FRU: Festival delle Radio Universitarie

Dal 2007 RadUni organizza il Festival Nazionale delle Radio Universitarie, ma di cosa si tratta? E’ un evento dedicato, in primis, a riunire tutti gli operatori delle radio Italiane.

Nelle edizioni scorse questo Festival, ha creato un programma aperto a tutti, con:

  • dibattiti
  • momenti di approfondimento sulla radio, sulla musica, sulla comunicazione multimediale e sulle tematiche della comunicazione universitaria.
  • concerti
  • eventi ricreativi

Quest’anno il Fru si svolgerà dal 19 al 22 Maggio 2022 a Catania.

Manifest di Jeff Rake

Manifest è una serie americana rilasciata a settembre 2018 per la prima volta. Inizialmente in onda su NBC con le prime tre stagioni, l’emittente decise di cancellare la serie alla fine della terza stagione. 
Dopo, Netflix ne acquista i diritti e annuncia una quarta e ultima stagione.

La serie creata da Keff Rake sbarca su Netflix solo di recente, a Gennaio 2022. 
Il tutto riguarda dei passeggeri su un aereo, il volo 828, che si trovano in mezzo ad una turbolenza dovuta ad una tempesta mentre sono in volo verso casa. 
Quando l’aereo atterra a New York la vita dei passeggeri sarebbe cambiata per sempre. Si scopre che l’aereo su cui erano venne dato per disperso cinque anni prima, e tutti i passeggeri vengono dati per morti. 
Michaela e Ben, assieme a Cal, figlio di Ben, sono partiti nel 2013 dalla Giamaica e atterrati nel 2018 a New York. Nessun passeggero in cinque anni è invecchiato o tantomeno sapeva dove fossero stati per cinque anni. 

Tutti i passeggeri dell’828 devono far fronte ad una vita che è andata avanti senza di loro per cinque anni e a voci e visioni dentro le loro teste. 
Le visioni e le voci vengono definite come “chiamate”, a cui i passeggeri ubbidiscono prendendo talvolta decisioni difficili. Questo perché ubbidendo ad esse si scoprono nuovi segreti, avvengono fatti inspiegabili e si salvano vite.

È tutto collegato”, frase più volta pronunciata dal Cal nel corso della serie. 

Alcuni dei protagonisti sono i fratelli Michaela e Ben Stone, Grace (sposata con Ben), i loro due figli Cal e Olive, Jared, Saanvi e Zeke.
La serie diventa famosa solo con la sua pubblicazione su Netflix a Gennaio 2022, in quanto dal 2018 in Italia era in onda su Premium Stores. 
La cosa intrigante della serie è che una volta iniziata a vedere, la domanda “cosa è successo su quel volo?” uno se la fa, e di conseguenza continua a guardarla.

Quello che, secondo me, è l’obbiettivo di questa serie è proprio questo: attivare un senso di interesse nel pubblico come se fossero loro gli stessi passeggeri dell’828. Questo per andare in profondità e scoprire cosa è successo sull’aereo. 
Ad unirsi alle vicende della serie ci si mette anche la religione, in quanto nella serie si crea una specie di setta che parla di forze maggiori e sconosciute, ipotizzando addirittura l’apocalisse.

Buona visione!

La Prima Donna di Malusa Kosgran

In un paesino del Sud Italia tradizionale, cattolico e conformista, nasce un uomo, Gabriele, che, come un supereroe, decide di lottare per la libertà di genere.

“La Prima Donna” il terzo libro della biscegliese Malusa Kosgran,, è un libro che parla di identità di genere. Inizia dalla fine, dal capitolo 20, con un salto verso il futuro dove Gabriele, 29 anni, è in sala operatoria, pronto a diventare Gabriella. Questa è un finale che in realtà segna un nuovo inizio, una nuova nascita.

Ma si risveglierà dall’operazione?

Durante l’operazione parla con una donna – mi sono chiesta chi fosse per tutto il libro – raccontandole tutte le difficoltà che ha dovuto affrontare e il viaggio/percorso per arrivare fino a lì, da mamma-bisturi.

Gabriele è un bambino impaurito che vive nella città delle Belle Donne con la sua famiglia un po’ distaccata e il suo migliore amico Enrico. Dovrà poi trasferirsi alla Città Dei Pazzi, separandosi da quel suo caro compagno liberale e anticonformista. Qui diventa Gabrielle (e non ancora Gabriella), la donna della notte, libera e passionale. Decide poi di provare a essere Lele e a fidanzarsi con Isabella, ma si rende conto che l’unica cosa che desidera è “sentirsi lei”. Si accorge che invece Erika (Enrico) è riuscita ad essere sé stessa. Torna così ad essere Gabrielle fino all’incontro con Nico che la tradirà con la sua migliore amica.

La narratrice è lei, Gabriella, che ci accompagna per tutti i capitoli con tutti i suoi ricordi più intimi. Pieno di flashback contrassegnati da stelline, che per tutto il libro mi hanno fatto immaginare Wonder Woman, l’idolo di Gabry.

