Festival della Comunicazione 2019 – Le cartoline che non spediamo più

Lunedì, l’alba del giorno dopo. Anche se di alba parliamo ad ampio sproposito: quando comincio a scrivere sono le 4 del pomeriggio, abbondanti. Le 16:20, per chi volesse stilare il verbale. E se l’anno passato per l’ultimo pezzo della kermesse avevamo scelto la prospettiva del Sunset Boulevard (sono andato a controllare), in questa occasione non sembra male scavallare, fino all’aurora, fino al domani.

Siamo tornati da un attimo e l’aria di queste giornate camogliesi di fine estate – a metà tra il friccico e il Föhn – già ci presenta il conto, in termini di sonno arretrato e soprattutto malinconia. Lavorare col sorriso sulle labbra e in buona compagnia, si sa, non è manco più un lavoro. Io, che di ieri ho assaggiato giusto le prime ore (cause di forza maggiore pretendevano la rincasata anticipata), dopo poco già percepivo la mancanza di quell’ambiente lì. Per non dire del senso di smarrimento delle 19:58, che sono tornate ad essere un orario da verbale, appunto, e non più 2alle8. Che sbrodolone, mado’.

Rubiamo il tempo, a queste 4 pomeridiane abbondanti, per un’ultima cartolina. Ecco. Le cartoline sono state un movimento imprescindibile di ogni vacanza e oggi quasi non esistono più. Sono diventate, nella migliore delle ipotesi, un oggetto da collezione. Inutili, dunque meravigliose. Le cartoline sono un capriccio vintage o, per restare in tema, un mezzo di comunicazione in disuso. Lasciatecene spedire una. Breve ma non troppo: scriveremo piccolo piccolo.

Ce la siamo spassata con devozione e abbiamo sgobbato parecchio. Avevamo preso un impegno e non volevamo lasciare nulla di intentato. Al solito, insomma. Adesso ci auguriamo che la notizia sia arrivata a chi di dovere (bello criptico, pardon). Mi fanno notare che in sala montaggio stanno sgobbando ancora adesso, e sgobberanno di qui a molte ore, data la quantità di contenuti che dobbiamo far uscire; anche se la sala montaggio è diventata la camera da letto di Nadia, l’ufficio di Michela. Ce la siamo portata a casa, la press area.

Il Festival in sé è andato alla grande, ha colto nel segno pure stavolta. La qualità dei relatori ha fatto tutta la differenza del mondo. Fin troppi incontri, fin troppo pubblico. Ma ai problemi di abbondanza, come piace rivelare ai tecnici delle grandi squadre, si trova sempre e volentieri una soluzione.

Per una personalissima Top5: Fabio Genovesi, rivelazione assoluta; la cavalcata inarrestabile di Travaglio; le review della diretta con Nadia, pochi minuti dopo la pubblicazione; la salsa di noci di Fiorella. Per l’ultimo posto disponibile si scannino Barbero e Baricco. Tanto sono entrambi di Torino: una sera si beccano in San Salvario e mettono le cose in chiaro.

Extra. Il libro della settimana, la rubrica più attesa da. No, non è un errore di battitura, finisce così. Con l’alloggio garantito a Camogli, senza l’andata e ritorno con Genova ogni sera e mattina, ho trovato il tempo e lo spazio di leggere. Caino, José Saramago. Andate e prendetene tutti.

Il tema dell’edizione, Civiltà, è stato più che rispettato, come fil rouge. Alla prossima toccherà a Socialità. Per il nostro Ponti, rilanciato dodici mesi fa a pochi giorni dal crollo del Morandi e sulla scia del toccante opening di Renzo Piano, registriamo con mestizia l’ennesimo buco nell’acqua.

Quel che è sicuro è che, per settembre 2020, su quel Nuovo Ponte ci vorremo passare. Sarà la tregua di un’ossessione. E un trionfo di Comunicazione, tra le altre cose. Pace.

Matteo Faccio

Festival della Comunicazione 2019 – “Attaccare!”

La febbre del sabato mattina miete vittime. Numerose. Vi basterebbe dare un’occhiata alla postazione di Campuswave per rendervene conto. Ma a voler cercare una giustificazione nel mal comune, anche i tavoli attigui – che proprio attigui non sono, ma “vicini” è mainstream e siamo troppo scarichi per non nasconderci dietro il dito di una presunta ricercatezza di vocabolario, guardate anche solo questa frase, per dire – non se la passano tanto meglio.

Nadia e Michela, chine sui pc a fare del bricolage audiovideo, sentono forte la mancanza di Desso, altro sommo smanettone che quest’anno sventuratamente non fa parte del dream team. E la cosa ci fa incazzare. Con le contingenze, con lui giammai.

