinatore del corso di studi triennale di Scienze della Comunicazione UNIGE; Boris Vecchio, attore,regista e direttore artistico Circumnavigando Festival; Clemente Tafuri, regista e direttore artistico Testimonianze ricerca e azioni; Leonardo Angelini, scrittore.

A coordinare l’incontro sarà Laura Santini, ricercatrice UNIGE – Dipartimento di Lingue e Culture Moderne.

Futura Rapallo: quando gli insegnanti siedono ai banchi di scuola

Dal 30 settembre al 2 ottobre si è svolta una tre giorni dedicata alla scuola digitale e al futuro sottosopra nella cornice di Rapallo. Protagonisti dell’evento studenti e docenti.

Durante Futura Rapallo, Campuswave Radio ha avuto l’occasione di intervistare Monica Cavallini (responsabile del progetto “Scuola Digitale Liguria”) e Angela Maria Sugliano (professoressa universitaria di “Psicologia dei gruppi virtuali” e “Scrittura per i nuovi media”).
Le due professioniste hanno tenuto insieme una conferenza rivolta in particolar modo ai docenti, i quali hanno la necessità di digitalizzarsi per dare un’educazione più completa ai propri studenti.
Il progetto “Scuola Digitale Liguria” ha come scopo principale quello di realizzare una scuola di qualità e offrire strumenti e opportunità. Nasce nel 2016 ed è un progetto con la scuola, mai per la scuola.

Gli strumenti ideati nel primo anno di vita del piano sono stati:

  • L’osservatorio dei progetti innovativi, che funge da contenitore multimediale e favorisce la creazione di relazioni e confronti.
  • Una mappa georeferenziata grazie alla quale, anche le persone che non sono immerse interamente nel contesto scolastico, possono seguire il processo di innovazione tecnologica nel territorio ligure.
  • Un sito tematico.
  • Una community.
  • Un digital team.

Nel corso dell’ultimo anno si sono aggiunte altre azioni. Una di queste riguarda il bando per la formazione cognitiva FSE, senza però tralasciare lo sviluppo dei punti precedentemente trattati. La professoressa Sugliano ha illustrato l’uso di Thinglink, proprio di uno degli strumenti che cerca di supportare e accelerare la digitalizzazione scolastica. Thinglink è un software che permette all’utente di rendere le immagini interattive, in modo da creare lezioni ancora più interessanti.

È bene educare i giovani alla tecnologia, per imparare a gestirla e saperla usare con consapevolezza. Risulta fondametale, quindi, un progetto dedicato al digitale che istruisce prima i docenti (i quali ammettono di fare molta fatica a capire certi meccanismi, elementari per la generazione che istruiscono). Su Facebook è possibile trovare due gruppi dedicati al progetto:

  • Progetto Scuola Digitale (gruppo aperto)
  • Workshop documentazione didattica (gruppo chiuso)

Articolo di Silvia Frattini.

Campuswave per il ponte Morandi – “Presidio”: quello che sarà

Lunedì scorso siamo stati sotto al ponte Morandi, a ridosso della zona rossa tra via Porro e via Fillak. I viali con vista pilone, divisi a metà.

Abbiamo iniziato dalla parte sampierdarenese, poi ci siamo spostati sul versante di Certosa. Li dividono duecento metri di strada, qualche fila di transenne, i mitra spianati e le camionette dell’esercito. Quelle con “Operazione Strade Sicure” scritto sul fianco.

Per andare da un lato all’altro è necessaria una mezz’ora di mezzi pubblici, con la clemenza del traffico cittadino. Un bus navetta fa la spola tra Ponte dei Mille, a Principe, e l’inizio di via Fillak. Si scende a Dinegro, poi metro fino a Brin e si chiude la scarpinata.

Non c’è comunicazione tra le due metà: ci si sente su WhatsApp, sui gruppi creati per la maledetta occasione.

