NonDiario Sanremese Extratime – Articoli postumi

Mercoledì 12 febbraio, giorno 4 d.F. (dopo Festival, va da sé) in base al calendario stilato la scorsa settimana.

L’epopea sanremese è un enorme sabato sera intervallato da altrettanto enormi lunedì mattina. Di conseguenza, l’immediato presente somiglia a una domenica da coma di cui non si vede la fine. Ovatta negli orecchi, ferro in bocca. Inteso come gusto amarognolo ma pure pistola, per i più audaci.

La serata di sabato, quella vera, ha giocato secondo regole tutte sue. Sipario sul Festival intorno alle 2 e mezza. La spedizione di Campuswave, con l’ovvia destinazione del dj set di Radio 2 a Casa Sanremo, abbandona il campo base alla soglia delle 3. Parecchia selezione all’ingresso: c’è chi rischia di non entrare. Giammai, tutti o nessuno! Alle 4 passate siamo finalmente dentro e al gran completo: chi a ballare, chi a tentare dichiarazioni d’amore acrobatiche all’insegna della coppia che scoppia in console, Ema Stokholma e Andrea Delogu.

Un paio d’ore e persino Casa Sanremo spranga i battenti. L’alba. Cos’è, un giro in piazza Bresca non lo fai?

Ritroviamo Massimo Morini, the Special One. U Speciâle. Ci sediamo ai tavolini di un bar, che definire chiuso è eufemismo indegno delle nostre pagine. Attorno a noi, Caporetto. SuperMax ci spaccia i soliti retroscena: la platea comincia ad accusare le angherie di Morfeo, ma pendiamo dalle sue labbra. Lo abbracciamo, ci diamo appuntamento al ’21 (“Non perdiamoci di vista, eh!”) e prendiamo il cammino della Visitazione.

Rincasiamo alle 7 e mezza, freschi come Riviera dei Fiori impone. Buonanotte principi del Maine, re della Nuova Inghilterra.

Il rientro di domenica ha rappresentato la consueta scalata al K2. I minuti di sonno messi in cascina? Un centinaio. Le borse da caricare in macchina? Eccessive. Mi tocca guidare? Naturale. Posso fiondarmi a casa a dormire? Alle 15 c’è Genoa-Cagliari e sono 18 anni ininterrotti che vado allo stadio. Capisco l’antifona e, come in sogno, mi arrendo all’evidenza.

Alla guida nelle ore notturne

Io e Nadia, sui seggiolini del Ferraris, sembriamo lobotomizzati. La partita va come deve. Lunedì mattina passo un’ora e mezza in banca. Faccio la spesa (dal frigo uscivano solo sterpaglie rotolanti stile Vecchio West) e abbozzo delle pulizie di casa. Il lavoro arretrato mi guarda dall’angolo in alto a destra della scrivania. Gli sorrido, sornione.

Martedì cedo ai primi morsi di nostalgia e passo la giornata in radio, al campus, registrando un podcast (presto su questi schermi, stimati follower). Oggi allungo la mano fino all’angolo dx di cui sopra, ma negli intervalli compongo questo requiem.

Allegria!, annunciava il titolare della statua vicino all’Ariston. Ed è lì che torniamo.

A distanza, posso confermare i gradini del mio personalissimo podio. Elodie (Andromeda una volta al dì, prima dei pasti), Levante e Gualazzi, probabilmente in quest’ordine. MA. Al di là di ogni possibile valutazione a bocce ferme, sappiamo bene quale sia il solo criterio a cui prestare orecchio, la Cassazione, l’ultima e insindacabile verità. Il canticchiare ossessivo-compulsivo. E qui, inatteso, compare il VincitoreVincitoreVincitore (Festival, Critica 1 e Critica 2). Diodato.

Il cantante vincitore di Sanremo Diodato

Ho visto uomini tutti d’un pezzo sciogliersi in lacrime, dinanzi a Fai rumore, ed è da quando ho poggiato piede in casa che faccio partire e ripartire il video. Il testo mi parla, io lo ascolto. Dicono sia una dichiarazione d’amore, postuma pure lei, alla ex Levante. Giusto per aggiungere gravità al carico.

Postilla. Recuperate anche il video di Ringo Starr, uno spasso.

Chiusa. Diversi amici, miscredenti e infedeli: sia detto con affetto, si e mi domandano come faccia a piacermi tanto, questo nostro Festivàl della Canzone Italiana. Per loro rappresenta – con un’ingenuità che, in momenti di indulgenza, reputo persino tenera – nulla più di una sagra allargata, un momento di insostenibile orgoglio nazionalpopolare, una carnevalata mal riuscita. Once again: poveri, teneri ingenui.

Ditemi, amici cari. Da quando andare al circo ha significato travestirsi da pagliacci?

Con l’instillato dubbio, vi saluto. Buonanotte, Festival VentiVenti. E grazie a Campuswave, ogni volta e ogni volta ancora.

Alla prossima. Pace.

Matteo Faccio

Rassegna Stanca #4

Rassegna Stanca è il commento assonnato della mattina dopo: dove per mattina, naturalmente, si intenda un intervallo di tempo che non per forza si esaurisca col sole allo zenit. Rassegna Stanca è editoriale, cronaca, contrappunto, esperimento. Giacché la penna, l’autore o l’autrice, cambia di giorno in giorno, di articolo in articolo. Davide Rissotto chiude le danze, con la sua About last night.

La Rassegna di quest’oggi è Stanca, stanchissima, praticamente in pigiama.

La settantesima edizione del Festival ci costringe a un tour de force serratissimo. Nonostante le polemiche ricorrenti, da quest’anno si sfonda quotidianamente il muro delle due di notte.

Fortuna che la nostra kermesse preferita sa sempre regalarci grandissimi momenti di televisione, perle di spettacolo destinate a segnare per sempre l’immaginario comune del nostro Paese. No, non mi riferisco alla consacrazione di Leo Gassman come vincitore della sezione Nuove Proposte, né alle magistrali performance di Achille Lauro, per una volta passate in secondo piano. Punto il faro su Morgan, mi sembra chiaro.

In seguito alla sua rivisitazione futuristica di Sincero, il suo (ex) compagno di merende decide di abbandonare il palco, provocando l’uscita di scena dalla gare dei due. Insomma, Musica e Bugo scompare.