È mattina, appunto, e inoltrata. Se ho davanti Nadia, Michela, i loro sbadigli e il loro gergo tecnico significa che ci troviamo e mi trovo nel polivalente spazio palestra/serra/sala stampa, a scrivere l’ultimo pezzo in loco della manifestazione, sinceramente non troppo convinto di cambiare, con questo, le sorti dell’editoria accademica e quelle del globo sul quale abbiamo la fortuna di respirare (considerando pure che, di alternative a livello di globi ossigenati, non ce ne sono). Domani di buon’ora scappo e il commentino di chiusura ve lo faremo avere in contumacia, tra lunedì e martedì. Bom. Con “contumacia”, che oltretutto non sono così sicuro abbia motivo di esistere in rapporto a quanto scritto, si esaurisce la riserva di termini aulici. Sveglia, attacchiamo!

Preziosi scatti a telecamere spente: “Belin ma non ci sei andata, da Zagrebelsky?!”.

Se stamane è quel che è, la serata di ieri è stata un’indubbia figata. Esiste spesso questa correlazione, tra le sere precedenti e le mattine. Proviamo a darvene conto.

Ci siamo splittati. Mezzi da Murubutu, mezzi da Marco Travaglio, mezzi a fare avanti e indietro. Ci è scappato un mezzo in più, come quando fai male i conti per i passaggi in macchina, ma è per rendere l’idea della dinamicità della cosa.

Lo show del primo mi dicono essere stato illuminante. Sta per uscire l’intervista, sempre stando alle parole delle due colleghe qui. Murubutu fa letteraturap, mischia l’hip-hop con le trame dei grandi romanzieri, al prossimo giro spegne 45 candeline e insegna storia e filosofia al liceo. Come piazza Colombo fosse gremita di ragazzine e ragazzini urlanti, quindi, alla prima somiglia a un mistero. Ma il flow c’è e il carisma pure, per tacere delle storie da cui trarre ispirazione. E l’incantesimo si compie.

Io ho attaccato da Travaglio, con l’intenzione di spostarmi qui e là. Col cavolo. Ha iniziato alle 22, puntuale, e ha finito all’una. Un treno, un robot. Non ha fatto una pausa e non ha bevuto un sorso d’acqua che sia uno. Intanto che non faceva tutto ciò, ha dimostrato, a tratti con perizia matematica (quella che ci siamo scordati nel calcolo delle metà, ribadisco), come le sei maggiori testate italiane raccontino in sostanza le medesime verità, al massimo variando terminologie e colorazioni. Non sono certo mancate le stilettate a tanti tra gli ospiti del Festival, Beppe Sala e la Repubblica di Mario Calabresi (fino a febbraio) su tutti. Che storia.

Pubblico consistente fin quasi alla fine. All’inizio mi ha stregato, a una certa è diventata una battaglia di resistenza, una questione di principio. Sono felice di aver accettato la sfida.

Oggi, tra poco, adesso, ora, proseguono gli incontri, le interviste, gli spettacoli e le lectio (al plurale lectiones o fa come con il plurale delle parole inglesi, non è dato sapere).

Vado. Ci vediamo a 2alle8, all’ora che sapete e che senza volere sempre vi diamo. Pace.

Matteo Faccio

Festival della Comunicazione 2019 – Servizio civile

Se c’è una cosa che abbiamo imparato, in questi due anni di Festival della Comunicazione, è che una breve citazione può essere un buon modo di reintrodursi, day by day, a un pubblico che non ci conosce per nulla o ci conosce parzialmente ma non ha idea di cosa aspettarsi, e sospetta e quasi si augura di leggiucchiare qualcosa di inaspettato. Ebbene, beccatevi la cit.

Se potessi dire soltanto due parole, sarei un ottimo oratore.

È di Homer J. Simpson. E, se ci riflettete, è tremendamente centrata. Avrei voluto restituirvi il brio di queste giornate in una frase, con la certezza che sarebbe stata memorabile. Ma ogni volta che ci tocca raccontare finiamo per dilungarci, aggiungere ingredienti alla ricetta, demolire baracche a bordo strada per ricostruire multiproprietà in riviera. Rigorosamente levantina.

Tutte le grandi trame, tutti i grandi reportage, si possono in verità dire in poche righe. Chi se ne intende suggerirebbe che l’eccedenza non è altro che… storytelling. Ingrediente principe della comunicazione. Ok. Materia multiforme e multifocale. Mmh. Narrazione.