Aldilà dello struggimento e della confusione interiore ed esteriore che Gabrielle vive, il libro descrive la sofferenza umana nell’accettare sé stessi. La nostra costituzione parla infatti di uguaglianza e libertà di espressione, ma tutti questi diritti sembrano non risolvere le difficoltà interiori di scelta ed accettazione della sessualità nell’individuo ma anche nella società.

Libro consigliatissimo di narrativa contemporanea: è il Romanzo vincitrice del Premio “Profumo d’Autrice” 2020 – Premio Internazionale di Letteratura Città di Cattolica.

Potete trovare il blog personale dell’autrice e, per altre curiosità, il suo Facebook: Le Storie di Malusa.

Perché Malusa non è soltanto una scrittrice ma anche soggettista, sceneggiatrice di fumetti, autrice e illustratrice.

Festival di Sanremo 2022

Esistono due tipi di persone al mondo, chi aspetta i Mondiali di calcio e chi la settimana del Festival di Sanremo.

Quella che sta per arrivare è proprio la settimana dedicata al Festival della canzone Italiana e, per vostra fortuna, ci sarò io a tenervi compagnia, aggiornandovi sulle classifiche e di certo non potrà mancare un commento sugli outfit più belli.

Quest’anno la settimana del Festival della musica inizierà questo martedì 1 Febbraio per finire sabato 5 Febbraio; la serata in cui i cantanti presenteranno le cover sarà venerdì 4 Febbraio 2022.

Il direttore artistico anche quest’anno sarà Amadeus, affiancato da: Ornella Muti, Lorena Cesarini, Drusilla Foer, Maria Chiara Giannetta e Sabrina Ferilli.

Gli ospiti già annunciati, saranno: Checco Zalone, Cesare Cremonini, i Måneskin, Laura Pausini, Luca Argentero, Raoul Bova, Lino Guanciale, Anna Valle, Gaia Girace e Margherita Mazzucco.

Ecco le 25 canzoni in gara:

  1. Achille Lauro con l’Harlem Gospel Choir – Domenica
  2. Aka 7even – Perfetta così
  3. Ana Mena – Duecentomila ore
  4. Dargen d’Amico – Dove si balla
  5. Ditonellapiaga e Rettore – Chimica
  6. Elisa – O forse sei tu
  7. Emma – Ogni volta è così
  8. Fabrizio Moro – Sei tu
  9. Gianni Morandi – Apri tutte le porte
  10. Giovanni Truppi – Tuo padre, mia madre, Lucia
  11. Giusy Ferreri – Miele
  12. Highsnob e Hu – Abbi cura di te
  13. Irama – Ovunque sarai
  14. Iva Zanicchi – Voglio amarti
  15. La Rappresentante di Lista – Ciao ciao
  16. Le Vibrazioni – Tantissimo
  17. Mahmood e Blanco – Brividi
  18. Massimo Ranieri – Lettera al di là del mare
  19. Matteo Romano – Virale (Sanremo Giovani – Terzo classificato)
  20. Michele Bravi – Inverno dei fiori
  21. Noemi – Ti amo non lo so dire
  22. Rkomi – Insuperabile
  23. Sangiovanni – Farfalle
  24. Tananai – Sesso occasionale (Sanremo Giovani – Secondo classificato)
  25. Yuman – Ora e qui (Sanremo Giovani – Primo classificato)

Una delle novità di maggior rilievo è che il 72° Festival di Sanremo avrà una sola categoria in gara; non ci sarà quindi la distinzione tra Giovani e Big, verranno tutti considerati per quello che sono, ovvero “Artisti”. Le nuove proposte si sono infatti sfidate a Dicembre per raggiungere un posto sul palco più temuto, ma allo stesso tempo amato da tutti i cantanti, l’Ariston. Coloro che sono riusciti ad ottenere un posto in gara sono Matteo Romano, Tananai e Yuman.

Anche le votazioni quest’anno cambieranno: durante le prime due serate, la giuria più temuta, quella della sala stampa si dividerà in tre parti: una riguarderà i giornali e la televisione, una la radio e una il web. Nelle ultime due serate voteranno come unica componente, aggiungendosi al Televoto e alla Giuria “Demoscopica 1000”.

Dark di Baran bo Odar e Jantje Friese

Dark – I segreti di Winden è una serie TV tedesca rilasciata solamente su Netflix nel 2017 ideata da Baran bo Odar e Jantje Friese.
La serie, dal genere fantascientifico, ha chiuso i battenti con la terza e ultima stagione uscita nel 2020.

Le vicende si ambientano nella città di Winden, dove sono quattro le famiglie protagoniste: i Kahnwald, i Nielsen, i Doppler e i Tiedemann.
Siamo nel 2019, il tutto comincia con la scomparsa di due bambini, le cui ricerche sono fatte da Ulrich Nielsen e Charlotte Doppler. 
Nel corso delle indagini strani eventi avvengono nella città, come la morte di stormi di uccelli che precipitano dal cielo e improvvisi sbalzi elettrici.
Simili eventi si erano verificati 33 anni prima, nel 1986, quando il piccolo Mads Nielsen sparì e non venne più trovato.
A questo si collega un altro tragico evento: il suicidio di Michael Kahnwald, che lasciò una busta al figlio Jonas con scritto “non aprire prima del 4 novembre”. 