E pensare che solo qualche ora prima sembrava essersi placato l’altro grande “scontro” che aveva incendiato il Festival nelle serate precedenti: quello tra Fiorello e Tiziano Ferro. I due, che in più occasioni avevano battibeccato a suon di hashtag e interviste piccate, si sono ritrovati sul palco per duettare sulle note di Finalmente tu, concludendo la loro esibizione con un simbolico bacio sulle labbra che, forse, pone la parole fine alle loro incomprensioni.

Il bacio tra Honecker e Breznev nel celebre murale sul Muro di Berlino

Gioia, amore e sentimentalismo si sono imposti prepotentemente come temi ricorrenti in gran parte dei 24 brani in gara, ieri sera affidati al solo giudizio della sala stampa. La classifica finale (che non si capisce bene in che modo vada ad intaccare le classifiche precedenti, stilate nel corso della settimana) ha visto il trionfo di Diodato, tallonato da Francesco Gabbani (che a questo punto si candida ad essere il favorito per la vittoria finale) e dai Pinguini Tattici Nucleari.

Mai come in questa edizione, il risultato finale sembra incerto: la sensazione da Casa Sanremo è di totale equilibrio tra 4 o 5 artisti, apprezzati trasversalmente da buona parte del pubblico.

Siete impazienti di sapere come andrà a finire? Cenate leggeri, riposatevi nel pomeriggio e preparate i thermos, because I think it’s gonna be a long long night!

Davide Rissotto

Rassegna Stanca #3

Rassegna Stanca è il commento assonnato della mattina dopo: dove per mattina, naturalmente, si intenda un intervallo di tempo che non per forza si esaurisca col sole allo zenit. Rassegna Stanca è editoriale, cronaca, contrappunto, esperimento. Giacché la penna, l’autore o l’autrice, cambia di giorno in giorno, di articolo in articolo. Oggi tocca a Letizia Valle.

La Rassegna Stanca oggi è stanchissima e siamo sicuri ci perdonerete il clamoroso ritardo. Dopo due ore di sonno e sei di lavoro sono qui a raccontarvi la nostra serata cover Sanremo 2020.

Com’è andata la puntata più o meno lo sapete tutti, i TG ne parlano e sui social le notizie riempiono le nostre bacheche. Farò comunque un breve riassunto: 54,5% di share, Cristiano Ronaldo in prima fila, il monologo di Benigni, Tosca (con Piazza Grande) al primo posto, seguita da Pelù (Cuore matto) e dai Pinguini Tattici Nucleari (medley Papaveri e papere / Nessuno mi può giudicare / Gianna / Sarà perché ti amo / Una musica può fare / Salirò / Sono solo parole / Rolls Royce).

Come abbiamo vissuto la terza serata noi dalla casa del Grande Fratello però non lo sapete, eccetto qualche spoiler sui social (principalmente sui nostri profili privati). Serata alternativa. Campuswave si è divisa in due formazioni, la “nuova guardia” ha seguito il Festival dalla lounge di Casa Sanremo, mentre la “vecchia” è rimasta a casa a goderselo come ai tempi passati.

Come sia andata a casa non ve lo so dire, però posso raccontarvi qualcosa di come ce la siamo passata noi al Palafiori. Prima una doverosa precisazione: solo i più attenti e fedeli ascoltatori dei contenuti di Campuswave Radio avranno colto il riferimento alla casa del GF. Non sono impazzita e non siamo realmente a Cinecittà, ma potrete capire di più su questa citazione andando a vedere la nostra diretta Facebook di ieri di 2 alle 8.

A questo punto vi starete chiedendo: “Ma quando ci racconta qualcosa, questa?”. Tranquilli, è arrivato il momento!

Tra un drink e l’altro ci siamo scatenati sulle note delle cover più movimentate, in particolare la Non succederà più di Elettra Lamborghini e Myss Keta. La partecipazione della folla nella lounge non è stata particolarmente attiva, ma l’ambiente si è decisamente surriscaldato durante le esibizioni di Achille Lauro (molto apprezzata è stata la performance di Annalisa) e dei Pinguini Tattici Nucleari, oltre a qualche sussulto al momento della classifica.

Pochi istanti prima che Mika salisse sul Nutella stage abbiamo perso all’appello due componenti del gruppo, corse in piazza Colombo a sentire il loro idolo dell’adolescenza e tornate dopo l’esibizione decisamente soddisfatte.

Non vi racconterò altro della nostra prima serata del Festival a Casa Sanremo perché il bello è stato viverla. A domani con una nuova rassegna stanca, stanchissima, pressoché distrutta.

E visto che ormai siamo più vicini alla puntata di stasera che a quella di ieri, buona quarta serata di Festival!