Il tema di questa edizione, già lo sapete, è civiltà. Tengono tutti a sottolinearlo, a farlo pesare – accezione positiva: a dargli costrutto, contegno, peso –, fin dalle battute iniziali. Forse ne sentivamo il bisogno, dopo mesi di schermaglie che più che politiche, a tratti, sono parse appunto guerriglie di civiltà e civilizzazione, nelle quali gli schieramenti si confondevano e non si potevano dichiarare vincitori o sconfitti. Solo spettatori annoiati, spettatori rattristati, spettatori incattiviti, propagandisti scatenati, protagonisti in balìa dello strazio.

Siccome la Storia è maestra dalla quale non impariamo mai e poi mai (ave a voi, luoghi comuni), l’appuntamento immancabile, tra pochissimo, è con Alessandro Barbero. Alle 12:15 in piazza Battistone. Sapete cosa? Potrei comprarmi uno dei suoi libri. Scrive saggi che paiono romanzi, e viceversa. Ma quale argomento, quale accadimento, quale periodo selezionare?

9 agosto 378. Il giorno dei barbari è incentrato sulla battaglia di Adrianopoli, coi visigoti che annientano le armate romane di Valente. Dietro le quinte della Storia è scritto a quattro mani con Piero Angela. Due al prezzo di uno. Sennò Napoleone e l’arte della guerra. A partire da Guerra e pace di Lev Tolstoj, sottotitolo: “Romanzi nel tempo. Come la letteratura racconta la storia”. Pensa tu la bellezza. O Gli occhi di Venezia, o Le ateniesi, che opere di narrativa lo sono per davvero. Finirà che saremo di corsa e non comprerò nulla.

Tira un’aria diversa, oggi, tra Aranzulla e Piero Angela (giustappunto), Pardo e Zagrebelsky, Travaglio e Murubutu. Troppa grazia, stanze dei bottoni! Tira un’aria diversa e lo capisco anche dalla selezione delle immagini a corredo dell’articolo, stavolta originali, scattate da noi. Questa l’ho riciclata da Instagram, vero, con tanto di didascalia e tutto, ma mi piace assai e farle fare solo un giro di giostra digitale faceva brutto.

Le matricole al lavoro nella nostra postazione in press area al Festival della Comunicazione di Camogli.

Se c’è una cosa che abbiamo imparato, in questi due anni di Camogli, è che una breve citazione può essere un buon modo di congedarsi da un pubblico che ci ha conosciuto man mano e che adesso, è comprensibile, non vede l’ora che la smetta con questo trafiletto senza capo né coda (è l’articolo di mezzo e come ogni cosa di mezzo va a riempire la quota interlocutorio, tanto più che lo metto tra parentesi). Ebbene. Stamane mi sono svegliato con questa canzone in testa. Di certo non mi lamento. Di certo esprime anche lei un’idea di convivenza, di critica alla ragion pratica del vivere al fianco di tanti altri. Un’idea di – com’è che si dice? – civiltà. Pace.

L’Italia ha il suo fascino snob / Milano è lassù nello smog / Un’opera vecchia che dura da un tot / Non trova un finale come Turandot

Matteo Faccio (in una rap battle con Salmo, nelle ultime due righe)

Festival della Comunicazione 2019 – Senza passare dal via

Giorno 2, che in realtà è il Giorno 1. Mi tolgo subito l’incombenza promozionale.

Tridente offensivo per l’esordio del Festival. Ferruccio De Bortoli esterno alto, largo sulla corsia di destra. “Senso civico e qualità della cittadinanza”. Walter Veltroni all’ala sinistra, per forza di cose. Metterà sul tavolo un tema di triste attualità: “I rischi dell’odio”.

Centravanti Alessandro Baricco (chi scrive ha frequentato non poco le sale arancionissime della Scuola Holden, negli ultimi due anni, e si sente sinistramente chiamato in causa ogni volta che salta fuori il nome del Preside&Fondatore). Argomento? La vita nel Game, naturale!

La rivoluzione digitale ti stressa? Non sai che pesci pigliare? È l’incontro che fa per te!

Da Einaudi specificano – con tanto di accento farlocco tipicissimo di via Biancamano: “Niente piú confini, niente piú élite, niente piú caste sacerdotali, politiche, intellettuali. Uno dei concetti piú cari all’uomo analogico, la verità, diventa improvvisamente sfocato, mobile, instabile. I problemi sono tradotti in partite da vincere in un gioco per adulti-bambini. Perché questo è The Game.”

Nota di colore. Alle 19, a discutere di Innovazione e Sostenibilità, ci sarà Luigi Ferraris. Che per personale innioranza non sapevo essere amministratore delegato di Terna: per un secondo mi sono ritrovato sul prato di Marassi, sognante.

