NonDiario Sanremese 2018 (con un anticipo imbarazzante)

Conversazione su WhatsApp di ieri, vigilia della prima serata, intorno alle 23:

  • Carissimo Matte, ci aspettiamo come sempre il tuo racconto di Sanremo da lontano?
  • Ad oggi non credo Fe
  • Che peccato però
  • Sono in mezzo a un po’ troppe cose

Come a dire: per questa volta non se ne fa nulla. Spiace più a me che a voi – non sono mica io il portento, è questo mio amico ad essere un adulatore, glielo dico spesso – ma è un periodo incasinato, non so se riesco a mettermici, neanche per una cosa al volo.

Ebbene, ho resistito due ore e mezza/tre. Nemmeno il tempo di farli cantare tutti alla prima tornata, mannaggia. Prevedibile come l’invasione di palco o lo sforamento sui clock in scaletta.

Funziona così, in sostanza. Anno domini 2013: Campuswave va al Festival, io no, ma resto in radio a commentare. 2014 e ‘15: con un gaudio che non si può dichiarare, stacco il biglietto per Sanremo, mi intrufolo in sala stampa con gli altri e mi metto a scrivere un resoconto giornaliero, in forma di diario. Siccome non ne ho mai tenuti in vita mia, di diario vero e proprio non si può parlare. Tutto il contrario, a ben vedere.

Da lì, non me lo sono più levato di dosso, questo Festival benedetto, che logora chi non ce l’ha. Nelle scorse due edizioni, ho proseguito con la tradizioncina con un elzeviro alla fine delle cinque serate. Quest’anno, la farsa di cui sopra, che quantomeno inibisce il pippotto conclusivo.

Ma le intenzioni erano sincere, lo assicuro.

Appunti sparsissimi, di quelli che “lo scrivo sul post-it e lo piazzo sulla scrivania, tanto c’è l’adesivo e resta dove lo lasci”. Già, l’importante è non demordere.

Ornella Vanoni è costantemente sulla luna: gran dama della nostra canzone, ma a me fa un sacco ridere. Rivedere Bungaro, poi, mi ha fatto salire il brividino lungo la schiena: “Guardastelle”, ragazzi! Sanremo 2004! Ora mi aspetto Simone Tomassini o Riccardo Maffoni, per dire.

Fabrizio Moro canta la stessa canzone da dieci anni, è curioso. Giuro, mi aspettavo un “Pensa!” a ogni verso.

Facchinetti e Fogli (The Fafos) cantano “Tu sei la mia vita” (chi se la ricorda?) ed è subito catechismo. Annalisa ha un pezzo difficile da dominare: è salita sull’ottovolante dopo l’hot dog ma non le è servito neppure un Maalox. Caccamo, invece, ha patito forte. Ma i parallelismi tra i dolori intestinali e il suo cognome non sono ammessi, grazie.

Enrico Ruggeri somiglia e si chiama quasi uguale a un mio ex prof all’università e questo un pelo mi destabilizza. Comunque, sembra abbia rapito i Radiohead e costretti a scrivergli il pezzo. Forte! Ancora: il gioco di parole non l’ho cercato.

Diodato e Roy Paci mi gustano e Max Gazzè, pur non al meglio (affaticamento muscolare, se ne saprà di più alla rifinitura di venerdì), gioca un altro campionato.

L’effetto complessivo è che la squadra assemblata non corrisponda ai gusti, alle prenotazioni, alle spese, ai concerti, ai dischi, alle playlist, agli iTunes, agli Spotify, alle novità cercate e apprezzate dal pubblico, che stia lì il gran cruccio festivalesco, in questa occasione più che in altre. Chissà le nuove proposte…

In tale ottica, i regaz dello Stato Sociale rappresentano un’incognita. Lo Stato SocialeX. Non ho capito se abbiano messo su una figata o una boiata storica. Tutto un po’ facilino, per carità, ma la signora che balla, a mio modo di vedere, racconta una bella storia e oscura il mito della scimmia di Gabbani. “2001: Odissea in Balera”.

Ciò che conta, e li differenzia dal pacchetto, è che riescano a cantare la contemporaneità. Banale, ma lei.

E qui casca l’asino. Teoria delle stringhe? Al massimo ci allacciamo le scarpe a Fiorello! Il Nobel per la fisica va agli autori del Festival, che hanno trionfato laddove fallirono, non so, Thomas Edison, Einstein, Sheldon Cooper (che non so se ci abbiano mai provato, a parte Sheldon: se vi vengono in mente altri e più pertinenti scienziati, contattateci). Si sono inventati la macchina del tempo, signore e signori!