Il ragazzo, tornato a casa proprio il 4 novembre, scopre di un altro ragazzo scomparso, Erik Obendorf.
Egli, con i suoi amici Magnus, Marta, il piccolo Mikkel (tre fratelli) e Bartoz, va alle grotte nei boschi intorno alla città vicino alla centrale nucleare per indagare sulla scomparsa di Erik e capire qualcosa sulla lettera del padre.
Mentre sono alla grotta Mikkel scompare in un varco temporale, trovandosi catapultato nel 1986.

La risposta a questi eventi e sparizioni non è dove, ma quando.

Piccola premessa: è una delle serie più belle che Netflix abbia mai prodotto, ma per capirci qualcosa bisogna guardarla almeno due/tre volte.
La serie non si focalizza tanto sui personaggi, ma piuttosto sull’intreccio degli eventi che si crea con l’andare avanti nelle puntate. 
Il montaggio e la colonna sonora sono azzeccati per questa serie, rispecchiano perfettamente la fotografia cupa e misteriosa degli avvenimenti. Dal punto di vista della storia non tutto torna, e soprattutto non a tutto è data una risposta.
Per comprendere gli eventi bisogna lavorare di logica e soprattutto ragionare su quello che si sta guardando nonostante guardando la serie ci si trova spesso confusi ma incantati.

Quindi, se volete vedere questa serie (ed il mio consiglio è di farlo), vi consiglio una cosa: nel momento in cui lo state facendo concentratevi solo su questo e non perdetevi su altro, perché solo la perdita di un minuto di visione significa azzerare quelle poche cose che potreste aver capito della storia. 

Buona visione!

Dai caruggi di Genova a New Orleans con Mr. Dab

Passeggiando fra i “caruggi” di Genova, nei pressi di Via delle Grazie, potreste imbattervi in un trombettista. Gli piace chiacchierare e se siete così fortunati, come me, da farvi ospitare in casa sua per un caffè, oltre alle pile di dischi, dovrete stare attenti a non inciamparvi fra motori di barche e quadri raffiguranti spiagge liguri (ma non la solita Boccadasse). L’intervistato di oggi è il poliedrico Simone Dabusti, in arte Mr. Dab.

  • La tua anima da musicista ha due volti: quello jazz e quello blues, la tromba e la chitarra. Riesci a farli andare d’accordo?

Beh si, contando che il blues è la matrice e la base di molti generi del 1900, tra cui il jazz, non trovo grandi differenze nella mia attitudine a questi due generi musicali. È vero che spesso la tromba è considerata un simbolo del jazz, quasi l’emblema, ma non si deve sottovalutare l’importanza di sassofono, batteria e contrabbasso, per esempio. Detto questo, la tromba può suonare il blues, altroché se può! Qualsiasi strumento può farlo. Ma allora che differenza c’è tra il blues e il jazz? Il fattore cronologico è già un buon indizio, dato che il jazz compare successivamente al blues. Ancor più importante è il contesto d’origine di questi due generi che, ripeto, hanno molto in comune: il blues nasce soprattutto dalla comunità afroamericana, invece le mani da cui si sviluppa il primo jazz vengono da Italia, Irlanda, Germania, ma anche dalla comunità ebraica. Il blues quindi si considera come l’origine di tanti aspetti della musica popolare del secolo scorso, per questo io non faccio grandi distinzioni, perché il blues di fine 1800 e certa musica di Eric Clapton è praticamente “la stessa minestra”, suonata da strumenti diversi.

Per quanto riguarda i miei strumenti, la tromba la suono da parecchi anni e l’ho studiata di più, anche la chitarra mi piace molto, ma tendo a suonarla quasi più per gioco, con altri amici musicisti.

  • È vero che sulla tua carta d’identità, alla voce “Professione”, c’è scritto “musicista”, ma sei anche insegnante di Logistica all’istituto nautico di Camogli. Quanto influisce la fatica fatta nello studio musicale, nel tuo approccio all’insegnamento?

Il motivo per cui non faccio il musicista a tempo pieno è, purtroppo, un po’ banale. È praticamente impossibile, in Italia, avere una sicurezza economica costante facendo il musicista, a meno che non si entri nei canali giusti. Nell’ultimo periodo poi, a maggior ragione, e se si vuol vivere di musica spesso ci si “ripiega” a fare gli insegnanti, il problema è che ormai ci sono più insegnanti che musicisti.