Letizia Valle

NonDiario Sanremese – Elenco puntatA

  • La puntata di ieri è durata un sacco. Veramente tanto. Troppo. Michele Zarrillo arriva sul palco quando si svegliano i fruttivendoli. Nell’estasi o nel fango o nei kiwi in offerta speciale.
  • “Demoscopico” parola della settimana, direbbe Gramellini. Quindi noi diciamo del mese.
  • Giovani. Non ci dispiace Fasma e Marco Sentieri ci convince proprio. Ma poi è di Casal di Principe, birthplace dei boss di Gomorra, e ha sfondato a X-Factor Romania: un intreccio che manco Ammaniti sotto ketamina.
  • Big. Seconda tornata meglio della prima: Pelù e Tosca ne hanno viste tante e si mangiano il palco, con appena un giro d’olio locale a crudo.
  • I Pinguini Tattici Nucleari dopo Ringo Starr si sono fatti prendere la mano e ora sostengono che la loro Bergamo sia la Liverpool italiana. Fa già ridere così. In the town where I was born lived a man who costruì un sacco di case a Milano.
  • Capitolo a parte per la Principessa. Si contorce, ci mette l’anima (c’è chi parla di 21 grammi, la sua peserà almeno mezzo chilo), scandisce le parole che neanche all’Actors Studio. Che ci volete fare, è un’infatuazione di vecchia data. Avevo proprio gli occhi a cuoricino.
  • A Elettra Lamborghini e Levante (la Principessa, appunto) hanno scambiato i titoli, stile neonati nelle culle. Musica (E il resto scompare) e Tikibumbum, valutate voi.
  • Ospiti 1. Perdere l’amore non è la miglior variazione sul tema solo perché a De André è girato di scrivere Verranno a chiederti del nostro. E ogni volta è un pugno sul muso.
  • Ospiti 2. I Ricchi e Poveri si sono passati un tot di corna ma adesso sono tornati insieme. E Franco Gatti sembra il papà di Nadia, non fosse che il papà di Nadia è molto più ganzo.
  • Ospiti 3. Dopo l’esibizione di Paolo Palumbo ci sono stati 25” di silenzio, qui da noi. Ho cronometrato.
  • Marco Masini ieri sera non c’era ma sono due giorni che voglio dire che mi sembra un muezzin e ancora non c’ero riuscito.
  • Nole Djokovic è uno dei miei sportivi di riferimento: l’ho riconosciuto alla prima mezza inquadratura sulle prime file e per farci due scambi venderei la felpa di Campuswave. Non so se.
  • Nole Djokovic fa ben più ridere di Fiorello. Andate a vedervi le sue imitazioni dei colleghi su YouTube.
  • Foto con fiorellini gialli per staccare un attimo.
fiori gialli
  • Esordio stagionale di Campuswave a Casa Sanremo. Paghiamo i cocktail col QR Code e questa smaterializzazione del danaro non facilita eventuali regimi disintossicanti. Tantomeno regimi di spending review. Tipo fare la spesa col bancomat (io evito i contanti solo perché ho paura di essere foderato di centesimi di rame) e bippare il telepass al casello.
  • Stasera monologo di Benigni. L’affermazione si spiega da sé. Chi si dovesse lamentare del cachet subirà una sessione di cura Ludovico con tutta la controprogrammazone di Mediaset.
  • Amadeus non incappa in goffaggini. Niente scivola-scivola-scivola-scivoloni. Resisterà?
  • Giada, esponente delle nuove leve, a mezzanotte e 50 si è messa a registrare la puntata di un podcast. Nell’altra stanza tutti sbabbiavano per Tiziano Ferro e a fianco a lei c’era uno che russava. Uno dei nostri eh, non un passante sfiancato.
  • A proposito dei regaz di Campuswave. Nonostante sia il terzo giorno sbaglio ancora i nomi, ma non mollo e mi prendo delle confidenze. “Ciao Yle!”, “Io sono Letizia, Ylenia è andata via ieri”. Ciao, grazie.
  • Ho parecchio lavoro da fare. Durante un paio di call con delle agenzie di comunicazione stavo per chiedere un parere sui testi di Junior Cally.
  • Facevamo redazione su Leo Gassmann e per poco non ci picchiavamo. Motivo della faida, quante enne ci siano in coda al cognome. Io, ad esempio, ero dalla parte della doppia. Non ci credete? Ok, andiamo a controllare: sull’Internet si trovano entrambi i risultati. Ok, proviamo con i celebri avi: Vittorio Gassmann nasce nn ma ne leva una all’anagrafe; Alessandro Gassman fa il percorso inverso e torna Gassmann. Il figlio se ne sta. Vinciamo noi sostenitori della doppia, ma è una botta di culo.

Ecco, mi sembra una parola azzeccata con cui chiudere. Non fosse che un’altra ancora non la posso evitare.

Pace.

Matteo Faccio

Rassegna Stanca #2

Rassegna Stanca è il commento assonnato della mattina dopo: dove per mattina, naturalmente, si intenda un intervallo di tempo che non per forza si esaurisca col sole allo zenit. Rassegna Stanca è editoriale, cronaca, contrappunto, esperimento. Giacché la penna, l’autore o l’autrice, cambia di giorno in giorno, di articolo in articolo. Al secondo giro, Giulia Turri.

Ieri sera secondo appuntamento con il Festival della Canzone Italiana, che ha segnato l’entrata in scena di nuove figure, come Emma D’Aquino, Laura Chimenti e Sabrina Salerno.

Le prime a salire sul palco dell’Ariston sono state le nuove proposte con due sfide che hanno visto trionfare Fasma e Marco Sentieri, consentendo loro l’accesso diretto alla finale di venerdì sera.

Protagonisti della puntata, oltre ai cantanti in gara, molti ospiti di spicco come i Ricchi e Poveri in formazione completa, Zucchero, Gigi d’Alessio e infine Massimo Ranieri, che ha duettato con Tiziano Ferro sulle note di Perdere l’amore, riscuotendo molto successo in teatro.

La classifica provvisoria vede in testa Francesco Gabbani, seguito da Le Vibrazioni, Piero Pelù e i Pinguini tattici nucleari con la loro Ringo Starr.

Molto attesa, soprattutto dai giovani, Elettra Lamborghini, che si guadagna la ventunesima posizione, a soli tre posti di distanza da Achille Lauro e la sua esibizione stravagante della prima serata.

Nelle ultime tre posizioni troviamo Rancore, Bugo & Morgan e Junior Cally, che già prima della sua performance aveva fatto parlar di se per i suoi testi e per la sua partecipazione al Festival.

La città non si ferma neanche dopo la fine del Festival, nonostante sia già notte inoltrata. I cantanti danno vita a veri e propri concerti a Casa Sanremo per festeggiare la vittoria o per dimenticare la sconfitta, come nel caso degli Eugenio in Via Di Gioia che ieri sera hanno ironizzato sulla loro breve presenza in gara sulle note di Ho perso.

Giulia Turri

NonDiario Sanremese – Sorrentino o Garrone?

Interno giorno, sala degli sceneggiatori.

“Ok, il set ce l’abbiamo e mi sembra che ci trovi tutti d’accordo: festival musicale in cittadina sul mare. Divertente, nazionalpopolare, rassicurante, piace a nonne e bambini. Il problema è cosa metterci attorno. Fuori dal teatro, intendo. Idee, proposte?”

“Ci mettiamo attorno un sacco di gente strana, boss. Semplice ma d’effetto, ci lascia campo libero.”

“Togliamoci subito il pensiero, bravo Guidi. Aggiudicato. Gente strana tipo? Ognuno dica la sua e valutiamo.”

“Mmh… una vestita da antica romana?”

“Ti ascolto, Bernardini, ti ascolto. La traccia è quella giusta, ma dammi di più.”

“Una vestita da Cleopatra?”

“Bingo, fratello! Gli altri?”

“Una specie di santone. Con tonaca, crocifisso, capelli lunghi e sporchi, sguardo da pazzo. Uno di quelli che ti indica col dito e ti dice che sei destinato alla dannazione eterna se non smetti di ascoltare la trap.”

“Roba buona! Stiamo rifacendo Fellini, ragazzi!”