Il Prima Festival è live from 1965, la “puntata” in sé non fa tanto meglio. Ok, va di moda il vintage, tirano un sacco i mobili anticati, lo shabby chic, i mercatini dell’usato, le camicie di flanella e spendere 40 cucuzze dal barbiere per farsi spuntare la ricrescita guanciale. Il drive della nostalgia, il discreto fascino del vetusto. Capisco tutto. Il pubblico di Rai 1 è vecchio, a quanto pare disposto a pagare 51 centesimi per ogni televoto via SMS (la pronuncia è “s-m-s”) e – formula magica per dimostrarne la pigrizia senza pari – “non va mai oltre il 9”. Però così è fin troppo, no?

I fantomatici social, ad esempio, vengono citati come un prodigio, un fenomeno mistico. “Anche sui social parlano di noi!” E tutti a darsi di gomito. Saranno i canali dal 51 al 60?

Il paradosso c’è e si vede. Noi studiamo la Comunicazione, la Scrittura, il Management dei Media, ci danniamo l’anima, per poi scoprire che il segreto è non cambiare nulla. Mai. Baudo alle ciance.

Come in Serie A, ormai giocano tutti col tridente. Quello del Napoli è più forte, lo dico subito.

In ogni caso, Favino ha la gran stoffa dell’attore, dell’attore vero. E, dato che sui palchi ci si possono fare un sacco di cose e su quello dell’Ariston, in fase di conduzione, quest’anno pare si reciti, è sorprendentemente l’annunciatore più a suo agio.

Baglioni è da mo’ che si fa (s)tirare, non è proprio una novità. Ma con tutte quelle luci lo sbrilluccichio è inevitabile e le infiltrazioni si evidenziano. Diventerà gran materia di discussione, su quei social misteriosi di cui si diceva. A un mese dalle elezioni, poi. “La plastica come emblema e sostanza del Novecento”: buono per una tesina di Sociologia.

La Hunziker deve avere un ritratto che invecchia al suo posto nascosto in soffitta. Il fiore contro la violenza sulle donne puntato su una zinna tracheale, però, sortisce uno strano effetto. Anche più effetti contemporaneamente. Per carità, ognuno è libero di mostrarsi come e quanto gli/le pare, ma per stridere, stride. Michelle, ma belle…

Vabbè, s’è fatta una certa – anche qui, nessuna battuta con Baglioni e con cosa farlo rimare. Le parole sono importanti, anche per questo Sanremo, ma quel che conta, oltre alle canzoni, sopra agli usi e i costumi (e i vestiti e le scarpe e i farfallini) è l’aria, l’aura della Sacra Kermesse.

Dovevo scriverlo, “kermesse”, è proprio un vizio che non mi so togliere.

Perdona le frasette al veleno, Sanremo, città che amo. Sai che non dico troppo sul serio, non affonderei il colpo neppure sotto minaccia. L’ho ammesso a più riprese: è il logorio della lontananza, il problema. Altri luoghi, altri suoni, altri Kolors.

Gli anni passati ero a Milano, distante 270 km. Da qualche mese faccio base a Torino, mi sono avvicinato. Ma sempre troppo poco, se apro la finestra e tendo l’orecchio al massimo sento gli spacciatori che contrattano sotto la neve. C’è della poesia, non lo nego, ma vuoi mettere con Barbarossa?

Parentesi: (

A ogni Festival, quando dicono “La bellezza della Liguria” e parte il filmato, mi sale un altro brivido, più che con Bungaro

Chiusa: )

Riparentesi: (

Ciao amici di Campusweiss, non mi stancherò mai di ripetere che vi invidio

Richiusa: )

La conclusione mi va d’improvvisarla.

Pace.

 

Matteo Faccio

#TeLoDiceIannaccone : Sanremo 2017 – Prima serata

Il giorno dopo la prima serata di “Sanremo 2017”, mentre tutte le testate giornalistiche cartacee e on-line, vi propongono analisi e contro analisi sulle canzoni presentate dai “campioni” in gara, io vi propongo le mie opinabili opinioni della prima puntata della 67° edizione del festival della canzone italiana dal punto di vista televisivo.

L’inizio è stato tra i più suggestivi ed emozionanti grazie al contributo audiovisivo contenente le canzoni delle sessantasei passate edizioni che pur non essendo state vincitrici, hanno riscontrato un grandissimo successo e che hanno scatenato cori sia all’interno del teatro che nelle sale stampa.

Il contributo audiovisivo sui protagonisti in gara, aveva una grafica e una sequenze di immagini molto bella, peccato che i cantanti apparivano sempre con uno sfondo bianco durante l’intervista e sarebbe stato preferibile intervistarli all’interno del teatro “Ariston” per poter dare un legame inteso tra contanti e la splendida scenografia.