Lo studio della musica secondo me ha bisogno di un metodo un po’ diverso da tante altre discipline, quello che però reputo imprescindibile è la possibilità di capire l’argomento in oggetto in tutta tranquillità. Per questo, da professore, cerco di avere sempre la massima pazienza con i miei studenti e di spiegare loro le cose con passione, perché altrimenti difficilmente potrà accendersi anche in loro questa passione, che è lo scopo finale dell’insegnamento, per come la vedo io.

  • A proposito dei tuoi studenti, pensi che la musica, e in particolare il jazz e il blues, possa aiutare un giovane a districarsi fra gli impegni e i problemi della vita? Come?

Nel 2022, mi spiace ammetterlo, ma il jazz e il blues a molti ragazzi di oggi sembrano risalire all’epoca dei dinosauri. Spesso le uniche occasioni che hanno di ascoltarli sono date dalle colonne sonore di certi film. La fruizione di musica, da parte di un giovane “comune” negli ascolti, è vissuta come un click su una piattaforma di streaming, da cui parte un sottofondo a cui spesso non viene dato il giusto valore. Mi sembra che sia sempre più raro l’ascolto attento di una traccia che duri più di tre minuti. Quindi non è facilissimo capire se questo tipo di musica del secolo scorso sia ancora appetibile per i giovani. In parte lo è e lo sarà sempre, perché chi la suona, la studia, la ama e la approfondisce sui libri e online, c’è e si trova facilmente. Chi pensa che sia morta si sbaglia, anche perché il jazz dal 1910 a oggi ha continuato a esistere ed evolversi, bisogna solo cercarlo nei canali giusti. È ovvio, però, che non sia la musica “pop” di questa generazione, non è in prima serata in tv, né in prima linea in radio.

  • Visto che lavori al nautico, che rapporto hai con il mare?

Sto a galla. A parte gli scherzi, avendo sempre vissuto a Genova, fin da bambino ho sempre avuto una grande passione per il mare e la riviera, non a caso anche io ho frequentato l’istituto nautico, a mio tempo. Avere una barchetta con cui andare a farsi qualche giro in mare è proprio rigenerante per me.

  • Ma ti porti mai una tromba per suonare in mezzo al mare?

No, perché ho paura che mi cada in acqua. Però mi piacerebbe avere una tromba “da navigazione”, chissà, magari la prossima estate.

  • Mi ricordo che un giorno mi hai accennato come hai iniziato a suonare la tromba, vuoi raccontarlo ai nostri lettori?

È successo in modo abbastanza casuale. Fino a 13-14 anni ascoltavo musica, ma senza darle un peso particolare, erano ascolti molto variegati, da Beethoven a Zucchero, passando per Lennon e Otis Redding. Inoltre, in famiglia nessuno ha mai cercato di farmi approfondire l’argomento. Un giorno, però, è iniziato tutto.

Estate del 2000, sono a Recco da mia zia, prendo in mano la rivista L’Espresso e sfogliandola noto la pubblicità dell’uscita successiva, che conterrebbe un cd di Louis Armstrong in omaggio. Lo conosco giusto di nome, Armstrong, so che è un musicista, ma non ho idea di che musica faccia. Bene, non so dirti esattamente cosa mi abbia colpito di quella copertina, forse proprio lui con la tromba, a ogni modo la settimana dopo mi sono ritrovato in vacanza in Alto Adige a comprare la rivista, con disco annesso. Esco per strada, metto le cuffione nel mio lettore cd e inizio ad ascoltare. Rimango fulminato. È musica, musica bellissima, straordinaria. Da lì a comprare una tromba sono passati solo la vacanza e il viaggio di ritorno per Genova.

Adesso il numero di cd acquistati si attesta sull’indecifrabile e quello di trombe è forse già troppo alto, quello che posso dire è che da una rivista sono nati una passione, uno studio e un amore per il jazz e la tromba, trasformatisi anche in un lavoro.

  • I tuoi progetti musicali qui a Genova?

Ne ho principalmente due. Il primo è la Dabstep Jazz Band, gruppo formatosi ormai quattro anni fa, che suona un jazz più mainstream, quindi né moderno, né eccessivamente tradizionale. È un quartetto che nella scena genovese sta bene, abbiamo pubblicato il disco Tall Cotton e, in attesa di poter tornare a suonare il più possibile, stiamo lavorando a un altro album.

L’altra band, più legata invece alla tradizione jazz di New Orleans e anche al blues, è la Macaja Parade, nata online in pandemia, ma subito molto attiva appena c’è stata la possibilità di vedersi, con la pubblicazione di due dischi. Questo materiale, che si trova su Bandcamp, non è un jazz puro, la definirei più “musica di strada”, molto contaminata dal blues e dalla musica “etnica” di New Orleans.

Trovare date in questo momento non è facile, se pensi che la maggior parte delle serate che facevo prima erano improntate sul ballo swing, ma quello della Macaja Parade è un genere molto divertente da suonare e che piace a tutti.

  • C’è però un altro importante progetto a cui dedichi anima e corpo, il Centro Jazz Genova – Music School. Di che cosa si tratta?