“Uno incatenato alle transenne?”

“Ok… e per cosa protesta?”

“Vuole farsi togliere una multa dalla municipale. No, banale. Vuole farsi togliere una multa dall’Agenzia delle Entrate. Facciamo critica sociale e ci accaparriamo commercianti e piccoli imprenditori.”

“Bene, sì. E poi tanta gente che sbrocca, naturalmente. Tutti pazzi per i cantanti, i presentatori, gli ospiti. Li guardano come fossero la Madonna in processione.”

“Un carrozzone, un circo!”

Una torcida delle meraviglie del trash: ai giornalisti la vendiamo così. I David di Donatello li raccogliamo col retino!”

“L’Italia al suo massimo. Cazzo, quanto amo questo Paese!”

“I genitori che portano a spasso i figli per farli conoscere ai discografici. Quelli che si fanno le foto con i manifesti del festival. I sosia dei vip.”

“Ma sei un king, Russo! Bene, signori, per adesso fermiamoci qua. Benchmark, riferimenti. Di Fellini abbiamo già detto, non possiamo farne a meno. Anche Pasolini ce lo riguardiamo… più recenti?”

“Beh, La grande bellezza e Reality mi sembrano più che in target.”

“Senza ombra di dubbio. Uno più visionario, l’altro la butta più sulla favola. E qui si pone la questione successiva. Pensiamo già a chi affidare la regia…”

“Boh, io resterei su questi due, intanto il budget non ci manca.”

“Ma infatti. Per una volta che i soldi ce li hanno dati, spendiamoli. E sia. Forza ragazzi, per alzata di mano. Sorrentino o Garrone?”

Sanremo Goes to the Movies: sarà certamente un colossal. Indiscrezioni sul titolo parlano di un ermetico Parà-papapa-parà. La critica lo amerà, i botteghini sono pronti a esplodere. Appena lo passano in chiaro lo guardiamo assieme, vi va?

Pace.

Matteo Faccio

Rassegna Stanca #1

Rassegna Stanca è il commento assonnato della mattina dopo: dove per mattina, naturalmente, si intenda un intervallo di tempo che non per forza si esaurisca col sole allo zenit. Rassegna Stanca è editoriale, cronaca, contrappunto, esperimento. Giacché la penna, l’autore o l’autrice, cambia di giorno in giorno, di articolo in articolo. Nel ruolo di capovaro, Diego Rubiera.

Secondo giorno a Sanremo e ne abbiamo già viste delle belle. Approdati in questa pittoresca cittadina due giorni fa, abbiamo avuto la possibilità di assistere in prima persona a quello che succede per le strade durante il Festival: visitatori provenienti da tutte le parti d’Italia, giornalisti e, udite udite, i cantanti in gara. In quale contesto? Mentre passavano sul red carpet e, come vedremo, non soltanto.

Passo dopo passo, prima di parlare dell’élite, partiamo da noi, il gruppo di Campuswave. Pochi mesi di pratica sono stati sufficienti per riuscire a fare riprese, foto e podcast (di qualità, concedetelo), ma soprattutto interviste ad alcuni dei big del Festival, esperienza che i nostri reporter non dimenticheranno facilmente. Ieri mattina l’onore è toccato ai Pinguini Tattici Nucleari.

Passiamo ora alle nostre considerazioni su quello che abbiamo visto sullo schermo ieri sera. Le Vibrazioni hanno saputo differenziarsi dagli altri grazie al loro pezzo decisamente di alto livello, ma anche grazie ad un altro aspetto che i demoscopici sembrano avere apprezzato, l’introduzione del linguaggio dei segni. In seconda posizione troviamo l’interpretazione energica e passionale di Elodie, con il pezzo scritto per lei da Mahmood, il campione in carica.

A seguire, in ordine, compaiono in classifica altri nomi di certo non sconosciuti al grande pubblico, di giovani ma anche di vecchietti. Infatti, artisti come Marco Masini e Rita Pavone, veterani di Sanremo e divenuti famosi prima che tanti ragazzi del gruppo di Campuswave nascessero, hanno sicuramente dato il loro contributo trasmettendo una carica al pubblico che, a mio modesto parere, è invidiabile, considerata la… notevole esperienza che hanno alle spalle. Non sta mica bene usare la parola età

Impressionante l’interpretazione di Tiziano Ferro della canzone di Mia Martini Almeno tu nell’universo. Indubbiamente toccante il discorso della giornalista italo-israeliana Rula Jebreal sulla violenza e le discriminazioni di cui le donne sono vittime nel mondo.

Noi di Campuswave siamo pronti a scommettere che vedremo ancora grandi sorprese a questo settantesimo Festival di Sanremo. E voi, cosa ne pensate?

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Diego Rubiera

NonDiario Sanremese 2018 (con un anticipo imbarazzante)

Conversazione su WhatsApp di ieri, vigilia della prima serata, intorno alle 23:

  • Carissimo Matte, ci aspettiamo come sempre il tuo racconto di Sanremo da lontano?
  • Ad oggi non credo Fe
  • Che peccato però
  • Sono in mezzo a un po’ troppe cose

Come a dire: per questa volta non se ne fa nulla. Spiace più a me che a voi – non sono mica io il portento, è questo mio amico ad essere un adulatore, glielo dico spesso – ma è un periodo incasinato, non so se riesco a mettermici, neanche per una cosa al volo.

Ebbene, ho resistito due ore e mezza/tre. Nemmeno il tempo di farli cantare tutti alla prima tornata, mannaggia. Prevedibile come l’invasione di palco o lo sforamento sui clock in scaletta.

Funziona così, in sostanza. Anno domini 2013: Campuswave va al Festival, io no, ma resto in radio a commentare. 2014 e ‘15: con un gaudio che non si può dichiarare, stacco il biglietto per Sanremo, mi intrufolo in sala stampa con gli altri e mi metto a scrivere un resoconto giornaliero, in forma di diario. Siccome non ne ho mai tenuti in vita mia, di diario vero e proprio non si può parlare. Tutto il contrario, a ben vedere.

Da lì, non me lo sono più levato di dosso, questo Festival benedetto, che logora chi non ce l’ha. Nelle scorse due edizioni, ho proseguito con la tradizioncina con un elzeviro alla fine delle cinque serate. Quest’anno, la farsa di cui sopra, che quantomeno inibisce il pippotto conclusivo.

Ma le intenzioni erano sincere, lo assicuro.