Molto emozionante la preapertura “Mi sono innamorato di te” cantata da Tiziano Ferro seguita dal buio totale in teatro per poi passare alla progressiva accensione del palco mentre l’orchestra esegue l’apertura “Vedrai, vedrai”, entrambe dedicate a Luigi Tenco per il 50° anniversario della sua morte avvenuta durante “Sanremo 1967” creando un forte legame tra Tenco e il Festival di Sanremo, purtroppo il momento è stato spezzato dallo stacco musicale che ha introdotto Carlo Conti sul palco staccava troppo dall’atmosfera creata dall’apertura in memoria di Luigi Tenco, sarebbe potuto entrare dalle scale sul finire di “Vedrai, vedrai” senza stacco musicale.

Maria De Filippi più che fare una partecipazione, come da lei specificato durante “L’intervista” di Maurizio Costanzo andata in onda la settimana scorsa su Canale 5, sembra fare la conduttrice della 67° edizione e Carlo Conti sembra la “spalla”.

Ottima la regia di Maurizio Pagnussat e altrettanto bella la scenografia futurista di Riccardo Bocchini.

I siparietti tra Carlo Conti e Maria De Filippi, sembrano ispirati allo stile di conduzione di Fabio Fazio e Luciana Littizzetto, che hanno condotto le edizioni 2013 e 2014.

[Andrea Iannaccone]

#Sanremo2016, Il primo Sanremo non si scorda mai

Il mio Festival è iniziato così, scendo dal treno con una valigia, due borse, un sacchetto pieno di roba e una cassa di birra su una spalla. Sì, proprio una cassa di birra, perchè anche questo è il bello della goliardia Sanremese. Mi sembra già tutto meraviglioso, essere lì, tutti insieme, sotto lo stesso tetto, la mia prima trasferta Campuswave. La prima nottata, accampati come non mai,  di quelle poche ore di sonno ricordo i gomiti alti di Ale Mazzeo stile Paolo Montero in aria di rigore e il russare del Cigno, ma dove li mettiamo gli scherzi, i commenti pre sonno, i risvegli traumatici della Capobaracca Nadia.

E’arrivato il giorno della primissima, il ritiro del pass per Casa Sanremo, un giro per la piovosa capitale della Kermesse musicale, le dirette di Robi e la Gio con Bar Ariston, Cigno e Nax con Happy Hour Sanremo e infine il duo intellettuale Ale-Desso sul Red Carpet. In questa avventura mi sono occupato della parte social cioè la live tweeting su Twitter (non poteva essere altrimenti per l’autonominatosi Re del social dell’uccellino) e i post sulla pagina Facebook di Campuswave. Pasta, birra e commento libero, ma silenzio durante le canzoni: è iniziata la 66° edizione del Festival di Sanremo, Carlo Conti è impeccabile, ma lo sapevamo già, Madalina Ghenea è fantastica, Virginia Raffaele si dimostrerà la regina di questo Festival e Garko….bè….andiamo avanti…Wake Up ci aveva già conquistato, Robi su tutti, bocciati un rauco Morgan e gli immobili Iurato-Caccamo, rinviati al prossimo ascolto Fragola, Arisa e Noemi, sempre immortale Ruggeri. Gli ospiti, non posso essere magnanimo con Laura Pasini, la capobaracca mi bloccherebbe l’articolo, ma che forza d’animo e fisica il centenario atleta Giuseppe Ottaviani, infine il trio Aldo Giovanni e Giacomo con il quale si ride ma lo sketch ha fatto il suo tempo, da ricordare gli addominali di Giovanni.

Arriviamo alla seconda giornata, la prima in sala stampa, e mi sento come un bambino a cui hanno donato un giocattolo che aspettava da tempo, speaker, giornalisti, facce giovani, alcune meno, che dalle 9 di mattina fino alla fine della serata lavorano imperterriti per la loro testata giornalistica. Le conferenze stampa, hanno qualcosa di eccezionale, sono tutti molto disponibili, divertenti, le domande irriverenti di Matte Di Palma, vecchia conoscenza Campuswave, hanno messo un pò di pepe alla situazione. Si cena alla “Lucio Dalla”, cinese, twitter aperto con due profili (il mio e quello di Campuswave) e l’invasatura sta per iniziare. Le danze vengono aperte dai giovani, e ho già chi tifare, Chiara Dello Iacovo, mia ospite di Retweet una settimana prima, vince la sfida, sono già in visibilio, passa il turno anche Ermal Meta intervistato da noi la mattina stessa. I big, tanta attesa per Elio con i suoi 7 ritornelli, bene la freschezza della Michielin e i vestiti mozzafiato di Dolcenera e Annalisa, il resto è poco più che noia. O anzi, ci ha risvegliato dal torpore, Alessio Bernabei (sì, il fu Dear Jack) o per meglio dire Ariana Grande. Ramazzotti fa emozionare e cantare tutta la Sala e Ezio Bosso ci insegna cos’è la vita e la musica.  Poi arriva il momento tanto atteso, dopo 12 ore consecutive là dentro non vedevo l’ora, gli aneddoti ne precedono la fama, il  teatro dei sogni post Sanremo è il  Drunken Clam (cit. Griffin), le storie che escono da quel locale rimangono in quel locale, sentirsi come a casa.