Andando da tutt’altra parte. Ieri era l’11 settembre. Il crollo delle Torri è diventato maggiorenne. Abbiamo preferito non ricordarlo, ci sembrava di gusto dubbio. Ma è singolare che la nostra copertura di un evento dedicato per intero alla comunicazione abbia coinciso con l’anniversario tondo (si fa per dire) di una contingenza che – oltre a rivoluzionare la politica mondiale e strappare migliaia di vite umane all’affetto dei loro cari, e andarci oltre non è così semplice – ha ribaltato la percezione di ciò che è l’informazione, dell’incidenza dei fatti del mondo nella propria, personalissima esistenza.

Andando da tutt’altra parte: Capitolo 2. L’altra sera sono andato al cinema, tanto per non perdere il vizio. Il fatto che fosse sabato, e che la pellicola (non è vero, ormai è tutto in digitale, ma dire pellicola invece di file compresso è decisamente un’altra storia); il fatto che la pellicola selezionata fosse categorizzata come “TOP” mi ha scucito di tasca 10 dollaroni. Se le inventano tutte, raga. Cavoli miei.

Il TOP film prescelto era. Rullo di tamburi. IT: Capitolo 2.

Non starò qui a fare la recensione. Mi prendo giusto il tempo per sottolineare quanto, a monte, sia geniale il genio pop del vecchio Sire. Pensiamoci un attimo. Stephen King ha trasformato la parola più utilizzata del dizionario (it, appunto) in un personaggio, in un’astrazione. L’ha rivestita di un significato nuovo: ha fatto il miracolo.

Lo stesso vale per “comunicazione”. Termine abusato, piuttosto che no. Darle dignità, rilevanza, spessore spetta a chi ci lavora attorno, ci vive a stretto contatto, ci ravana dentro senza sosta ma col giusto ritegno. Spetta a me che scrivo, a voi che leggete, studiate, e fate due passi a Camogli proprio in questo weekend.

Il primo 2alle8 è andato. Ci ho trovati più abbottonati dello scorso anno, ma forse è stata la ruggine, o il maggior tasso di istituzionalità col quale dobbiamo convivere. Ve ne raccontavo ieri. A riguardarci, però (ovvio: ci siamo riguardati appena tornati a casa), ho dovuto ammetterlo con Nadia: pensavo peggio. Siamo come Luca Bizzarri, che passerà di qua domenica mattina: più borghesi ma non per questo meno wild. Discreta la prima, toh. Sempre a dirselo da sé.

Pace.

[Anche oggi, immagini di copertura a c*zzo di cane – Boris docet – dritte dritte dal press kit.]

Matteo Faccio

Festival della Comunicazione 2019 – La seconda volta

L’inizio, solitamente, è un buon punto da cui cominciare.

Allora iniziamo col dire che Campuswave Radio è arrivata al Festival della Comunicazione di Camogli. O per dirla ancora meglio, ci è tornata. O per usare un vocabolario consono alla location: abbiamo buttato l’ancora in un porto che conosciamo. Già al termine della scorsa traversata avevamo mandato a memoria le manovre per entrare e fatto amicizia coi galoppini della capitaneria, che scorrazzano sui moli, zigzagando tra le cime. Sapremo persino indicarvi dove servono il rum migliore dell’angiporto. Tra gente di mare, è notorio, ci s’intende al volo.

Quest’anno siamo persino più inseriti, come chi spasima per l’alta società. Ci hanno garantito l’alloggio (“Airbnb è uno dei motivi per cui vale la pena campare in questo secolo”, scriverebbe Marx nel Capitale 2.0), ci hanno chiesto di arrivare in anticipo e messo in mezzo all’organizzazione. “Abbiamo colonizzato Camogli!”, si arrischia a dichiarare chi tra noi non disdegna qualche mira espansionistica.

Quindi ci siamo, ci siete, abbiamo e avete colto il punto. Campuswave è al Festival, termine che di solito ci risulta tutt’altro che indigesto, sia esso in estremo levante (genovese) o estremo ponente (ligure).

Il cartellone è ricco. Non vogliamo fare figli e figliastri, ma cinque o sei ospitate mainstream tocca sbraitarle: l’immarcescibile Piero Angela! il maratoneta Enrico Mentana! Alessandro Baricco, The Gamer! Roberto Burioni senza il codazzo di antivaccinisti inferociti! un Luca Bizzarri di certo imborghesito ma non per forza meno selvaggio! un olimpionico Beppe Sala! and so on.

