NonDiario sanremese (a distanza)

Milano, 9 febbraio 2016

Sapete che c’è? C’è che Sanremo mi manca un po’. Due miseri anni di sala stampa – mannaggia a lei! – e ho finito per assuefarmici, ci ho fatto il callo e l’abitudine.

Si, ma per quest’anno niente. I motivi sono diversi e non meritano di essere enumerati. Però due righe te le mando, Festival. Una pagina strappata ad un taccuino, un post-it giallo di quelli che mai una volta che restino incollati. Quasi una Lettera, o una NonLettera. Quasi una Cartolina, o una NonCartolina. Quasi un Diario, o… beh, l’antifona s’è capita. Il solito cacciapalle.

Dite ciò che volete e pensate, di queste mie parole, ciò che vi va. Ignoratele o condividetele. Mi è venuto da tirarle fuori e l’ho fatto. È tipo il flusso di coscienza di Joyce… o il riflusso gastrico allo stomaco, per volare più bassi. Non è che uno ci pensi, stai buono e ne paghi le conseguenze.

È stato un gesto impulsivo, una roba scritta a mano senza il tempo di pensarci su, in preda alla foga e all’invidia verso chi sta passando la settimana che vorrei passare io. Una scarica di vanità, un esercizio di stile. Oppure un modo per esorcizzare le tentazioni e allontanare l’agitazione. Per mettermi a sedere e tirare il fiato. Come una sbronza ben presa. Una sorta di masturbazione emotiva: mi do piacere da solo e tanto basta. Chissà.

A me Sanremo piace. La città, dico: raffinata, elegante come una villeggiatura anni ’30, profumata dai venti di Ponente. Bella come una ragazza spiata di nascosto. Dal profilo francese, come l’Andrea di Faber. Non ci avevo mai messo piede, prima del Festival del 2014, e ora ci torno sempre volentieri. Piacevoli congiunzioni hanno fatto sì che, di recente, frequentassi spesso e volentieri la Riviera dei Fiori, l’estremità occidentale della nostra meravigliosa striscia di rocce sul mare.

Ebbene, di sovente non ho resistito alla tentazione e mi sono allungato fino a Sanremo. In periodi extra Festival, va da sé. Senza confusione, quasi ai limiti della noia. Comunque, ogni maledetta volta, ai piedi dell’Ariston o ai varchi del Palafiori, ricordo. Irrimediabilmente. E, anche senza volerlo, sorrido. Percorro tutta la passeggiata del centro, quella che arriva fino al casinò, con i nomi dei vincitori della kermesse incisi sulle piastrelle di ottone, e faccio l’italiano medio. Con piacere e senza la minima traccia di vergogna. Perché è senza vergogna che dichiaro il mio amore per il Festival: è un’unione civile per gioco, la nostra, ma è pura e sentita. E mi fa bene allo spirito, come un bicchiere di vino buono o un bacio rubato.

Così, adesso, ascoltando Sorry Seems To Be The Hardest Word, penna voce e piano del baronetto più posh del pianeta, ho scritto di te, Sanremo. Perché ti voglio bene, anche se stavolta ci siamo traditi, allontanati senza ragione, e a stento salutati, oggi, incrociandoci sui marciapiedi grigi di quest’altra città. Però, mi domando, chi ha detto che tradirsi voglia dire non amarsi più?

Mandami uno dei tuoi fiori, piccola, anche il più striminzito, e sarò sempre qui a perdonarti, farti la corte e correrti dietro a perdifiato.

Mi hai visto crescere, ché sono cresciuto più da quando ti ho vista che in tutta la mia vita precedente. Anche se non mi andava.

Sanremo risate e sbadigli, sbattimenti e notti senza fondo. Incazzature, maroni che girano, mal di pancia, colpi di fulmine, palpeggiamenti, sudore, puzzo, alcol, sigarette, grida e stonature. Scalette e gradini vari, per non si sa dove. Tutta roba inutile, in fin dei conti. Ma non c’è nulla di più appagante dell’inutilità. O sbaglio?

Mi va a genio tutto del Festival: le transenne, gli incontri che non ti aspetti in Piazza Bresca, persino le canzoni. Forse non subito, ma col tempo tutto si aggiusta. Casa Sanremo, poi, ti manda fuori di testa: è La grande bellezza, suppergiù. Mi piacciono i programmi del pomeriggio di Rai2, che fanno a gara a chi è più trash ma vorrei guardare per ore. I ristorantini che non spostano una sedia da decenni, figurarsi cambiare i menù. Mi piace il luvego di febbraio, i raffreddori, gli scrosci di pioggia che non si perdono un’edizione. Perché anche loro lo sanno: esserci, fuor di buonismi, è tutta un’altra vita.

E proprio per questo, siccome sono arrabbiato, stavolta ti ho guardato con la coda dell’occhio. Ho pure cambiato canale (Sacrilegio!), più spesso di quanto sia disposto ad ammetterti. Per dirla tutta: mi sono perso la fine. Echissenefregadelleclassifiche. Ho guardato l’inizio, comunque. Chi voglio prendere in giro: l’ho aspettato in trepidante attesa, roba che neanche le mie nipotine coi regali di Natale. Caspita, la carrellata dei vincitori è stata davvero notevole. Parole e musica della storia del dopoguerra italiano. Giù il cappello. Applausi e felicitazioni. Ma sarà l’unica lusinga che ti faccio, sia chiaro. Anzi, ora forse mi guardo un film. Tiè.

Anche se…

268 chilometri. Tre ore di auto. Peccato che l’auto qui non ce l’abbia. Oppure due giorni di cammino. Se mi sbrigo, va a finire che arrivo per la sera dei duetti. È sempre stata la mia preferita, a pensarci bene. Ah no! Per quest’anno, no. Io e Sanremo abbiamo litigato.

Ma sapete che c’è? C’è che mi manca. Ci avevo proprio fatto il callo e l’abitudine.

Sennò la bicicletta… Voglio dire: sulla Milano-Sanremo ci fanno pure la corsa. Che sarà mai.

Buonanotte, Festival. Ti auguro ogni bene.

Grazie dello spazio concessomi, Campuswave. Passo e chiudo.

Quasi dimenticavo! Pace.

Matteo Faccio