Appunti sparsissimi, di quelli che “lo scrivo sul post-it e lo piazzo sulla scrivania, tanto c’è l’adesivo e resta dove lo lasci”. Già, l’importante è non demordere.

Ornella Vanoni è costantemente sulla luna: gran dama della nostra canzone, ma a me fa un sacco ridere. Rivedere Bungaro, poi, mi ha fatto salire il brividino lungo la schiena: “Guardastelle”, ragazzi! Sanremo 2004! Ora mi aspetto Simone Tomassini o Riccardo Maffoni, per dire.

Fabrizio Moro canta la stessa canzone da dieci anni, è curioso. Giuro, mi aspettavo un “Pensa!” a ogni verso.

Facchinetti e Fogli (The Fafos) cantano “Tu sei la mia vita” (chi se la ricorda?) ed è subito catechismo. Annalisa ha un pezzo difficile da dominare: è salita sull’ottovolante dopo l’hot dog ma non le è servito neppure un Maalox. Caccamo, invece, ha patito forte. Ma i parallelismi tra i dolori intestinali e il suo cognome non sono ammessi, grazie.

Enrico Ruggeri somiglia e si chiama quasi uguale a un mio ex prof all’università e questo un pelo mi destabilizza. Comunque, sembra abbia rapito i Radiohead e costretti a scrivergli il pezzo. Forte! Ancora: il gioco di parole non l’ho cercato.

Diodato e Roy Paci mi gustano e Max Gazzè, pur non al meglio (affaticamento muscolare, se ne saprà di più alla rifinitura di venerdì), gioca un altro campionato.

L’effetto complessivo è che la squadra assemblata non corrisponda ai gusti, alle prenotazioni, alle spese, ai concerti, ai dischi, alle playlist, agli iTunes, agli Spotify, alle novità cercate e apprezzate dal pubblico, che stia lì il gran cruccio festivalesco, in questa occasione più che in altre. Chissà le nuove proposte…

In tale ottica, i regaz dello Stato Sociale rappresentano un’incognita. Lo Stato SocialeX. Non ho capito se abbiano messo su una figata o una boiata storica. Tutto un po’ facilino, per carità, ma la signora che balla, a mio modo di vedere, racconta una bella storia e oscura il mito della scimmia di Gabbani. “2001: Odissea in Balera”.

Ciò che conta, e li differenzia dal pacchetto, è che riescano a cantare la contemporaneità. Banale, ma lei.

E qui casca l’asino. Teoria delle stringhe? Al massimo ci allacciamo le scarpe a Fiorello! Il Nobel per la fisica va agli autori del Festival, che hanno trionfato laddove fallirono, non so, Thomas Edison, Einstein, Sheldon Cooper (che non so se ci abbiano mai provato, a parte Sheldon: se vi vengono in mente altri e più pertinenti scienziati, contattateci). Si sono inventati la macchina del tempo, signore e signori!

Il Prima Festival è live from 1965, la “puntata” in sé non fa tanto meglio. Ok, va di moda il vintage, tirano un sacco i mobili anticati, lo shabby chic, i mercatini dell’usato, le camicie di flanella e spendere 40 cucuzze dal barbiere per farsi spuntare la ricrescita guanciale. Il drive della nostalgia, il discreto fascino del vetusto. Capisco tutto. Il pubblico di Rai 1 è vecchio, a quanto pare disposto a pagare 51 centesimi per ogni televoto via SMS (la pronuncia è “s-m-s”) e – formula magica per dimostrarne la pigrizia senza pari – “non va mai oltre il 9”. Però così è fin troppo, no?

I fantomatici social, ad esempio, vengono citati come un prodigio, un fenomeno mistico. “Anche sui social parlano di noi!” E tutti a darsi di gomito. Saranno i canali dal 51 al 60?

Il paradosso c’è e si vede. Noi studiamo la Comunicazione, la Scrittura, il Management dei Media, ci danniamo l’anima, per poi scoprire che il segreto è non cambiare nulla. Mai. Baudo alle ciance.

Come in Serie A, ormai giocano tutti col tridente. Quello del Napoli è più forte, lo dico subito.

In ogni caso, Favino ha la gran stoffa dell’attore, dell’attore vero. E, dato che sui palchi ci si possono fare un sacco di cose e su quello dell’Ariston, in fase di conduzione, quest’anno pare si reciti, è sorprendentemente l’annunciatore più a suo agio.

Baglioni è da mo’ che si fa (s)tirare, non è proprio una novità. Ma con tutte quelle luci lo sbrilluccichio è inevitabile e le infiltrazioni si evidenziano. Diventerà gran materia di discussione, su quei social misteriosi di cui si diceva. A un mese dalle elezioni, poi. “La plastica come emblema e sostanza del Novecento”: buono per una tesina di Sociologia.

La Hunziker deve avere un ritratto che invecchia al suo posto nascosto in soffitta. Il fiore contro la violenza sulle donne puntato su una zinna tracheale, però, sortisce uno strano effetto. Anche più effetti contemporaneamente. Per carità, ognuno è libero di mostrarsi come e quanto gli/le pare, ma per stridere, stride. Michelle, ma belle…

Vabbè, s’è fatta una certa – anche qui, nessuna battuta con Baglioni e con cosa farlo rimare. Le parole sono importanti, anche per questo Sanremo, ma quel che conta, oltre alle canzoni, sopra agli usi e i costumi (e i vestiti e le scarpe e i farfallini) è l’aria, l’aura della Sacra Kermesse.

Dovevo scriverlo, “kermesse”, è proprio un vizio che non mi so togliere.

Perdona le frasette al veleno, Sanremo, città che amo. Sai che non dico troppo sul serio, non affonderei il colpo neppure sotto minaccia. L’ho ammesso a più riprese: è il logorio della lontananza, il problema. Altri luoghi, altri suoni, altri Kolors.

Gli anni passati ero a Milano, distante 270 km. Da qualche mese faccio base a Torino, mi sono avvicinato. Ma sempre troppo poco, se apro la finestra e tendo l’orecchio al massimo sento gli spacciatori che contrattano sotto la neve. C’è della poesia, non lo nego, ma vuoi mettere con Barbarossa?

Parentesi: (

A ogni Festival, quando dicono “La bellezza della Liguria” e parte il filmato, mi sale un altro brivido, più che con Bungaro

Chiusa: )

Riparentesi: (

Ciao amici di Campusweiss, non mi stancherò mai di ripetere che vi invidio

Richiusa: )

La conclusione mi va d’improvvisarla.