Lo stesso vogliamo poter dire del nostro palinsesto. A livello di ricchezza, s’intende. Interviste, approfondimenti, articoli, dirette sui social. Vedi anche: 2alle8, il format dell’aperitivo allungato, rigorosamente in onda alle 20 meno 2 minuti, come il mondo ha ormai imparato a calcolare (mire espansionistiche, scrivevo). Anche stavolta consiglieremo il cocktail per ogni serata, anche stavolta vi faremo venire il magone da TRL, o perlomeno proveremo.

Occhio perché attacchiamo già stasera. Nadia, reduce dalla più classica delle illuminazioni oniriche, mi ha guardato con l’occhio spalancato: “Ci mettiamo in spiaggia, come per l’ultima dell’anno scorso. Iniziamo da dove avevamo finito!”

Mica posso dirle di no. Altro che iniziare dall’inizio.

Se una puntata a Camogli per il fine settimana proprio non vi ci stesse, insomma, sapete come fare per non perdervi neanche un passaggio in passerella.

[Sempre Nadia: “Matte, inserisci delle foto nell’articolo!”. Io: * seleziono prima immagine del press kit dal sito del Festival + foto scattata dal balcone dell’appartamento rispettante le basilari leggi, e solo quelle, della composizione *]

Spiegazione del titolo, in coda. Sembra non esserci nulla da spiegare, corretto? Siete lì per la seconda volta e lo schiaffi nel titolo. Che mossa sofisticata, quanto sottotesto!

Invece no. Invece qualcosina da aggiungere lo abbiamo trovato (plurale maiestate-of-mind). Nel cinema, tanto per non perdere il vizio.

La seconda volta è un film del ’95. L’ha diretto Mimmo Calopresti e Valeria Bruni Tedeschi ci ha vinto un David come miglior attrice protagonista. Il fatto singolare, però, risiede nel casting dell’interprete maschile di punta. Nanni Moretti. Un film con Nanni Moretti, ma non di Nanni Moretti, fa sempre effetto.

La morale della fiaba è comunque carica di significato. Un autore può mettersi a pieno servizio di un altro, sì, ma non mettersi a tacere. In questo senso, ci gusta pensare di essere un po’ dei Nanni Moretti.

Dichiarazione d’intenti. Volgiamo imporci come una voce autoriale, riconoscibile, all’interno di un evento che non spetta a noi organizzare, dirigere, pensare.

Lo fate passare, il parallelo?

Se sì, grazie della collaborazione. E adesso all’assalto!

Sempre in pace, naturalmente. Pace.

Matteo Faccio

Festival della Comunicazione 2018 – Una domanda a Piero Angela, per via tradizionale

Innanzi tutto, scusate il post scriptum. Un’intervista del genere, anche se breve, andava comunicata in fretta. Lo sappiamo bene. Non che ce ne fossimo scordati, è chiaro. Ma, tra un’emergenza di pubblicazione e l’altra, ci era rimasta impigliata nel taccuino. Passato il rintontimento da pc, siamo finalmente tornati alla cellulosa, per finire in bellezza.

 

Pablo Picasso amava dire che, quando fosse giunta l’ispirazione, l’avrebbe trovato a dipingere. “Sulla rilevanza del tenersi pronti”, insomma.

Per le vie di Camogli, nei giorni del Festival, capita di fare più di un incontro eccellente, è evidente. Nella rincorsa agli eventi, ci si può imbattere in ognuno dei conferenzieri invitati: prima dell’intervento, a microfono appena abbassato, oppure durante una passeggiata in centro, fuori dal cono di luce dei riflettori.

A noi è capitato di incrociare, più che inaspettatamente, il divulgatore dei divulgatori. Piero Angela. Ha quasi novant’anni: li ricorda con fierezza e li porta con l’armonia disarmante che sta dietro a ogni bella intelligenza.

Figuratevi la scena. Esterno giorno, Camogli. Domenica, intorno a mezzogiorno. All’infaticabile collega Daniele Rivara e al sottoscritto (sempre Matteo Faccio) tocca la copertura del secondo intervento al Festival di Marco Travaglio, stavolta in compagnia di Gherardo Colombo e Maria Latella: potrebbe scapparci un’intervista, una diretta, uno spunto per un articoletto.

Ci dirigiamo in piazza Battistone, con buon anticipo sulla tabella di marcia. Sistemiamo l’attrezzatura video e torniamo a prendere una boccata d’aria, prima che suoni la campanella. E lì, tac! Troviamo Piero Angela pronto a varcare le soglie del tendone, in qualità di spettatore, dopo il suo speech nel tardo pomeriggio di sabato.