La carcassa del viadotto guarda tutti dall’alto e allunga un’ombra che non si riesce a dire. Gli stralli sembrano fili di ragnatela, ora. È uno scenario da guerra fredda, post apocalittico, insostenibile. Il ponte di Berlino, a due passi da casa.

Dove il rosso sfuma appena nell’arancione, sono sorti gli ormai celebri presidi, degli sfollati e dei loro vicini. I più colpiti, dopo i quarantatré che hanno perso la vita e i cari che li piangono, dal disastro del 14 agosto.

La professoressa Gabriella Petti, prossima coordinatrice del corso di Comunicazione, si è fatta organizzatrice, promotrice e cicerone di questo incontro, e noi ancora la ringraziamo.

Come spesso è capitato, negli anni, abbiamo optato per la via meno battuta. La postazione più cercata dall’informazione tradizionale è infatti quella certosina, più a monte. Noi, pur avendo raggiunto entrambi i presidi, ci siamo fermati a lungo in quello più piccolino, alla prima metà di via Fillak.

Erano i giorni dei primi sensori, piazzati sul moncone e sul pilastro di mezzo. Era il giorno del cambio della guardia, dalla polizia all’esercito. Nessun avvicendamento, invece, tra le fila della Protezione Civile.

Era il giorno della riunione di condominio, per alcuni. La più surreale a cui abbiano partecipato, c’è da scommetterci.

Il presidio è un gazebo, due tavoli lunghi lunghi e quante più sedie si riescano a offrire. La nostra referente è Milena, che studia giurisprudenza a Unige e abita a un portone di distanza dall’inagibilità, si direbbe nella lingua dei suoi prossimi colleghi.

A fianco a Milena, giovani e meno giovani, uomini e donne, temperamenti riflessivi e incazzati neri. Sabato sera si sono fermati fino a tardi: hanno cenato assieme, giocato a carte, ascoltato un po’ di musica.

C’è la signora di novant’anni, dichiarati a voce e testa alta, che fa la maglia. Ci sono i bambini che sbuffano al pensiero di cambiare scuola, ma quella vecchia è “di là” e non si può fare altrimenti. Ci sono i negozianti coi clienti fissi dall’altra parte della barricata, in una zona in cui ancora si faceva vita di quartiere: strade e incroci connotati da un forte senso di appartenenza alla comunità, tra le case dei ferrovieri.

Cogliamo qualche frase sparsa, di quelle che non hanno bisogno di didascalie.

“Il ponte? Per me era un po’ come un cugino, siamo nati insieme…”.

“All’inizio faceva impressione, ma col tempo era diventato una presenza domestica, un vicino di casa. Ora però non lo voglio più vedere, devono togliermelo di lì!”.

Ci rassicurano – loro a noi! – dicendo di percepire la città vicina, nella generosità e nell’impegno di popolazione e istituzioni locali.

Risuonano in testa i commenti di Luca Bizzarri, da un anno presidente del Ducale: “Sembrava ci avessero menati, a ferragosto. Tutti a parlare sottovoce, con lo sguardo basso”.

Genova pare essersi riscoperta più unita, nelle difficoltà di alcuni dei suoi figli, che rischiano di veder raso al suolo il quartiere in cui sono cresciuti e si ritrovano con quindici minuti alla settimana per rientrare in casa a prendere le proprie cose.

Pensateci: avete un quarto d’ora per recuperare quel che potete. Vorreste svuotare l’intero appartamento e uscite con una valigia, quando va bene.

Ecco perché ognuno sente l’obbligo, quantomeno la volontà, di fare la propria parte, nei limiti del consentito e del vantaggioso. Ed ecco dov’è che entra in gioco Campuswave, da sempre divisa tra Genova e Savona, per forza legata ai destini del ponte che le collegava.

L’idea è di impostare un format quindicinale, in forma di diario audio o video, per tenere tastato il polso degli avamposti sotto al Morandi, raccontare le storie delle persone che li animano e commentare assieme le decisioni istituzionali che verranno. Se ne occuperanno i nostri ragazzi, le nostre squadre composte da giovani liguri, genovesi, con una voglia matta di non fermarsi ai tradizionali tempi di maturazione delle notizie, di scavalcare il concetto di informazione e fare del sano, necessario – e magari ingenuo, vivaddio – servizio pubblico.