Pace.

Matteo Faccio

#Sanremo2016, Il primo Sanremo non si scorda mai

Il mio Festival è iniziato così, scendo dal treno con una valigia, due borse, un sacchetto pieno di roba e una cassa di birra su una spalla. Sì, proprio una cassa di birra, perchè anche questo è il bello della goliardia Sanremese. Mi sembra già tutto meraviglioso, essere lì, tutti insieme, sotto lo stesso tetto, la mia prima trasferta Campuswave. La prima nottata, accampati come non mai,  di quelle poche ore di sonno ricordo i gomiti alti di Ale Mazzeo stile Paolo Montero in aria di rigore e il russare del Cigno, ma dove li mettiamo gli scherzi, i commenti pre sonno, i risvegli traumatici della Capobaracca Nadia.

E’arrivato il giorno della primissima, il ritiro del pass per Casa Sanremo, un giro per la piovosa capitale della Kermesse musicale, le dirette di Robi e la Gio con Bar Ariston, Cigno e Nax con Happy Hour Sanremo e infine il duo intellettuale Ale-Desso sul Red Carpet. In questa avventura mi sono occupato della parte social cioè la live tweeting su Twitter (non poteva essere altrimenti per l’autonominatosi Re del social dell’uccellino) e i post sulla pagina Facebook di Campuswave. Pasta, birra e commento libero, ma silenzio durante le canzoni: è iniziata la 66° edizione del Festival di Sanremo, Carlo Conti è impeccabile, ma lo sapevamo già, Madalina Ghenea è fantastica, Virginia Raffaele si dimostrerà la regina di questo Festival e Garko….bè….andiamo avanti…Wake Up ci aveva già conquistato, Robi su tutti, bocciati un rauco Morgan e gli immobili Iurato-Caccamo, rinviati al prossimo ascolto Fragola, Arisa e Noemi, sempre immortale Ruggeri. Gli ospiti, non posso essere magnanimo con Laura Pasini, la capobaracca mi bloccherebbe l’articolo, ma che forza d’animo e fisica il centenario atleta Giuseppe Ottaviani, infine il trio Aldo Giovanni e Giacomo con il quale si ride ma lo sketch ha fatto il suo tempo, da ricordare gli addominali di Giovanni.

Arriviamo alla seconda giornata, la prima in sala stampa, e mi sento come un bambino a cui hanno donato un giocattolo che aspettava da tempo, speaker, giornalisti, facce giovani, alcune meno, che dalle 9 di mattina fino alla fine della serata lavorano imperterriti per la loro testata giornalistica. Le conferenze stampa, hanno qualcosa di eccezionale, sono tutti molto disponibili, divertenti, le domande irriverenti di Matte Di Palma, vecchia conoscenza Campuswave, hanno messo un pò di pepe alla situazione. Si cena alla “Lucio Dalla”, cinese, twitter aperto con due profili (il mio e quello di Campuswave) e l’invasatura sta per iniziare. Le danze vengono aperte dai giovani, e ho già chi tifare, Chiara Dello Iacovo, mia ospite di Retweet una settimana prima, vince la sfida, sono già in visibilio, passa il turno anche Ermal Meta intervistato da noi la mattina stessa. I big, tanta attesa per Elio con i suoi 7 ritornelli, bene la freschezza della Michielin e i vestiti mozzafiato di Dolcenera e Annalisa, il resto è poco più che noia. O anzi, ci ha risvegliato dal torpore, Alessio Bernabei (sì, il fu Dear Jack) o per meglio dire Ariana Grande. Ramazzotti fa emozionare e cantare tutta la Sala e Ezio Bosso ci insegna cos’è la vita e la musica.  Poi arriva il momento tanto atteso, dopo 12 ore consecutive là dentro non vedevo l’ora, gli aneddoti ne precedono la fama, il  teatro dei sogni post Sanremo è il  Drunken Clam (cit. Griffin), le storie che escono da quel locale rimangono in quel locale, sentirsi come a casa.

La serata delle cover, sono settimane che ne parliamo, Dolcenera per noi aveva già vinto, Amore Disperato LA canzone di Campuswave, che nonostante non ci abbia fatto ballare per la sua versione modificata ci ha fatto emozionare, il resto è noia, tranne che per la Napoletanissima rappresentazione di 5 grandi testi cantati da Fragola, Rocco Hunt, Ruggeri, Neffa e Clementino, a fine serata immenso in Piazza Bresca, in pieno cuore sanremese, in mezzo alla gente, a Giletti sotto al palco, a noi a bocca aperta, la strofa cambiata e reppata con dedica a De Andrè. Il senatore Razzi ha dato un pò di trash al fine serata ma il clou è stato un altro, l’esibizione delle restanti 4 nuove proposte, Mahmood vince contro Michael Leonardi e Miele contro Francesco Gabbani. O forse no, perchè qua esce la destrezza dei social, soffiata dalla sala stampa e da twitter e riusciamo a dare la notizia per primi che il voto è da rifare, i voti al Roof, la sala stampa dell’Ariston non sono pervenuti del tutto, rifanno la votazione e si cambia il verdetto passa l’Amen di Gabbani e Miele rimane gabbata. Non potete capire come sia stato gasato da questo scoop, grazie alla mia passione più grande per Twitter, casa madre di Retweet il mio programma, l’esultanza sui sedili della Sala Stampa mi ha ricordato tanto Benigni alla vittoria del premio Oscar con La vita è bella. Quando il lavoro paga.