Non abbiamo neppure una foto valida per la testimonianza: dovete crederci sulla parola. La telecamera è all’interno, piazzata; il telefono di Daniele è scarico e il mio al sicuro nello zaino. Nella press room, dalla parte opposta del paese. Mea culpissima.

Dalla tasca posteriore dei jeans, mi spuntano fuori penna e taccuino (sono un sentimentale, già). Facciamo alla vecchia maniera.

Daniele, con il tatto e i buoni modi che lo pervadono, ostruisce il passaggio al venerabile Signor Quark. Io seguo a ruota, a taccuino spianato. “Abbiamo tempo per una domanda al volo? Una soltanto!”.

Ci è andata bene.

 

Il tema del Festival è Visioni. Per noi, per tanti nostri colleghi universitari, per i giovani in generale, le visioni del futuro sembrano essere sempre più nebulose. Si sente di dare un consiglio, un monito, per confrontarsi al meglio con una fase di incertezza così acuta?

È molto difficile: cominciamo col dire questo. Però ci sono cose che funzionano sempre, in ogni tempo. Oggi, domani, dopodomani. E sono la capacità di fare bene il proprio lavoro e la ricerca costante dell’eccellenza.

Cercate l’eccellenza, perché solo con essa si possono superare le onde più alte del destino. Bisogna essere allenati, non perdere mai la forma.

Purtroppo per loro e per noi, i giovani non sono aiutati, è vero. Ma mi preme sottolineare l’importanza di iniziative come queste, cicli di conferenze in cui persone più esperte vengono a condividere passaggi di vita lavorativa, prima che privata, e a raccontare l’importanza della preparazione e della professionalità. Lo trovo confortante.

È difficilissimo uscire vittoriosi dal confronto con questa società, ma se ci si prepara a dovere prima dell’impatto, si avrà un ottimo salvagente.

Anche perché le cose, i giovani di oggi, le sanno, le sapete. Siete sempre pronti ad aggiornarvi e ad imparare. Ebbene, per il futuro l’atteggiamento giusto dovrà ancora essere questo.

Quindi studiate molto: ma non per gli esami in sé. Gli esami servono, sicuro, ma restano di un’importanza relativa.

Studiate per strutturare una visione d’insieme coerente, studiate per comunicare, per lavorare come si deve. Per essere eccellenti. Così sì che il futuro, vostro e della società che vi troverete ad amministrare, saprà sorridervi.

Grazie Dottor Angela, è stato un onore. Inaspettato.

Festival della Comunicazione 2018 – Sunset Boulevard

Cronache dalla fine della fiera. Di quelle buone anche riscaldate, come le lasagne.

Le battute conclusive del Festival sono il risultato, per noi, di un miscuglio di spossatezza e malinconia, soddisfazione e cortocircuiti cerebrali. Sistemiamo gli ultimi dettagli, sbaracchiamo la postazione e salutiamo gli addetti stampa e i responsabili di produzione con cui abbiamo collaborato. “Grazie a voi” suona come un refrain.

Camogli è sempre splendida, in abito da sera. Il lungomare di via Garibaldi lo abbiamo ormai mandato a memoria. Le ultime scarpinate, dalla nostra palestra alle location degli incontri e viceversa, lo trasformano in una specie di viale del tramonto. Siamo agli sgoccioli, per davvero.

Facciamo l’ultima diretta all’ora dell’aperitivo, coccolati da una luce che non si riesce a dire. Per un attimo mi scordo dell’influenza, che infatti, appena stacchiamo, mi chiede il conto. Poco male.

Il tardo pomeriggio era stato monopolizzato dalla lezione di storia di Alessandro Barbero al Teatro Sociale – meravigliosa bomboniera rimessa in sesto da pochi anni, con nell’aria ancora il profumo del legno appena levigato.

Racconti di previsioni e revisioni, impegni prìncipi di uno storico degno di tal nome. Perché la storia potrà anche essere magistra vitae, ma serve ci sia qualcuno che voglia imparare, comprendere, spiegare. Non si tratta soltanto di ricostruzione dei fatti: conoscere il passato significa intuire lo spirito delle persone, nei secoli dei secoli. Siamo prigionieri del presente, con scarsa memoria di quel “luogo diverso” che è esistito prima di noi. Ebbene, sta allo storico ergersi a giudice inquirente (“Accertare i fatti, poi interpretarli”) e psicanalista (“L’individuo è sempre lui, non importa quali siano le regole della società in cui vive”).

Barbero cita Ray Bradbury e Winston Churchill, tra fantascienze, ucronie e senni del poi. “Sapere come è andata a finire influenza pesantemente la nostra visione del mondo: ne so più io, della battaglia di Waterloo, di quanto ne sapesse Napoleone”.

