NonDiario Sanremese Extratime – Articoli postumi

Mercoledì 12 febbraio, giorno 4 d.F. (dopo Festival, va da sé) in base al calendario stilato la scorsa settimana.

L’epopea sanremese è un enorme sabato sera intervallato da altrettanto enormi lunedì mattina. Di conseguenza, l’immediato presente somiglia a una domenica da coma di cui non si vede la fine. Ovatta negli orecchi, ferro in bocca. Inteso come gusto amarognolo ma pure pistola, per i più audaci.

La serata di sabato, quella vera, ha giocato secondo regole tutte sue. Sipario sul Festival intorno alle 2 e mezza. La spedizione di Campuswave, con l’ovvia destinazione del dj set di Radio 2 a Casa Sanremo, abbandona il campo base alla soglia delle 3. Parecchia selezione all’ingresso: c’è chi rischia di non entrare. Giammai, tutti o nessuno! Alle 4 passate siamo finalmente dentro e al gran completo: chi a sventrare bottiglioni di Amaro del Capo, chi a tentare dichiarazioni d’amore acrobatiche all’insegna della coppia che scoppia in console, Ema Stokholma e Andrea Delogu.

Un paio d’ore e persino Casa Sanremo ha da sprangare i battenti. L’alba. Cos’è, un giro in piazza Bresca a raccogliere qualche cadavere non lo fai?

Ritroviamo Massimo Morini, the Special One. U Speciâle. Ci sediamo ai tavolini di un bar, che definire chiuso è eufemismo indegno delle nostre pagine. Attorno a noi, Caporetto. SuperMax ci spaccia i soliti retroscena: la platea comincia ad accusare le angherie di Morfeo, ma pendiamo dalle sue labbra. Lo abbracciamo, ci diamo appuntamento al ’21 (“Non perdiamoci di vista, eh!”) e prendiamo il cammino della Visitazione.

Rincasiamo alle 7 e mezza, freschi come Riviera dei Fiori impone. Buonanotte principi del Maine, re della Nuova Inghilterra.

Il rientro di domenica ha rappresentato la consueta scalata al K2. I minuti di sonno messi in cascina? Un centinaio. Le borse da caricare in macchina? Eccessive. Mi tocca guidare? Naturale. Posso fiondarmi a casa a dormire? Alle 15 c’è Genoa-Cagliari e sono 18 anni ininterrotti che vado allo stadio. Capisco l’antifona e, come in sogno, mi arrendo all’evidenza.

La sosta all’autogrill di domenica, ore 12:49.

Io e Nadia, sui seggiolini del Ferraris, sembriamo lobotomizzati. La partita va come deve. Lunedì mattina passo un’ora e mezza in banca. Faccio la spesa (dal frigo uscivano solo sterpaglie rotolanti stile Vecchio West) e abbozzo delle pulizie di casa. Il lavoro arretrato mi guarda dall’angolo in alto a destra della scrivania. Gli sorrido, sornione.

Martedì cedo ai primi morsi di nostalgia e passo la giornata in radio, al campus, registrando un podcast (presto su questi schermi, stimati follower). Oggi allungo la mano fino all’angolo dx di cui sopra, ma negli intervalli compongo questo requiem.

Allegria!, annunciava il titolare della statua vicino all’Ariston. Ed è lì che torniamo.

A distanza, posso confermare i gradini del mio personalissimo podio. Elodie (Andromeda una volta al dì, prima dei pasti), Levante e Gualazzi, probabilmente in quest’ordine. MA. Al di là di ogni possibile valutazione a bocce ferme, sappiamo bene quale sia il solo criterio a cui prestare orecchio, la Cassazione, l’ultima e insindacabile verità. Il canticchiare ossessivo-compulsivo. E qui, inatteso, compare il VincitoreVincitoreVincitore (Festival, Critica 1 e Critica 2). Diodato.

Ho visto uomini tutti d’un pezzo sciogliersi in lacrime, dinanzi a Fai rumore, ed è da quando ho poggiato piede in casa che faccio partire e ripartire il video. Il testo mi parla, io lo ascolto. Dicono sia una dichiarazione d’amore, postuma pure lei, alla ex Levante. Giusto per aggiungere gravità al carico.

Postilla. Recuperate anche il video di Ringo Starr, uno spasso.

Chiusa. Diversi amici, miscredenti e infedeli: sia detto con affetto, si e mi domandano come faccia a piacermi tanto, questo nostro Festivàl della Canzone Italiana. Per loro rappresenta – con un’ingenuità che, in momenti di indulgenza, reputo persino tenera – nulla più di una sagra allargata, un momento di insostenibile orgoglio nazionalpopolare, una carnevalata mal riuscita. Once again: poveri, teneri ingenui.

Ditemi, amici cari. Da quando andare al circo ha significato travestirsi da pagliacci?

Con l’instillato dubbio, vi saluto. Buonanotte, Festival VentiVenti. E grazie a Campuswave, ogni volta e ogni volta ancora.

Alla prossima. Pace.

Matteo Faccio