Ho iniziato sempre le mie mattine girando per Casa Sanremo, casa madre di Radio 105 e Radio Montecarlo, ma soprattutto ghiotta di occasioni da selfata per un maniaco come me, le interviste d’assalto a Alan Caligiuri e Fred De Palma le chicche di giornata. Le dirette su Periscope sanno di invasatura pura, ma immancabile nel 2016 per un corretto servizio pubblico in diretta live sul campo, rendendo tutta la sala una grande famiglia. Siamo un pò agitati, si giocano la vittoria Chiara Dello Iacovo e Ermal Meta del grande maestro Morini, Mahmood e Gabbani, il testo di quest’ultimo è molto forte, radiofonico, sanremese e infatti da rimesso in gara diventa vincitore, sono sinceramente dispiaciuto tifavo per Chiara e la sua “Introverso”, la Lucio Dalla la premia e a fine serata ci raggiunge per festeggiare con noi. Perchè il secondo posto è un risultato immenso per una ragazza di 20 anni con una voce e il sorriso di chi avrà un grande futuro. I big in gara, rischiano gli Zero Assoluto, Irene Fornaciari, Neffa, Dear Jack e Blue Vertigo, si rafforzano Rocco Hunt oramai nella testa degli italiani e un Ruggeri immortale con il suo romantic rock. Miele ha l’amara soddisfazione di cantare fuori gara, come ospite, Brignano ci fa ridere, per Elisa i 15 anni dalla sua vittoria con Luce, sembrano non essere mai passati, illuminando il palco dell’Ariston con la meravigliosa voce che la contraddistingue, ma all’urlo di Reality di Lost Frequencies, la genialata che non ti aspetti, mi improvviso CapoTreno e inizia lo show della Sala stampa Lucio Dalla, con in testa noi, tutti noi, le molle impazzite pronte a esplodere da un momento all’altro, veder ballare tutti ma proprio tutti che soddisfazione.

Siamo arrivati all’ultima, le 3/4 ore di sonno a notte iniziano a farsi sentire, Ale, Nadia e Desso rappresentano la Radio sul Red Carpet per un servizio su di noi creato proprio da quel genio che andrò a ringraziare fra poco.

Inizia a partire la malinconia, lo so, sono fatto così, sembra volato tutto via, tra le risate, il lavoro, l’emozione della prima, ma ci prepariamo, mangiamo a casa, la Gio ci prepara una cena fantastica e siamo lì incollati al televisore, tutti insieme, tranne un Robi giustificato per la sua Juve, che si gioca una fetta di scudetto contro il Napoli (padrone di casa a Sanremo tra cantanti,canzoni e compaesani) e un Koulibaly che fa gasare i bambini.

E’ il Festival dei record, 50% di share, uno spettatore su due incollato alla tv, è il giorno della finale ma anche di chi minaccia di buttarsi da un palazzo, la paura ma il servizio pubblico immancabile in diretta Periscope, perchè in fondo i giornalisti proviamo a farli, anche se in quei momenti ci viene molto difficile. Purtroppo anche quello è Sanremo. Torniamo alle canzoni in gara, fanno fatica a ingranare o a essere ricordate, ma Cristina D’avena ci fa tornare tutti bambini, mannaggia a lei io e la Nax stiamo ancora aspettando Denver e Renato Zero o forse era Panariello questo non lo so, subito dopo visto insieme a Pieraccioni, riunione di famiglia con re Carlo, amici da una vita presto in reunion a Verona. Momento Markettone. Dei 5 a rischio si salva Irene Fornaciari e parte la ricantata, siamo tutti divisi, Gio e Desso per Fragola, Nax con Elio, Roby con Wake up Guagliù nella testa, Cigno innamorato della Michielin, Franci e Ale non si sbilanciano e io mi butto sul fortissimo Ruggeri.

Ci va male, non avevamo contato loro, io li conoscevo per la canzone Acqua e Sapone colonna sonora dell’omonimo film di Carlo Verdone, il Cigno a fine serata mi fa “Ci sono rimasto (cit.), loro proprio non ce li siamo considerati”. Ecco è andata proprio così, ho avuto un dejavu, del 2011 e di Roberto Vecchioni con Chiamami ancora amore, pezzo che ho amato all’inverosimile e che ha riportato in auge il cantautorato, vincono la 66 edizione del Festival di Sanremo gli Stadio con “Un giorno mi dirai” e ne sono felice, la vittoria della rivincita per la musica italiana invasa dai talent. Fanno l’en plein di tutto, premiati anche per la migliore musica (dedica a Marco Pantani mancato il 14 febbraio del 2004), critica e serata cover, seconda Francesca Michielin e terzi gli inspiegabili, o forse sì, Deborah Iurato e Francesco Caccamo.

Il tutto con chiusura alle 2 di notte, “chiusura” certo, poi si va a festeggiare a Casa Sanremo, Chiaretta Dello Iacovo in coda per prendere da bere con noi si piglia un bel fiore da quel romanticone del Cigno proprio nel giorno di San Valentino, Ale in versione Winnie Pooh (ah già i Pooh ospiti mi ero svanito) a cui hanno tolto il Miele e poi il resto è vita vera, i discorsi con Rocco Hunt, forse il tasto big match non  dovevo toccarlo con lui.

Ecco qua, questo è stato il mio Sanremo, ho dimenticato sicuramente qualcosa ma come qualcuno mi ha detto oggi, “Ci aspettiamo un tuo postone di ringraziamento”, voglio farlo qua, uno per uno.

Partendo dal capitano di questo Sanremo, non me ne vogliano gli altri, Andrea De Sotgiu detto Desso, lo sa solo lui quante camicie ha sudato, il re dei DocuFestival, le ore passate a montare video per regalarci, per regalare emozioni e immagini di ciò che è stato, di ciò che siamo, una persona e un professionista pazzesco; la CapoBaracca che è più forte di un capitano, la presidentessa, il suo primo incitamento al risveglio, quante risate, l’ho fatta imbarazzare con la mia spontaneità,  ma lo so che mi vuole bene e poi…A MEEEEE????; Franci Mauro, lui lo sa che è il mio preferito, e lo devo ringraziare per ciò che è, di non cambiare mai che i primi giorni forse battuti da un pò di sconforto dovuti all’esordio nella kermesse, aiutandoci l’uno con l’altro siamo riusciti a fare qualcosa di buono; Ale bè Ale è come un fratello, un maestro a cui ispirarsi, la risata più bella e contagiosa di Campuswave, sempre pronto allo #SpiegoneMazzeo; la Gio, le facce che ci siamo fatti in determinate situazioni non hanno eguali, l’unica che alle 9 era già sveglia, tanta stima; Robi è un socio, ci guardiamo e sappiamo già cosa vogliamo dirci, la coppia è così uno completa l’altro, e poi quanto è unico a Sanremo? gli articoli alla Matte Faccio lo hanno consacrato a suo erede, infine Cigno, la maschera, il comico, l’imitatore, la voce, lui non ha bisogno di presentazioni basta starci insieme mezza giornata, è forte e le bacchettate di Ale lo hanno rianimato. Per non dimenticare i veterani Brux e Matte Di Palma, non più dei nostri ma membri insostituibili di una grande famiglia.