Si passa dagli editti di Caracalla alle serie tv di grido, a proposito di ricostruzione dei fatti, dell’oggi e dello ieri.

Prendete le sigarette di Downton Abbey. Le poche che trovate nella serie sono quelle dei domestici cattivoni, in un’epoca in cui fumavano persino i bambini. Peraltro, i tabagisti escono in giardino per fumare, mentre farlo all’interno di qualsiasi edificio era considerato più che normale. O ancora il Signor Pamuk, il diplomatico anatolico. Gli sceneggiatori lo ribattezzano come il più celebre scrittore turco contemporaneo (sai che fantasia…) e soprattutto gli affibbiano un cognome, quando in Turchia, per tradizione ottomana e fino all’occidentalizzazione voluta da Ataturk, il cognome non si usava.

Paiono dettagli, ma come tali fanno la differenza. “Chi vuoi che se ne accorga? I turchi, se ne accorgono!”.

Neanche nel fantasy riusciamo a distaccarci dal retaggio delle nostre tradizioni e dei nostri costumi. In Game of Thrones, ad esempio, si celebrano regolari matrimoni in edifici di culto che somigliano a chiese, secondo riti fin troppo simili a quelli attualmente previsti dalla dottrina cristiana.

Al professore viene consegnato il Premio Comunicazione di questa edizione, dalle mani di un commosso Danco Singer, caposquadra degli organizzatori. Singer parla del Festival che, alle prime, non era ben visto in paese e dava addirittura l’idea di voler occupare Camogli in forma semiabusiva; e di una Camogli che, pian piano, ha finito per occupare essa stessa il cuore del Festival.

Il legame è indissolubile, e proseguirà. Save the date: 12-15 settembre 2019, appuntamento con la sesta edizione e col tema #civiltà (il nostro Ponti lo teniamo buono per il 2020).

Alle 19:30 sale sul palco, scalzo, Federico Rampini. È di Camogli anche lui. Il modo migliore di richiudere il sipario.

Che aggiungere d’altro, che non sia già stato detto in quattro infiniti giorni di commenti, articoli, post, interviste e dirette?

Ci prendiamo appena il tempo di ringraziare chi ci ha seguito e ha vissuto insieme a noi l’intensa passeggiata lungo questo sunset boulevard da favola. Per Campuswave è stata, con buona probabilità, la miglior prestazione di sempre. Certo, ce lo diciamo da soli, ma siamo proprio contenti.

Per chi poi non ne avesse ancora abbastanza, di festival culturali e di queste latitudini (si potrebbe, d’altronde?), segnaliamo quello della punteggiatura, il 21 e 22 settembre prossimi a Santa Margherita. Un festival della punteggiatura, capite? Come non amarle, delle cittadine così?

L’ultima riga è in prima persona, l’ultimo articolo si firma. È stato un grande piacere, al solito. Abrazo.

Matteo Faccio

Festival della Comunicazione 2018 – E la chiamano pausa pranzo

Ultimo giorno. Fa strano.

Sospetto di essere mezzo influenzato. Le ragazze della spedizione mi allungano una pasticca e spiegano come funziona la tachipirina 500 ad azione immediata. L’inevitabile ironia su Calcutta e le sue prescrizioni fai da te mi annichilisce, rischio di andare al tappeto. No, non mi avrete (ma chi?). Parto lo stesso per il solito slalom gigante tra le conferenze. Stoico.

Colazioni. Sarò breve, per forza di cose. Sofia Bignamini, psicoterapeuta e autrice de I mutanti, si/ci/vi interroga su sguardi e prospettive dei preadolescenti dei giorni correnti, tra usi e abusi del digitale e autogestione di un tempo che si fa più fatica a definire. Keywords: narcisismo, terra di mezzo, famiglia. Cambio. Silvano Fuso, chimico, fa le pulci ai premi Nobel, nati per uno scrupolo morale, dopo certi attacchi all’omonimo Alfred in seguito alla sua invenzione più celebre e redditizia: la dinamite. Un titoletto sciué sciué? Anche i geni sbagliano.

Cambio location. Promenade, molo. Rassegna stampa dei quotidiani. Il paracetamolo comincia a salire in superficie. Mi sento come fossi dignitosamente brillo, e temo di sembrarlo anche agli occhi di un osservatore esterno. Guarda in basso, conserva le energie. Vai avanti, soldato.