Sarà un programma in palinsesto, ma vuol essere qualcosa di più. Un organismo multimediale, che corra in autonomia, e un’opera di impegno civile. Una “fascia di rispetto”, per restare in tema.

Potrebbe chiamarsi Presidio, ma ancora non lo sappiamo. Dovrebbe iniziare a brevissimo, a ottobre, ma abbiamo bisogno di un briciolo di tempo tecnico, per definire le cose al meglio. Intanto vi abbiamo avvisato.

 

A chi abitualmente ci segue e, ancor più, a chi abbiamo incontrato ai presidi, quelli veri. Ci sentiamo presto, promesso.

 

Matteo Faccio, per Campuswave

Festival della Comunicazione 2018 – Una domanda a Piero Angela, per via tradizionale

Innanzi tutto, scusate il post scriptum. Un’intervista del genere, anche se breve, andava comunicata in fretta. Lo sappiamo bene. Non che ce ne fossimo scordati, è chiaro. Ma, tra un’emergenza di pubblicazione e l’altra, ci era rimasta impigliata nel taccuino. Passato il rintontimento da pc, siamo finalmente tornati alla cellulosa, per finire in bellezza.

 

Pablo Picasso amava dire che, quando fosse giunta l’ispirazione, l’avrebbe trovato a dipingere. “Sulla rilevanza del tenersi pronti”, insomma.

Per le vie di Camogli, nei giorni del Festival, capita di fare più di un incontro eccellente, è evidente. Nella rincorsa agli eventi, ci si può imbattere in ognuno dei conferenzieri invitati: prima dell’intervento, a microfono appena abbassato, oppure durante una passeggiata in centro, fuori dal cono di luce dei riflettori.

A noi è capitato di incrociare, più che inaspettatamente, il divulgatore dei divulgatori. Piero Angela. Ha quasi novant’anni: li ricorda con fierezza e li porta con l’armonia disarmante che sta dietro a ogni bella intelligenza.

Figuratevi la scena. Esterno giorno, Camogli. Domenica, intorno a mezzogiorno. All’infaticabile collega Daniele Rivara e al sottoscritto (sempre Matteo Faccio) tocca la copertura del secondo intervento al Festival di Marco Travaglio, stavolta in compagnia di Gherardo Colombo e Maria Latella: potrebbe scapparci un’intervista, una diretta, uno spunto per un articoletto.

Ci dirigiamo in piazza Battistone, con buon anticipo sulla tabella di marcia. Sistemiamo l’attrezzatura video e torniamo a prendere una boccata d’aria, prima che suoni la campanella. E lì, tac! Troviamo Piero Angela pronto a varcare le soglie del tendone, in qualità di spettatore, dopo il suo speech nel tardo pomeriggio di sabato.

Non abbiamo neppure una foto valida per la testimonianza: dovete crederci sulla parola. La telecamera è all’interno, piazzata; il telefono di Daniele è scarico e il mio al sicuro nello zaino. Nella press room, dalla parte opposta del paese. Mea culpissima.

Dalla tasca posteriore dei jeans, mi spuntano fuori penna e taccuino (sono un sentimentale, già). Facciamo alla vecchia maniera.

Daniele, con il tatto e i buoni modi che lo pervadono, ostruisce il passaggio al venerabile Signor Quark. Io seguo a ruota, a taccuino spianato. “Abbiamo tempo per una domanda al volo? Una soltanto!”.

Ci è andata bene.

 

Il tema del Festival è Visioni. Per noi, per tanti nostri colleghi universitari, per i giovani in generale, le visioni del futuro sembrano essere sempre più nebulose. Si sente di dare un consiglio, un monito, per confrontarsi al meglio con una fase di incertezza così acuta?