È un’associazione culturale, di cui sono il presidente, in cui la scuola di musica, improntata soprattutto jazz, è l’attività principale. Esisteva già come scuola ed era legata al museo del jazz di Genova, ora purtroppo chiuso, però nel periodo del lockdown ha avuto qualche difficoltà. Negli ultimi mesi io e altri amici musicisti siamo riusciti a rilanciarla con un nuovo nome e una nuova veste. Il Centro Jazz vuol essere proprio un polo di aggregazione didattica per persone che vogliono suonare il jazz, di qualsiasi età, a qualsiasi livello e ognuno sul proprio strumento. È ovvio che non si dica di no anche a chi ama più il rock o il blues, perché come dicevo prima, si parte tutti da una stessa matrice, però la nostra impronta è sicuramente più spostata sul jazz.

  • Dove possiamo trovarvi?

Online su Instagram e Facebook, mentre la nostra sede è a Genova, a Villa Piaggio, in Corso Firenze 24.

Streghe di Costance M. Burge

Streghe (in lingua originale “Charmed”) è una serie fantasy uscita nel 1998 in America e l’anno dopo in Italia. Composta da 178 episodi la serie è divisa in 8 stagioni da 22 episodi l’una circa.
La serie segue le avventure delle sorelle Halliwell, Prue, Piper, Phoebe e Paige, introdotta all’inizio della quarta stagione.

le 4 sorelle

La storia inizia con la scoperta delle sorelle di essere streghe e di avere anche un’identità magica. Le tre sorelle sono particolarmente forti perché destinate ad essere le più potenti della storia.
Sono meno potenti singolarmente, ma quando usano il “Potere del Trio” riescono a superare ogni ostacolo.
Tutto questo lo scoprono alla morte della nonna, perché dovettero tornare a vivere nella grande villa dove sono cresciute.

phoebe prue e piper
Phoebe, Prue e Piper

Dopo molte vittorie, il Male prende il sopravvento strappando la vita alla maggiore delle tre sorelle, Prue, per mano del demone Shax. Nonostante lo si credeva, non viene sepolto anche il Potere del Trio: arriva la quarta sorella, Paige. Più precisamente è la loro sorellastra, adottata fin dalla tenera età da una famiglia mortale, perché nata dall’impossibile relazione tra la madre delle sorelle, una strega, e il suo angelo bianco.
I legami sentimentali tra streghe e Angeli Bianchi sono infatti proibiti dalle leggi magiche.

In seguito anche Piper infrangerà questa regola sposando Leo, dal quale avrà due figli maschi, Wyatt e Chris. I due sono i primi due uomini “magici” della famiglia, fino ad allora caratterizzata esclusivamente da donne.

phoebe piper e Paige
Phoebe, Piper e Paige

Nell’ultima stagione le tre potenti streghe accettano d’insegnare tutti i trucchi del mestiere alla loro protetta Billie. Mantenendo la loro identità paranormale e segreta separata dalla loro vita normale, viene a crearsi nella serie un insieme “di tensione e di sfide” – come l’esposizione della magia – che hanno conseguenze sui rapporti tra le sorelle e con il mondo non magico.

La cosa più bella di questa serie non è tanto il fatto che le tre sorelle abbiano dei poteri magici, ma lo è il rapporto tra di loro, infatti mi sento di dire che il tema principale della serie è la lealtà verso la propria famiglia ed i propri cari.

Buona visione!

ZUENO, una “cartolina” dall’indipendente

Il protagonista dell’intervista di oggi è il batterista Andrea “Desso” De Sotgiu, vecchia (si fa per dire) conoscenza di Campuswave, che ci presenta la sua band, gli ZUENO, la cui formazione è completata da Alessandro Mazzeo (voce e chitarra ritmica) e Nicolò Sgorbini (chitarra solista).

  • Non ti chiederò nulla del tipo “da dove viene il nome della band?”, però una delle prime cose che ho notato ascoltando il vostro primo singolo, “Cartolina”, è la “foto di Bologna”. Siete di Genova, vi chiamate ZUENO, il videoclip della canzone stessa è pieno d’immagini della Superba, ma nel ritornello ci mandate una foto di Bologna. Perché? Chi di voi ha un rapporto speciale con questa città, se ce l’ha, e come mai?

“Cartolina” è una canzone che ha scritto Ale, di getto, perché ne sentiva l’esigenza. Noi scriviamo sempre di vita vissuta, infatti Bologna è legata a una sua esperienza. Entra in gioco anche un fatto di originalità: quando una band genovese inizia a farsi conoscere fuori dalla Liguria, si tende a collegarla ai grandi cantautori, uno su tutti De André. Come dicevi, la nostra provenienza è esplicitata nel nome della band e ce la teniamo stretta, ma non vorremmo cadere in eccessive banalità includendola nei nostri testi.

Nel video di “Cartolina” abbiamo voluto rappresentare uno spaccato preciso, ovvero quello di una Genova completamente vuota durante il periodo di lockdown.