La serata delle cover, sono settimane che ne parliamo, Dolcenera per noi aveva già vinto, Amore Disperato LA canzone di Campuswave, che nonostante non ci abbia fatto ballare per la sua versione modificata ci ha fatto emozionare, il resto è noia, tranne che per la Napoletanissima rappresentazione di 5 grandi testi cantati da Fragola, Rocco Hunt, Ruggeri, Neffa e Clementino, a fine serata immenso in Piazza Bresca, in pieno cuore sanremese, in mezzo alla gente, a Giletti sotto al palco, a noi a bocca aperta, la strofa cambiata e reppata con dedica a De Andrè. Il senatore Razzi ha dato un pò di trash al fine serata ma il clou è stato un altro, l’esibizione delle restanti 4 nuove proposte, Mahmood vince contro Michael Leonardi e Miele contro Francesco Gabbani. O forse no, perchè qua esce la destrezza dei social, soffiata dalla sala stampa e da twitter e riusciamo a dare la notizia per primi che il voto è da rifare, i voti al Roof, la sala stampa dell’Ariston non sono pervenuti del tutto, rifanno la votazione e si cambia il verdetto passa l’Amen di Gabbani e Miele rimane gabbata. Non potete capire come sia stato gasato da questo scoop, grazie alla mia passione più grande per Twitter, casa madre di Retweet il mio programma, l’esultanza sui sedili della Sala Stampa mi ha ricordato tanto Benigni alla vittoria del premio Oscar con La vita è bella. Quando il lavoro paga.

Ho iniziato sempre le mie mattine girando per Casa Sanremo, casa madre di Radio 105 e Radio Montecarlo, ma soprattutto ghiotta di occasioni da selfata per un maniaco come me, le interviste d’assalto a Alan Caligiuri e Fred De Palma le chicche di giornata. Le dirette su Periscope sanno di invasatura pura, ma immancabile nel 2016 per un corretto servizio pubblico in diretta live sul campo, rendendo tutta la sala una grande famiglia. Siamo un pò agitati, si giocano la vittoria Chiara Dello Iacovo e Ermal Meta del grande maestro Morini, Mahmood e Gabbani, il testo di quest’ultimo è molto forte, radiofonico, sanremese e infatti da rimesso in gara diventa vincitore, sono sinceramente dispiaciuto tifavo per Chiara e la sua “Introverso”, la Lucio Dalla la premia e a fine serata ci raggiunge per festeggiare con noi. Perchè il secondo posto è un risultato immenso per una ragazza di 20 anni con una voce e il sorriso di chi avrà un grande futuro. I big in gara, rischiano gli Zero Assoluto, Irene Fornaciari, Neffa, Dear Jack e Blue Vertigo, si rafforzano Rocco Hunt oramai nella testa degli italiani e un Ruggeri immortale con il suo romantic rock. Miele ha l’amara soddisfazione di cantare fuori gara, come ospite, Brignano ci fa ridere, per Elisa i 15 anni dalla sua vittoria con Luce, sembrano non essere mai passati, illuminando il palco dell’Ariston con la meravigliosa voce che la contraddistingue, ma all’urlo di Reality di Lost Frequencies, la genialata che non ti aspetti, mi improvviso CapoTreno e inizia lo show della Sala stampa Lucio Dalla, con in testa noi, tutti noi, le molle impazzite pronte a esplodere da un momento all’altro, veder ballare tutti ma proprio tutti che soddisfazione.

Siamo arrivati all’ultima, le 3/4 ore di sonno a notte iniziano a farsi sentire, Ale, Nadia e Desso rappresentano la Radio sul Red Carpet per un servizio su di noi creato proprio da quel genio che andrò a ringraziare fra poco.