È molto difficile: cominciamo col dire questo. Però ci sono cose che funzionano sempre, in ogni tempo. Oggi, domani, dopodomani. E sono la capacità di fare bene il proprio lavoro e la ricerca costante dell’eccellenza.

Cercate l’eccellenza, perché solo con essa si possono superare le onde più alte del destino. Bisogna essere allenati, non perdere mai la forma.

Purtroppo per loro e per noi, i giovani non sono aiutati, è vero. Ma mi preme sottolineare l’importanza di iniziative come queste, cicli di conferenze in cui persone più esperte vengono a condividere passaggi di vita lavorativa, prima che privata, e a raccontare l’importanza della preparazione e della professionalità. Lo trovo confortante.

È difficilissimo uscire vittoriosi dal confronto con questa società, ma se ci si prepara a dovere prima dell’impatto, si avrà un ottimo salvagente.

Anche perché le cose, i giovani di oggi, le sanno, le sapete. Siete sempre pronti ad aggiornarvi e ad imparare. Ebbene, per il futuro l’atteggiamento giusto dovrà ancora essere questo.

Quindi studiate molto: ma non per gli esami in sé. Gli esami servono, sicuro, ma restano di un’importanza relativa.

Studiate per strutturare una visione d’insieme coerente, studiate per comunicare, per lavorare come si deve. Per essere eccellenti. Così sì che il futuro, vostro e della società che vi troverete ad amministrare, saprà sorridervi.

Grazie Dottor Angela, è stato un onore. Inaspettato.

RITORNANO GLI UNIVERSITY GAMES: seconda edizione ricca di novità e sorprese

Sabato 19 maggio nel capoluogo ligure tornano gli University Games, la manifestazione sportiva
multidisciplinare organizzata dal Cus Genova e riservata agli studenti iscritti all’Università di Genova.
Dopo il successo della prima edizione, organizzata per festeggiare i 70 anni dalla nascita del Cus, l’evento
viene riproposto in formato “deluxe” con l’aggiunta del Polo Marconi di La Spezia, allargando così le
iscrizioni a tutto l’Ateneo genovese, per un totale di oltre 400 studenti coinvolti. Sono previste sia
discipline sportive che giochi a carattere ludico: si va dal calcio al tiro alla fune, dal basket alla cirulla,
dalla pallavolo alla corsa a sacchi.


Un mix di competizione e divertimento, il tutto arricchito dalla presenza di Campuswave, la radio
ufficiale dell’Università di Genova: i ragazzi di Campuswave Radio saranno in diretta per l’intera durata
dell’evento, pronti a intrattenere e tenere compagnia con la loro musica e il loro racconto della giornata.
Le sfide avranno luogo dalle 10:30 in poi tra i campi sportivi di Valletta Puggia in Albaro e lo stadio
Carlini. Al termine delle gare verrà consegnata la coppa, un trofeo di oltre un metro e mezzo di altezza,
che i vincitori potranno conservare all’interno del proprio dipartimento fino alla fine dell’anno
accademico, per poi essere restituito e messo nuovamente in palio.
Ma la manifestazione non termina con le premiazioni, perché la novità di quest’anno è l’Unigames Party,
festa a cui sarà possibile partecipare gratuitamente dalle 18:30 fino alle 02:00.
Un appuntamento unico e imperdibile, che ha come scopo l’integrazione tra i ragazzi universitari: chi
riuscirà a strappare il trofeo vinto lo scorso anno dagli studenti di Scienze matematiche, fisiche e naturali?

NonDiario Sanremese 2018 (con un anticipo imbarazzante)

Conversazione su WhatsApp di ieri, vigilia della prima serata, intorno alle 23:

  • Carissimo Matte, ci aspettiamo come sempre il tuo racconto di Sanremo da lontano?
  • Ad oggi non credo Fe
  • Che peccato però
  • Sono in mezzo a un po’ troppe cose

Come a dire: per questa volta non se ne fa nulla. Spiace più a me che a voi – non sono mica io il portento, è questo mio amico ad essere un adulatore, glielo dico spesso – ma è un periodo incasinato, non so se riesco a mettermici, neanche per una cosa al volo.