In conferenza stampa Enrico Ruggeri diceva che il Primo Sanremo non si scorda mai. Aveva ragione.

Luciano “Lucio” Parodi.

NonDiario sanremese (a distanza)

Milano, 9 febbraio 2016

Sapete che c’è? C’è che Sanremo mi manca un po’. Due miseri anni di sala stampa – mannaggia a lei! – e ho finito per assuefarmici, ci ho fatto il callo e l’abitudine.

Si, ma per quest’anno niente. I motivi sono diversi e non meritano di essere enumerati. Però due righe te le mando, Festival. Una pagina strappata ad un taccuino, un post-it giallo di quelli che mai una volta che restino incollati. Quasi una Lettera, o una NonLettera. Quasi una Cartolina, o una NonCartolina. Quasi un Diario, o… beh, l’antifona s’è capita. Il solito cacciapalle.

Dite ciò che volete e pensate, di queste mie parole, ciò che vi va. Ignoratele o condividetele. Mi è venuto da tirarle fuori e l’ho fatto. È tipo il flusso di coscienza di Joyce… o il riflusso gastrico allo stomaco, per volare più bassi. Non è che uno ci pensi, stai buono e ne paghi le conseguenze.

È stato un gesto impulsivo, una roba scritta a mano senza il tempo di pensarci su, in preda alla foga e all’invidia verso chi sta passando la settimana che vorrei passare io. Una scarica di vanità, un esercizio di stile. Oppure un modo per esorcizzare le tentazioni e allontanare l’agitazione. Per mettermi a sedere e tirare il fiato. Come una sbronza ben presa. Una sorta di masturbazione emotiva: mi do piacere da solo e tanto basta. Chissà.

A me Sanremo piace. La città, dico: raffinata, elegante come una villeggiatura anni ’30, profumata dai venti di Ponente. Bella come una ragazza spiata di nascosto. Dal profilo francese, come l’Andrea di Faber. Non ci avevo mai messo piede, prima del Festival del 2014, e ora ci torno sempre volentieri. Piacevoli congiunzioni hanno fatto sì che, di recente, frequentassi spesso e volentieri la Riviera dei Fiori, l’estremità occidentale della nostra meravigliosa striscia di rocce sul mare.

Ebbene, di sovente non ho resistito alla tentazione e mi sono allungato fino a Sanremo. In periodi extra Festival, va da sé. Senza confusione, quasi ai limiti della noia. Comunque, ogni maledetta volta, ai piedi dell’Ariston o ai varchi del Palafiori, ricordo. Irrimediabilmente. E, anche senza volerlo, sorrido. Percorro tutta la passeggiata del centro, quella che arriva fino al casinò, con i nomi dei vincitori della kermesse incisi sulle piastrelle di ottone, e faccio l’italiano medio. Con piacere e senza la minima traccia di vergogna. Perché è senza vergogna che dichiaro il mio amore per il Festival: è un’unione civile per gioco, la nostra, ma è pura e sentita. E mi fa bene allo spirito, come un bicchiere di vino buono o un bacio rubato.

Così, adesso, ascoltando Sorry Seems To Be The Hardest Word, penna voce e piano del baronetto più posh del pianeta, ho scritto di te, Sanremo. Perché ti voglio bene, anche se stavolta ci siamo traditi, allontanati senza ragione, e a stento salutati, oggi, incrociandoci sui marciapiedi grigi di quest’altra città. Però, mi domando, chi ha detto che tradirsi voglia dire non amarsi più?

Mandami uno dei tuoi fiori, piccola, anche il più striminzito, e sarò sempre qui a perdonarti, farti la corte e correrti dietro a perdifiato.

Mi hai visto crescere, ché sono cresciuto più da quando ti ho vista che in tutta la mia vita precedente. Anche se non mi andava.

Sanremo risate e sbadigli, sbattimenti e notti senza fondo. Incazzature, maroni che girano, mal di pancia, colpi di fulmine, palpeggiamenti, sudore, puzzo, alcol, sigarette, grida e stonature. Scalette e gradini vari, per non si sa dove. Tutta roba inutile, in fin dei conti. Ma non c’è nulla di più appagante dell’inutilità. O sbaglio?

Mi va a genio tutto del Festival: le transenne, gli incontri che non ti aspetti in Piazza Bresca, persino le canzoni. Forse non subito, ma col tempo tutto si aggiusta. Casa Sanremo, poi, ti manda fuori di testa: è La grande bellezza, suppergiù. Mi piacciono i programmi del pomeriggio di Rai2, che fanno a gara a chi è più trash ma vorrei guardare per ore. I ristorantini che non spostano una sedia da decenni, figurarsi cambiare i menù. Mi piace il luvego di febbraio, i raffreddori, gli scrosci di pioggia che non si perdono un’edizione. Perché anche loro lo sanno: esserci, fuor di buonismi, è tutta un’altra vita.

E proprio per questo, siccome sono arrabbiato, stavolta ti ho guardato con la coda dell’occhio. Ho pure cambiato canale (Sacrilegio!), più spesso di quanto sia disposto ad ammetterti. Per dirla tutta: mi sono perso la fine. Echissenefregadelleclassifiche. Ho guardato l’inizio, comunque. Chi voglio prendere in giro: l’ho aspettato in trepidante attesa, roba che neanche le mie nipotine coi regali di Natale. Caspita, la carrellata dei vincitori è stata davvero notevole. Parole e musica della storia del dopoguerra italiano. Giù il cappello. Applausi e felicitazioni. Ma sarà l’unica lusinga che ti faccio, sia chiaro. Anzi, ora forse mi guardo un film. Tiè.

Anche se…

268 chilometri. Tre ore di auto. Peccato che l’auto qui non ce l’abbia. Oppure due giorni di cammino. Se mi sbrigo, va a finire che arrivo per la sera dei duetti. È sempre stata la mia preferita, a pensarci bene. Ah no! Per quest’anno, no. Io e Sanremo abbiamo litigato.

Ma sapete che c’è? C’è che mi manca. Ci avevo proprio fatto il callo e l’abitudine.

Sennò la bicicletta… Voglio dire: sulla Milano-Sanremo ci fanno pure la corsa. Che sarà mai.

Buonanotte, Festival. Ti auguro ogni bene.

Grazie dello spazio concessomi, Campuswave. Passo e chiudo.

Quasi dimenticavo! Pace.

Matteo Faccio