Inizia a partire la malinconia, lo so, sono fatto così, sembra volato tutto via, tra le risate, il lavoro, l’emozione della prima, ma ci prepariamo, mangiamo a casa, la Gio ci prepara una cena fantastica e siamo lì incollati al televisore, tutti insieme, tranne un Robi giustificato per la sua Juve, che si gioca una fetta di scudetto contro il Napoli (padrone di casa a Sanremo tra cantanti,canzoni e compaesani) e un Koulibaly che fa gasare i bambini.

E’ il Festival dei record, 50% di share, uno spettatore su due incollato alla tv, è il giorno della finale ma anche di chi minaccia di buttarsi da un palazzo, la paura ma il servizio pubblico immancabile in diretta Periscope, perchè in fondo i giornalisti proviamo a farli, anche se in quei momenti ci viene molto difficile. Purtroppo anche quello è Sanremo. Torniamo alle canzoni in gara, fanno fatica a ingranare o a essere ricordate, ma Cristina D’avena ci fa tornare tutti bambini, mannaggia a lei io e la Nax stiamo ancora aspettando Denver e Renato Zero o forse era Panariello questo non lo so, subito dopo visto insieme a Pieraccioni, riunione di famiglia con re Carlo, amici da una vita presto in reunion a Verona. Momento Markettone. Dei 5 a rischio si salva Irene Fornaciari e parte la ricantata, siamo tutti divisi, Gio e Desso per Fragola, Nax con Elio, Roby con Wake up Guagliù nella testa, Cigno innamorato della Michielin, Franci e Ale non si sbilanciano e io mi butto sul fortissimo Ruggeri.

Ci va male, non avevamo contato loro, io li conoscevo per la canzone Acqua e Sapone colonna sonora dell’omonimo film di Carlo Verdone, il Cigno a fine serata mi fa “Ci sono rimasto (cit.), loro proprio non ce li siamo considerati”. Ecco è andata proprio così, ho avuto un dejavu, del 2011 e di Roberto Vecchioni con Chiamami ancora amore, pezzo che ho amato all’inverosimile e che ha riportato in auge il cantautorato, vincono la 66 edizione del Festival di Sanremo gli Stadio con “Un giorno mi dirai” e ne sono felice, la vittoria della rivincita per la musica italiana invasa dai talent. Fanno l’en plein di tutto, premiati anche per la migliore musica (dedica a Marco Pantani mancato il 14 febbraio del 2004), critica e serata cover, seconda Francesca Michielin e terzi gli inspiegabili, o forse sì, Deborah Iurato e Francesco Caccamo.

Il tutto con chiusura alle 2 di notte, “chiusura” certo, poi si va a festeggiare a Casa Sanremo, Chiaretta Dello Iacovo in coda per prendere da bere con noi si piglia un bel fiore da quel romanticone del Cigno proprio nel giorno di San Valentino, Ale in versione Winnie Pooh (ah già i Pooh ospiti mi ero svanito) a cui hanno tolto il Miele e poi il resto è vita vera, i discorsi con Rocco Hunt, forse il tasto big match non  dovevo toccarlo con lui.

Ecco qua, questo è stato il mio Sanremo, ho dimenticato sicuramente qualcosa ma come qualcuno mi ha detto oggi, “Ci aspettiamo un tuo postone di ringraziamento”, voglio farlo qua, uno per uno.

Partendo dal capitano di questo Sanremo, non me ne vogliano gli altri, Andrea De Sotgiu detto Desso, lo sa solo lui quante camicie ha sudato, il re dei DocuFestival, le ore passate a montare video per regalarci, per regalare emozioni e immagini di ciò che è stato, di ciò che siamo, una persona e un professionista pazzesco; la CapoBaracca che è più forte di un capitano, la presidentessa, il suo primo incitamento al risveglio, quante risate, l’ho fatta imbarazzare con la mia spontaneità,  ma lo so che mi vuole bene e poi…A MEEEEE????; Franci Mauro, lui lo sa che è il mio preferito, e lo devo ringraziare per ciò che è, di non cambiare mai che i primi giorni forse battuti da un pò di sconforto dovuti all’esordio nella kermesse, aiutandoci l’uno con l’altro siamo riusciti a fare qualcosa di buono; Ale bè Ale è come un fratello, un maestro a cui ispirarsi, la risata più bella e contagiosa di Campuswave, sempre pronto allo #SpiegoneMazzeo; la Gio, le facce che ci siamo fatti in determinate situazioni non hanno eguali, l’unica che alle 9 era già sveglia, tanta stima; Robi è un socio, ci guardiamo e sappiamo già cosa vogliamo dirci, la coppia è così uno completa l’altro, e poi quanto è unico a Sanremo? gli articoli alla Matte Faccio lo hanno consacrato a suo erede, infine Cigno, la maschera, il comico, l’imitatore, la voce, lui non ha bisogno di presentazioni basta starci insieme mezza giornata, è forte e le bacchettate di Ale lo hanno rianimato. Per non dimenticare i veterani Brux e Matte Di Palma, non più dei nostri ma membri insostituibili di una grande famiglia.