Ebbene, ho resistito due ore e mezza/tre. Nemmeno il tempo di farli cantare tutti alla prima tornata, mannaggia. Prevedibile come l’invasione di palco o lo sforamento sui clock in scaletta.

Funziona così, in sostanza. Anno domini 2013: Campuswave va al Festival, io no, ma resto in radio a commentare. 2014 e ‘15: con un gaudio che non si può dichiarare, stacco il biglietto per Sanremo, mi intrufolo in sala stampa con gli altri e mi metto a scrivere un resoconto giornaliero, in forma di diario. Siccome non ne ho mai tenuti in vita mia, di diario vero e proprio non si può parlare. Tutto il contrario, a ben vedere.

Da lì, non me lo sono più levato di dosso, questo Festival benedetto, che logora chi non ce l’ha. Nelle scorse due edizioni, ho proseguito con la tradizioncina con un elzeviro alla fine delle cinque serate. Quest’anno, la farsa di cui sopra, che quantomeno inibisce il pippotto conclusivo.

Ma le intenzioni erano sincere, lo assicuro.

Appunti sparsissimi, di quelli che “lo scrivo sul post-it e lo piazzo sulla scrivania, tanto c’è l’adesivo e resta dove lo lasci”. Già, l’importante è non demordere.

Ornella Vanoni è costantemente sulla luna: gran dama della nostra canzone, ma a me fa un sacco ridere. Rivedere Bungaro, poi, mi ha fatto salire il brividino lungo la schiena: “Guardastelle”, ragazzi! Sanremo 2004! Ora mi aspetto Simone Tomassini o Riccardo Maffoni, per dire.

Fabrizio Moro canta la stessa canzone da dieci anni, è curioso. Giuro, mi aspettavo un “Pensa!” a ogni verso.

Facchinetti e Fogli (The Fafos) cantano “Tu sei la mia vita” (chi se la ricorda?) ed è subito catechismo. Annalisa ha un pezzo difficile da dominare: è salita sull’ottovolante dopo l’hot dog ma non le è servito neppure un Maalox. Caccamo, invece, ha patito forte. Ma i parallelismi tra i dolori intestinali e il suo cognome non sono ammessi, grazie.

Enrico Ruggeri somiglia e si chiama quasi uguale a un mio ex prof all’università e questo un pelo mi destabilizza. Comunque, sembra abbia rapito i Radiohead e costretti a scrivergli il pezzo. Forte! Ancora: il gioco di parole non l’ho cercato.

Diodato e Roy Paci mi gustano e Max Gazzè, pur non al meglio (affaticamento muscolare, se ne saprà di più alla rifinitura di venerdì), gioca un altro campionato.

L’effetto complessivo è che la squadra assemblata non corrisponda ai gusti, alle prenotazioni, alle spese, ai concerti, ai dischi, alle playlist, agli iTunes, agli Spotify, alle novità cercate e apprezzate dal pubblico, che stia lì il gran cruccio festivalesco, in questa occasione più che in altre. Chissà le nuove proposte…

In tale ottica, i regaz dello Stato Sociale rappresentano un’incognita. Lo Stato SocialeX. Non ho capito se abbiano messo su una figata o una boiata storica. Tutto un po’ facilino, per carità, ma la signora che balla, a mio modo di vedere, racconta una bella storia e oscura il mito della scimmia di Gabbani. “2001: Odissea in Balera”.

Ciò che conta, e li differenzia dal pacchetto, è che riescano a cantare la contemporaneità. Banale, ma lei.

E qui casca l’asino. Teoria delle stringhe? Al massimo ci allacciamo le scarpe a Fiorello! Il Nobel per la fisica va agli autori del Festival, che hanno trionfato laddove fallirono, non so, Thomas Edison, Einstein, Sheldon Cooper (che non so se ci abbiano mai provato, a parte Sheldon: se vi vengono in mente altri e più pertinenti scienziati, contattateci). Si sono inventati la macchina del tempo, signore e signori!