  • E io che pensavo fosse tutto marketing… Bologna tra l’altro è la citta natia di una miriade di gruppi e artisti che vanno fortissimo, non solo nell’indie. Ce n’è qualcuno che ascoltate sempre con piacere?

Beh sì, assolutamente, per esempio Dalla e Cremonini. Parlando più in generale di Emilia-Romagna anche Bersani e, soprattutto per me e Ale, Ligabue. È uno di quelli che hanno veramente cambiato il nostro modo di ascoltare musica, infatti poi abbiamo dovuto imparare a distaccarcene, perché quando sei così legato a un artista, rischi di diventare una sorta di cover band. A dir la verità gli ZUENO sono un mega crossover di ascolti variegati, perché abbiamo tre personalità musicali diverse che incontrandosi formano un ecosistema originale. Ale viene da cantautorato e pop rock italiano, io più da urban, hip hop, batteria e beat making e Nicolo è sempre stato più sull’alternative rock, gli piacciono per esempio After Hours e Modest Mouse.

  • Nell’ultimo anno avete pubblicato tre singoli: leggendo i titoli mi è capitato di pensare “ZUENO, basta far canzoni d’amore”, ma poi a ogni primo ascolto son finito a tenere il tempo con il piedino. In particolare in “E se poi vieni a cercarmi” avete un tiro niente male. A volte mi sembra quasi che con gli arrangiamenti gagliardi e i bpm piuttosto up, vogliate distogliere l’attenzione dalla fragilità di certe frasi. È un mio trip mentale oppure c’è un fondo di verità?

Tutto vero, forse sono più gli aspetti riflessivi e malinconici che le “frasi fragili” a connotare i nostri testi ed è un modo di scrivere che ci appartiene. D’altra parte abbiamo un grande interesse a comporre canzoni che ti schiaffeggino con un bel ritmo, infatti non vediamo l’ora di suonarle dal vivo, con la gente che si muove trasportata dai bpm. Quindi non è per forza un modo per spostare l’attenzione dai testi, ma una componente fondamentale del nostro progetto: è vero che siamo malinconici, ma non è tutto lì.  

  • Lavorate tutti? Cosa fate?

Lavoriamo e anche insieme! Si è proprio creata una fratellanza fra di noi, perché condividiamo gioie e dolori tutti i giorni, non solo con gli strumenti in mano: Alessandro ed io abbiamo uno studio di comunicazione e produzione audio, che si chiama “La Fabbrica”, dove lavoriamo con molti artisti e aziende. Nicolò invece ha un’azienda di produzioni audiovisive, quindi si occupa più di video ed è protagonista anche quando si tratta di produrre i nostri, insieme a Filippo Torello Rovereto, direttore della fotografia.

La nostra forza è proprio questa, non siamo solo amici che si vedono in sala prove qualche volta a settimana, ci paragonerei piuttosto a grandi trii, tipo Aldo, Giovanni e Giacomo, da quanto siamo affiatati. Di conseguenza c’è anche una grande equità fra di noi, infatti Ale, a differenza di molti frontman, non vuole mai apparire più di noi, né in video, né in foto. Quando capita un’esibizione solo chitarra e voce sembra quasi infastidito.

  • Prima si parlava di malinconia e nostalgia, ascoltandovi però emerge molto altro, ogni tanto anche un filo d’ironia. Cito da “Le Chiavi di Casa”: “e non mi frega niente se sarò noioso o poco divertente/ sai com’è, alle volte sembro meglio di me”. Nella vita pensate di sapervi divertire e prendere poco sul serio?

Ci piace l’autoironia e siamo tutti estroversi e “casinari”. Tutto ciò si riflette nella nostra musica anche con una certa aggressività di alcuni arrangiamenti. Le chitarre distorte e la batteria molto presente de “Le chiavi di casa” sono ottimi esempi di una libertà espressiva che deriva da questo nostro modo di essere.

In tutto questo non bisogna dimenticarsi lo zampino di Zibba, nostro punto di riferimento, prima ancora che produttore. Ha un talento smisurato nella scrittura e infatti Ale ed io abbiamo seguito un corso tenuto da lui proprio su questo. È stata una grande soddisfazione quando gli abbiamo portato i nostri testi e non li ha corretti.

  • Domani entrate al supermercato e, mentre state cercando una roba su uno scaffale, in radio parte una vostra canzone. Mettete nel carrello le prime tre cose che avete davanti e cercate di andar via prima possibile o iniziate a far finta di suonare con i pacchi di pasta e la carta igienica?

Se dovesse mai succedere, secondo me, impazziamo. Fin dalle prime volte che abbiamo sentito i nostri brani in radio, anche locali, c’è stata grande emozione, non oso immaginare se dovesse capitare in un supermercato o per strada. A proposito, ci tengo a ringraziare Radio Onda Ligure per l’interesse che ci ha sempre dimostrato passando i nostri pezzi.

  • Chiudiamo con una domanda sui progetti futuri, lascio decidere a te la quantità e la caratura degli spoiler.