In conferenza stampa Enrico Ruggeri diceva che il Primo Sanremo non si scorda mai. Aveva ragione.

Luciano “Lucio” Parodi.

 

 

 

NonDiario sanremese (a distanza)

Milano, 9 febbraio 2016

Sapete che c’è? C’è che Sanremo mi manca un po’. Due miseri anni di sala stampa – mannaggia a lei! – e ho finito per assuefarmici, ci ho fatto il callo e l’abitudine.

Si, ma per quest’anno niente. I motivi sono diversi e non meritano di essere enumerati. Però due righe te le mando, Festival. Una pagina strappata ad un taccuino, un post-it giallo di quelli che mai una volta che restino incollati. Quasi una Lettera, o una NonLettera. Quasi una Cartolina, o una NonCartolina. Quasi un Diario, o… beh, l’antifona s’è capita. Il solito cacciapalle.

Dite ciò che volete e pensate, di queste mie parole, ciò che vi va. Ignoratele o condividetele. Mi è venuto da tirarle fuori e l’ho fatto. È tipo il flusso di coscienza di Joyce… o il riflusso gastrico allo stomaco, per volare più bassi. Non è che uno ci pensi, stai buono e ne paghi le conseguenze.

È stato un gesto impulsivo, una roba scritta a mano senza il tempo di pensarci su, in preda alla foga e all’invidia verso chi sta passando la settimana che vorrei passare io. Una scarica di vanità, un esercizio di stile. Oppure un modo per esorcizzare le tentazioni e allontanare l’agitazione. Per mettermi a sedere e tirare il fiato. Come una sbronza ben presa. Una sorta di masturbazione emotiva: mi do piacere da solo e tanto basta. Chissà.

A me Sanremo piace. La città, dico: raffinata, elegante come una villeggiatura anni ’30, profumata dai venti di Ponente. Bella come una ragazza spiata di nascosto. Dal profilo francese, come l’Andrea di Faber. Non ci avevo mai messo piede, prima del Festival del 2014, e ora ci torno sempre volentieri. Piacevoli congiunzioni hanno fatto sì che, di recente, frequentassi spesso e volentieri la Riviera dei Fiori, l’estremità occidentale della nostra meravigliosa striscia di rocce sul mare.

Ebbene, di sovente non ho resistito alla tentazione e mi sono allungato fino a Sanremo. In periodi extra Festival, va da sé. Senza confusione, quasi ai limiti della noia. Comunque, ogni maledetta volta, ai piedi dell’Ariston o ai varchi del Palafiori, ricordo. Irrimediabilmente. E, anche senza volerlo, sorrido. Percorro tutta la passeggiata del centro, quella che arriva fino al casinò, con i nomi dei vincitori della kermesse incisi sulle piastrelle di ottone, e faccio l’italiano medio. Con piacere e senza la minima traccia di vergogna. Perché è senza vergogna che dichiaro il mio amore per il Festival: è un’unione civile per gioco, la nostra, ma è pura e sentita. E mi fa bene allo spirito, come un bicchiere di vino buono o un bacio rubato.

Così, adesso, ascoltando Sorry Seems To Be The Hardest Word, penna voce e piano del baronetto più posh del pianeta, ho scritto di te, Sanremo. Perché ti voglio bene, anche se stavolta ci siamo traditi, allontanati senza ragione, e a stento salutati, oggi, incrociandoci sui marciapiedi grigi di quest’altra città. Però, mi domando, chi ha detto che tradirsi voglia dire non amarsi più?

Mandami uno dei tuoi fiori, piccola, anche il più striminzito, e sarò sempre qui a perdonarti, farti la corte e correrti dietro a perdifiato.

Mi hai visto crescere, ché sono cresciuto più da quando ti ho vista che in tutta la mia vita precedente. Anche se non mi andava.

Sanremo risate e sbadigli, sbattimenti e notti senza fondo. Incazzature, maroni che girano, mal di pancia, colpi di fulmine, palpeggiamenti, sudore, puzzo, alcol, sigarette, grida e stonature. Scalette e gradini vari, per non si sa dove. Tutta roba inutile, in fin dei conti. Ma non c’è nulla di più appagante dell’inutilità. O sbaglio?