Il Prima Festival è live from 1965, la “puntata” in sé non fa tanto meglio. Ok, va di moda il vintage, tirano un sacco i mobili anticati, lo shabby chic, i mercatini dell’usato, le camicie di flanella e spendere 40 cucuzze dal barbiere per farsi spuntare la ricrescita guanciale. Il drive della nostalgia, il discreto fascino del vetusto. Capisco tutto. Il pubblico di Rai 1 è vecchio, a quanto pare disposto a pagare 51 centesimi per ogni televoto via SMS (la pronuncia è “s-m-s”) e – formula magica per dimostrarne la pigrizia senza pari – “non va mai oltre il 9”. Però così è fin troppo, no?

I fantomatici social, ad esempio, vengono citati come un prodigio, un fenomeno mistico. “Anche sui social parlano di noi!” E tutti a darsi di gomito. Saranno i canali dal 51 al 60?

Il paradosso c’è e si vede. Noi studiamo la Comunicazione, la Scrittura, il Management dei Media, ci danniamo l’anima, per poi scoprire che il segreto è non cambiare nulla. Mai. Baudo alle ciance.

Come in Serie A, ormai giocano tutti col tridente. Quello del Napoli è più forte, lo dico subito.

In ogni caso, Favino ha la gran stoffa dell’attore, dell’attore vero. E, dato che sui palchi ci si possono fare un sacco di cose e su quello dell’Ariston, in fase di conduzione, quest’anno pare si reciti, è sorprendentemente l’annunciatore più a suo agio.

Baglioni è da mo’ che si fa (s)tirare, non è proprio una novità. Ma con tutte quelle luci lo sbrilluccichio è inevitabile e le infiltrazioni si evidenziano. Diventerà gran materia di discussione, su quei social misteriosi di cui si diceva. A un mese dalle elezioni, poi. “La plastica come emblema e sostanza del Novecento”: buono per una tesina di Sociologia.

La Hunziker deve avere un ritratto che invecchia al suo posto nascosto in soffitta. Il fiore contro la violenza sulle donne puntato su una zinna tracheale, però, sortisce uno strano effetto. Anche più effetti contemporaneamente. Per carità, ognuno è libero di mostrarsi come e quanto gli/le pare, ma per stridere, stride. Michelle, ma belle…

Vabbè, s’è fatta una certa – anche qui, nessuna battuta con Baglioni e con cosa farlo rimare. Le parole sono importanti, anche per questo Sanremo, ma quel che conta, oltre alle canzoni, sopra agli usi e i costumi (e i vestiti e le scarpe e i farfallini) è l’aria, l’aura della Sacra Kermesse.

Dovevo scriverlo, “kermesse”, è proprio un vizio che non mi so togliere.

Perdona le frasette al veleno, Sanremo, città che amo. Sai che non dico troppo sul serio, non affonderei il colpo neppure sotto minaccia. L’ho ammesso a più riprese: è il logorio della lontananza, il problema. Altri luoghi, altri suoni, altri Kolors.

Gli anni passati ero a Milano, distante 270 km. Da qualche mese faccio base a Torino, mi sono avvicinato. Ma sempre troppo poco, se apro la finestra e tendo l’orecchio al massimo sento gli spacciatori che contrattano sotto la neve. C’è della poesia, non lo nego, ma vuoi mettere con Barbarossa?

Parentesi: (

A ogni Festival, quando dicono “La bellezza della Liguria” e parte il filmato, mi sale un altro brivido, più che con Bungaro

Chiusa: )

Riparentesi: (

Ciao amici di Campusweiss, non mi stancherò mai di ripetere che vi invidio

Richiusa: )

La conclusione mi va d’improvvisarla.

Pace.