Posso dirti tranquillamente che stiamo lavorando a un disco. Pubblicare singoli è bello, ma la nostra età media è di circa trent’anni e in parte ci sentiamo di un’altra era: avere un album da poter suonare ai concerti ci esalta di più che pubblicare una sfilza di singoli. Non è detto che non ne usciranno altri, ma il nostro obiettivo è un altro.

Vis a Vis di Ivàn Escobar

La serie Vis a Vis, inserita nel catalogo Netflix, ha avuto una storia abbastanza travagliata. Dopo le prime due stagioni, andate in onda solo in Spagna, la serie è stata cancellata. La sua fama mondiale, dovuta anche al traino de La casa di carta, la si deve a Fox e Netflix che ne hanno comprato i diritti e hanno prodotto le ultime due stagioni.

Le prime due stagioni sono ambientate in carcere a Cruz del Sur, location che cambia nella terza e quarta stagione. Il trasferimento delle detenute a Cruz del Norte è l’escamotage che la produzione Fox trova per stravolgere la serie e abbandonare numerosi personaggi secondari.

La serie inizia con il coinvolgimento della protagonista della serie, Macarena (interpretata da Maggie Civantos), in loschi traffici e per questo viene prima beccata e poi arrestata.

Macarena si trova improvvisamente catapultata in una realtà completamente differente dove deve far fronte al rapporto con altre detenute. Il rapporto più difficile sarà quello con Zulema (interpretata dalla grande Najwa Nimri), la più pericolosa, violenta, infida, sleale e temibile delle detenute. 
Il personaggio di Macarena, durante le varie stagioni, subisce una forte trasformazione: il carcere e i meccanismi interni tra le detenute trasformano il suo carattere docile, rendendola una persona che non si tirerà indietro di fronte alla lotta per la sopravvivenza nel carcere.

La cosa più bella e intrigante di questa serie? Ovviamente, il rapporto tra le due iniziali rivali, Macarena e Zulema. Perché scrivo iniziali? Perché Macarena capisce che per sopravvivere deve allearsi con Zulema, che è a capo di Cruz del Sur prima e di Cruz del Norte dopo.
Le due, con il tempo, impareranno a fidarsi l’una dell’altra, partendo dai vari tentativi di Zulema di ammazzare Macarena e viceversa, fino ad arrivare a salvarsi la vita a vicenda in più occasioni. 

La serie ha avuto così tanto successo da spingere Netflix a produrre uno spin-off: Vis a Vis – El Oasis. Definto spin-off ma offerto in catalogo come quinta stagione dell’originale.

Le protagoniste di Vis a Vis in questa nuova avventura riprendono le loro vite da donne libere ma in poco tempo diventeranno partner in crime. Se volete saperne di più, non vi resta che guardare la serie. 

Buona visione!

Early Vibes, il reggae ligure è cultura e innovazione

È uscito da poco As Big As The Sea, il nuovo album degli Early Vibes, tra i gruppi leader della scena reggae ligure. Dieci tracce che non sono solo spensieratezza, come ci hanno spiegato Francesco Zaga Gulino (voce) e Tomaso Razeto (chitarra solista).

  • As Big As The Sea ci mette davanti a un reggae molto diverso e contaminato, rispetto a quello del vostro primo album. Inoltre, la saggia mano di Simone Torlai, produttore e chitarra ritmica della band, ha dato vita a una produzione notevole, variegata nelle sonorità e nelle atmosfere dei brani. Com’è stato il processo che vi ha portato a queste novità e come stanno reagendo i fan?

(T) I brani nascono da bozze che in molti casi abbiamo già da tempo, su cui scriviamo poi i testi e lavoriamo in studio. Il cambio di direzione parte dalla voglia di sperimentare un po’, alimentata dal fatto che le idee di partenza stavano già mutando in modo del tutto naturale. È un’evoluzione rispetto al nostro album d’esordio, che attraverso un aspetto roots, va pian piano a definire il nostro stile. Sono canzoni che abbiamo fatto nostre, in cui si sente la personalità di ognuno di noi, che se in fase di creazione può essere motivo di attriti, nel lavoro finito è senza dubbio il valore aggiunto.

Abbiamo avuto anche molto tempo per scrivere gli arrangiamenti, che sommato a una maggiore esperienza, si è tradotto in alcuni casi anche nella trasformazione di una stessa canzone durante il processo. L’esempio più lampante è Fight The Guns, che partendo da “un grappolino di note” iconiche di Gianluca De Pasquale alle tastiere, ha preso un’inaspettata deriva hip hop, sfociata in parte nell’elettronico anche grazie all’effettistica, soprattutto sulla batteria.

Per quanto riguarda i primi riscontri siamo molto contenti, perché gli ascolti sulle piattaforme stanno aumentando e i commenti degli addetti ai lavori sono positivi. L’aspetto promozionale è sempre in divenire, come sempre per le band indipendenti.

  • Nella nuova formazione senza coriste, la tua voce Zaga diventa ancora più protagonista, con i cori di Gianluca che ti affiancano solo in qualche pezzo. Anche in termini di scrittura, questo è un album molto cantato. Come ti trovi da vero perno della canzone?