Mi va a genio tutto del Festival: le transenne, gli incontri che non ti aspetti in Piazza Bresca, persino le canzoni. Forse non subito, ma col tempo tutto si aggiusta. Casa Sanremo, poi, ti manda fuori di testa: è La grande bellezza, suppergiù. Mi piacciono i programmi del pomeriggio di Rai2, che fanno a gara a chi è più trash ma vorrei guardare per ore. I ristorantini che non spostano una sedia da decenni, figurarsi cambiare i menù. Mi piace il luvego di febbraio, i raffreddori, gli scrosci di pioggia che non si perdono un’edizione. Perché anche loro lo sanno: esserci, fuor di buonismi, è tutta un’altra vita.

E proprio per questo, siccome sono arrabbiato, stavolta ti ho guardato con la coda dell’occhio. Ho pure cambiato canale (Sacrilegio!), più spesso di quanto sia disposto ad ammetterti. Per dirla tutta: mi sono perso la fine. Echissenefregadelleclassifiche. Ho guardato l’inizio, comunque. Chi voglio prendere in giro: l’ho aspettato in trepidante attesa, roba che neanche le mie nipotine coi regali di Natale. Caspita, la carrellata dei vincitori è stata davvero notevole. Parole e musica della storia del dopoguerra italiano. Giù il cappello. Applausi e felicitazioni. Ma sarà l’unica lusinga che ti faccio, sia chiaro. Anzi, ora forse mi guardo un film. Tiè.

Anche se…

268 chilometri. Tre ore di auto. Peccato che l’auto qui non ce l’abbia. Oppure due giorni di cammino. Se mi sbrigo, va a finire che arrivo per la sera dei duetti. È sempre stata la mia preferita, a pensarci bene. Ah no! Per quest’anno, no. Io e Sanremo abbiamo litigato.

Ma sapete che c’è? C’è che mi manca. Ci avevo proprio fatto il callo e l’abitudine.

Sennò la bicicletta… Voglio dire: sulla Milano-Sanremo ci fanno pure la corsa. Che sarà mai.

Buonanotte, Festival. Ti auguro ogni bene.

Grazie dello spazio concessomi, Campuswave. Passo e chiudo.

Quasi dimenticavo! Pace.

Matteo Faccio

L’abito non fa il monaco (?)

La prima puntata del Festival della canzone italiana, andata in onda ieri a partire dalle 21 su Rai1, non è stata esclusivamente centrata sulla musica, ma anche l’estetica ha destato critiche e commenti. Stiamo parlando certamente dello stile e degli outfit che sono entrati in 11 milioni e 767 mila case italiane, senza neanche chiedere il permesso.

Mi soffermerei sui quattro presentatori, o presentamucche.

Come non partire dall’unico e inimitabile Carlone Conti? Il presentatore dal color sequoia 365 giorni all’anno, ha magistralmente condotto il “carrozzone” senza sbagliarne una (o quasi), all’interno del suo impeccabile smoking, esonerandosi da qualsiasi commento pungente, cosa che non si può invece dire delle due vallette al suo seguito Emma ed Arisa.

Tralasciando critiche relative alla loro performance di spalle, personalmente discutibili, si sono presentate in due abiti completamente diversi per quel che riguarda stile e occasione.

Emma, la prima a calcare il palcoscenico per la prima volta (in abiti femminili) ha tentato di sposarsi.

Un’espressione simil paresi facciale che trapelava agitazione e “li mortacci tua”, l’ha accompagnata lungo la fatidica scala che in questi 65 anni ha rischiato di mandare allo scatafascio intere reputazioni. Cara Emma, per fortuna ti sei salvata.

Pochi attimi di gloria prima di salutare il pubblico: braccio teso in alto, mano a cucchiaino ruotato di 180 gradi e vai col tango, la Regina Elisabetta le fa una “Pippa”.

Ma a proposito di Arisa, è stata lei stessa a ironizzare sul suo nome, goliardicamente, in riferimento alla sua discesa.

Probabilmente confusa e/o in preda a follia, ha scambiato il Festival per un corso di alpinismo: con il microfono in una mano e il vestito nell’altra, ha voluto sollevare parte dell’abito per mostrarci le ciaspole.

È lei la ciliegina sulla torta, proprio in tutti i sensi: in abito rosso, forse un po’ troppo per la sua vocina così rilassante e per il suo humor all’inglese. Uno strascico che ha fatto risparmiare ingenti quantità di denaro altrimenti spesi per imprese di pulizia.

Ma veniamo alla vera rivelazione della serata: prossima colonna portante della comicità targata Colorado (e affini), sto certamente parlando della bellissima Rocio Munoz Morales conosciuta principalmente per il suo ruolo di compagna di Raul Bova. Comparsa quattro volte, con tre abiti diversi: una bomboniera sarebbe stata meno appariscente. Nonostante ciò non è chiaro come un vestito oggettivamente elegante, possa rendere così pacchiana una donna.