 

Matteo Faccio

Il calcio italiano stava meglio quando si stava peggio – Cronaca di un inesorabile declino

Le fotografie digitali non possono subìre i segni del tempo, non ingialliscono. Eppure, a guardarle bene, ognuno di noi riesce a percepire di quanto e come il tempo sia passato, facendoci ricordare di un periodo in cui si stava meglio, o peggio, dipende dai singoli casi. In questo caso, di quando si stava molto, ma molto meglio. Dal tetto del Mondo allo scantinato d’Europa in soli 11 anni: quella foto del 2006, a guardarla bene, sa di un tempo che chissà se mai ritornerà.

Per anni la nazionale, massima esponente del sistema calcio italico, è stata un castello di pietra costruito su delle fondamenta di sabbia. Inevitabile che prima o poi qualcosa succedesse. Chi si ferma solo a guardare le due partite con la Svezia, o l’intera gestione Ventura, totalmente fallimentare da dopo Madrid, forse non sa che sta guardando la punta di un Iceberg. Il fallimento del calcio italiano è cominciato diversi anni fa, se proprio troviamo una data, proviamo a fissarla nel 2010: la generazione dei campioni del mondo al capolinea dopo un mondiale da campioni uscenti concluso ai gironi. È vero, da lì in poi ci sono state le parentesi positive del 2012 e del 2016 agli europei (una finale persa e un quarto di finale raggiunto con una squadra mediocre ma con un cuore e un allenatore con le palle grandi così), ma negli ultimi anni è il serbatoio che rimpinguava la macchina azzurra ad essersi bucato sempre di più, fino alla rottura totale.

Ed è proprio lì che si trova la causa, la falla, il marcio. I settori giovanili hanno investito spesso, sì, ma poco sugli italiani. E quel poco di buono che producevano, puntualmente veniva bruciato quasi sul nascere di carriera, con un sacco di eterne promesse che i palcoscenici importanti li hanno visti solo in TV, e la nazionale solo in cartolina. Il calcio italiano è ormai in mano a procuratori e dirigenti che appena scorgono un mezzo talento pensano a incensarlo e a ricavarci la cifra migliore, senza tenere conto della qualità e senza ragionare sul lungo periodo. E in questo gioco di devozione al dio denaro, si sa, gli stranieri introdotti nel nostro calcio sono più facili da intortare: hanno meno pretese e portano maggiore profitto nelle tasche dei sapientoni calcistici di turno.

E allora ecco che, concentrandosi sempre più su chi arriva da fuori e non su chi abbiamo in casa (mi ricorda qualcosa… non mi pare succeda solo nel calcio…) la macchina azzurra non ha più benzina da mettere nel serbatoio, non ha più talenti e forze utili alla causa azzurra: ci si arrangia come si può, e la macchina, quando rimane senza benzina, si pianta lì.

Ripartire. È quello che invocano tutti all’indomani della seconda più grande disfatta del calcio italiano. E la macchina, per ripartire, ha bisogno di benzina, di nuova linfa. Intervenire là dove si può trovarla sarebbe la soluzione. Ma in questo “sistema” in cui a tanti, troppi, forse tutti “va bene così”, forse non ce n’è la volontà. Un dirigente serio, dopo l’eliminazione, avrebbe dovuto licenziare in tronco il tecnico. Il tecnico, dopo un’umiliazione del genere, avrebbe dovuto rassegnare le dimissioni. Ma dodici ore dopo siamo ancora lì a leggere “ne parliamo domani”. Questa frase dice tutto. La volontà di intervenire come si deve e ripartire da capo non c’è, o se c’è tarderà ad arrivare. E allora continueremo a guardare quella foto degli ultimi campioni del Mondo come un pallido ricordo, pensando che in questo triste declino, che non si sa se e quando avrà fine, il calcio italiano stava molto meglio in quel periodo che ormai definiamo tutti come “quando si stava peggio”.

Siete a un bivio: tenervi il vostro schifoso business o valorizzare e far tornare grande quel movimento, quel mondo, quella maglia, che a tanti italiani regala piccole grandi gioie nel quotidiano. A tutti quanti piacerebbe un colpo di scena come nei film con il lieto fine, ma viste le premesse, temo che il finale della storia ci sia già stato svelato.

-Brux-