(Z) In ambito di ricerca delle melodie spero si noti una maggiore maturità, dovuta allo studio e al naturale effetto del tempo. Più migliori, più cresci, più ti fondi con la musica e lasci che sia lei a guidarti nella composizione. Mi capita sempre più spesso di partire dalla scrittura del testo, per poi arrivare alla melodia, al contrario di quanto facevo agli inizi. Probabilmente è questo il vero cambiamento, per quanto mi riguarda. Il fatto che la mia voce abbia più spazio è dovuto in parte alla mancanza delle coriste, ma anche al genere a cui ci siamo affacciati, che andando verso il roots ha un gusto più anni ’70, in cui i gruppi stessi cambiano e i classici cori a tre voci, in molti casi, lasciano spazio a un personaggio. Un esempio su tutti è Jimmy Cliff, che a partire dagli sgoccioli degli anni ’60, è un artista solista noto per il suo nome e non per quello di una band. La nostra fortuna è anche quella di avere un vasto background di ascolti, soprattutto di black music, che in questa evoluzione di suono e identità ha avuto un ruolo fondamentale.

  • Quei pochi cori che ci sono, però, donano un gusto fresco ai brani. Mi riferisco per esempio a Black Night, il pezzo che più mi è rimasto in testa al primo ascolto. Ci sono tante emozioni diverse che si susseguono e il titolo può sembrare fuorviante a prima vista, dato che il pezzo inizia decisamente gagliardo. Volete raccontarci il significato del testo?

(Z) Il testo di Black Night è un dialogo tra un migrante in partenza e una persona che vorrebbe proteggerlo, cercando di metterlo in guardia su importanti problematiche a cui andrà incontro, nella maggior parte dei casi ingiustizie e discriminazione. L’ambientazione è quella di una notte crudele di navigazione, che il protagonista deve superare se vuole raggiungere il territorio europeo, sempre che il viaggio vada a buon fine. Sappiamo infatti che durante queste traversate non sono poche le persone che perdono la vita. È una tematica forte, importante e attuale, che con la chitarra ritmica quasi rocksteady dà vita a un reggae più metropolitano.

  • Il disco non spunta fuori di punto in bianco. Qualche singolo anticipatore l’avete pubblicato anche voi e fra questi c’è il pezzo, forse, più anomalo, musicalmente parlando: So Many Times. Come vi è venuta l’idea di andare a ripescare la tradizione nayabinghi e i suoi tipici tamburi?

(T) È una di quelle canzoni che partono da molto lontano. Anni fa, quando ho fatto sentire per la prima volta il giro di chitarra acustica a Simo (Simone Torlai, ndr), mi ha detto subito “potremmo farla nayabinghi”. L’abbiamo lasciata a decantare un po’, fin quando Zaga ha tirato fuori testo e melodia.

(Z) È il brano più intimo dell’album, in cui non si guardano più aspetti esterni, ma solo dentro di sé. È un po’ come girare gli occhi al contrario, piuttosto che parlare di problemi che ci troviamo davanti. Da questa riflessione introspettiva emerge la malinconia di certi momenti della vita, in cui ci si sente soli e si riflette intensamente sulla propria esistenza.

Non a caso l’abbiamo scelta come penultima canzone dell’album, ce ne sono diversi nel reggae che finiscono con un nayabinghi e devo dire che come chiosa la sentiamo molto adatta: alla fine di un disco impegnato come il nostro, è giusto non voler stimolare una reazione impulsiva nei confronti delle difficoltà di tutti i giorni, ma una riflessione che porti a unirsi e non perdersi in questo vasto mare.

  • Si può dire che la canzone Cultural Heritage sia un manifesto, quasi una dichiarazione d’amore verso il vostro genere, possibile chiave di lettura del mondo e della vita. Qual è stato lo spunto che vi ha ispirati per scriverla?

(T) Il brano nasce da un riconoscimento che l’anno scorso ci ha riempito il cuore, dichiarando il reggae patrimonio dell’umanità, proprio a causa dei messaggi di pace che ha sempre mandato. A quel punto la sensazione è stata “ok, allora non lo vedo solo io!”, quindi sarebbe stato quasi impossibile non scrivere un pezzo con questi presupposti.

(Z) Ecco perché Cultural Heritage è proprio un inno all’unione e all’amore, il ritornello dice infatti “One voice for love/[…]One unity, just one human nation”. (T) Il rapporto che abbiamo con la musica e in particolare con il reggae è viscerale, è ciò che ci fa vivere e sopravvivere, non in termini economici, ma di necessità. È la costante a cui non smettiamo mai di pensare, anche nei periodi in cui possiamo dedicarci meno a suonare per qualsiasi motivo, e quindi si crea una sorta di senso di colpa, o ancor meglio di fastidio, come se non riuscissimo a dare a una compagna di vita le attenzioni che merita e vorremmo darle per sentirci vivi.