La dolcissima ispanica si è lasciata andare, è stata se stessa e ha parlato solo attraverso brillanti proverbi spagnoli.

Vanessa Incontrada, dove sei?

Per oggi mi fermo qui, ma non temete: Enzo Miccio si aggira per Sanremo…e anche io.

Pay attention.

 

La Giò

Zibba di un’altra generazione

Ha esordito ieri sera sul palco dell’Ariston Zibba, alias Sergio Vallarino: classico cognome varazzino  e modo di fare tipico di chi è cresciuto in una città di mare.

Mano in tasca e sguardo intenso, come se salire su quel palcoscenico fosse un’abitudine, come se su quel palcoscenico ci fosse nato; perché Zibba di esperienze ne ha vissute davvero tante. Nel 2003 esce il primo disco “Ultimo giorno” con gli Almalibre, gruppo che lo ha accompagnato per tutta la carriera. Tre anni dopo Zibba e compagni si fanno conoscere al grande pubblico con l’album “Senza smettere di far rumore” dal quale viene estrapolato il singolo “Margherita” in collaborazione con Tonino Carotone.

Una vita fatta di tappe proprio come un tour, che lo ha portato a condividere il microfono con tanti nomi illustri: Bunna, Zampaglione, Cristiano De andrè sono solo alcuni dei nomi che hanno accompagnato la crescita del cantautore savonese; crescita che lo ha portato ad essere invitato al “Premio Tenco” nel 2010 con l’album “Una cura per il freddo”.

Nonostante i  trascorsi roots rock e reggae, non snobba l’autorato più popolare. Prova ne è il fatto che abbia collaborato con Tiziano Ferro alla stesura del pezzo “La vita e la felicità”, portato al successo, sul palco di X Factor, dal talentuoso Michele Bravi.

Da ieri le luci dei riflettori si sono accorte di Zibba e siamo sicuri che continueranno ad illuminargli la strada negli anni a venire.

Zibba ai microfoni di Campuswave

Diretta da Sanremo 2013!

Anche quest’anno, Campuswave sarà presente in prima linea al Festival di Sanremo edizione 2013!

Brux, Matteo Di Palma, Matteo Toscano, Giulia Cattaneo, Elena Gravano, Maria Teresa Bozzano, inviati per il portale dei media universitari Ustation.it, vi racconteremo tutto quello che succede al di fuori del Teatro Ariston, come la città vive il festival e cosa succede a telecamere spente.

Trasmetteremo in diretta dalla Sala Stampa del Palafiori, da martedì 12 a venerdì 15 febbraio, dalle 14.30 alle 15.30, con SANREMO LIVE!

CAMPUSWAVE ti porta al Festival di Sanremo!!!

In occasione della 62esima edizione del Festival della Canzone Italiana, Campuswave sarà in diretta da lunedì 13 a giovedì 16 febbraio, a partire dalle 14.30, con “Sanremo Live”.
Vi faremo vivere l’ambiente del festival attraverso i nostri inviati in collegamento da Sanremo!
Per l’occasione, Campuswave avrà anche l’onore di rappresentare nella città dei fiori il portale dei media universitari Ustation.
Un vero e proprio show con i nostri speaker, tanti ospiti e protagonisti della kermesse sanremese che interverranno ai nostri microfoni!
E lunedì 20 febbraio, sempre alle 14.30, non perdetevi il meglio degli ultimi giorni del festival rivissuto attraverso i contributi e le interviste realizzate dai nostri inviati!

Diretta di lunedì 13 febbraio

[audio:http://www.danijay.com/STATION/EDDY/CAMPUSWAVE/SANREMOLIVE/sanremolive_lunedi.mp3]

Diretta di martedì 14 febbraio

[audio:http://www.danijay.com/STATION/EDDY/CAMPUSWAVE/SANREMOLIVE/sanremolive_martedi.mp3]

Diretta di mercoledì 15 febbraio

[audio:http://www.danijay.com/STATION/EDDY/CAMPUSWAVE/SANREMOLIVE/sanremolive_mercoledi.mp3]

Diretta di giovedì 16 febbraio

[audio:http://www.danijay.com/STATION/EDDY/CAMPUSWAVE/SANREMOLIVE/sanremolive_giovedi.mp3]

Diretta di lunedì 20 febbraio

[audio:http://www.danijay.com/STATION/EDDY/CAMPUSWAVE/SANREMOLIVE/sanremolive_finale.mp3]