Plauso ad Aldo Cazzullo, uomo ovunque. Fa la rassegna con Annalisa Bruchi, in sostituzione di Freccero, che all’ultimo ha dovuto dare forfait. Gli suonano in testa le campane della domenica, lo interrompono, come è successo ieri coi fuochi di Recco e lo spettacolo di Catalano&Dente. Cazzullo non si scompone, cita Don Camillo e Peppone e con un’acrobazia riesce pure a farsi promozione: “Succedeva anche appena dopo la guerra, quando i comunisti facevano i comizi in piazza e i preti gli rispondevano a modo loro: lo racconto nel mio ultimo libro!”. Poi passa in Terrazza della Comunicazione per la presentazione vera e propria di Giuro che non avrò più fame. L’Italia della Ricostruzione. Professionisti…

Vado da Andrea Vitali per le sue Visioni di lago. Di Como. Sono in ritardo – ma dai! – e non ricordo dove si tenga l’intervento. Sarà la febbre, l’influenza, la peste. Mi basta seguire il suono delle risate, però.

Vitali ha fatto per venticinque anni il medico di base, “di quelli con la lingua per parlare e le orecchie per ascoltare, senza troppa tecnologia, ancora”. Racconta le storie vere dei suoi personalissimi visionari: parenti e pazienti, gente comune capace di guizzi straordinari. Come la signora Fiorella, che chiedeva raccomandazioni al dottore prima di partire per “una crociata nel Mediterraneo”. O la zia Eufrasia, che aveva ospiti e s’era messa in testa di fare gli gnocchi. La farina scarseggiava, così ne ha aggiunta un po’ “di quella scura”. Peccato fossero le ceneri di un altro zio, Esilio.

Evviva la bella, sana, spassosissima provincia italiana, la stessa delle scampanate di Cazzullo.

Il pubblico è in visibilio. Quando a Vitali fanno cenno che mancano cinque minuti, si alza uno di quei “Nooo” che vengono dal cuore.

Dopo, comunque, tocca a Oscar Farinetti. Non ci si può granché lamentare. Mr. Eataly, con la consueta energia contagiosa, parla di imperfezione umana: altro che precisini, onestissimi, inattaccabili. Tonino Guerra gli ha fatto da mentore, in piazza dei Miracoli, prima di girare uno spot pubblicitario: “Mi ha detto che la torre di Pisa è così celebre, così bella, proprio perché non è perfetta”.

Presenta il suo ultimo libro, Quasi, raccolta di poesie. Farinetti è “quasi” un sacco di cose: marito, padre, nonno (i nipotini lo vedono talmente di rado da averlo ribattezzato “Il marito della nonna”), imprenditore. E pure scrittore.

“Vorrei saper scrivere come Baricco, giuro, ma non ci riuscirò mai. Però i miei libri vendono, piacciono. E dire che ho tanti amici nel settore. Le risate che mi faccio, quando li incontro. Tu sei un droghiere, cazzo scrivi? Stavolta, per farli incazzare ancora di più, mi son messo addirittura a scrivere poesie!

I giornali che non mi amano diranno che sono come Bondi. Ve le ricordate, le poesie di Sandro Bondi? Solo che lui scriveva sempre A Silvio, mentre io A Matteo non l’ho scritta mai”.

Ulteriori spunti di riflessione. Sfiducia ed egoismo sono i peggiori dei mali. La ricchezza del Paese più bello del mondo – che ha una liquidità depositata che vale il doppio del debito pubblico, a sentir lui, sempre attento a dati e statistiche – risiede nelle piccole cose.

Dopodiché, Mario Peccerini, attore scafato ed esperto, di Camogli, che ha fatto il marinaio per diciotto anni prima di dedicarsi finalmente alla passione della sua vita, dà il via al reading, declamando una bella sfilza di versi. Gli fa eco Farinetti: “Ora potreste pure non comprare il libro!”.

Consiglio spassionato. Andate a vedere il video che dedicheremo allo spettacolo e aspettate il passaggio sui due orgasmi (ora sì che ho la vostra attenzione). Non anticipo nulla: prendete nota e godetevela.

Da un’altra parte ci sono Willwoosh e Sofia Viscardi: l’età media dell’audience crolla verticalmente. Io passo solo di sfuggita. Ci vanno gli altri e li braccano per l’intervista.

Riesco a sentire Travaglio, anche se per una manciata di minuti appena. Bignami in tre mosse: la disintermediazione come nuovo paradigma; la comunicazione ha cannibalizzato l’informazione; gli amministratori di un tempo oggi sono diventati comunicatori. Non c’è di che.

Ci concediamo una specie di lunch break. Focaccia. Certo che a Camogli si mangia da dio.

Ora posso anche rincarare la dose di tachipirina 500. Sapete che se ne prendo due diventa 1000?

Festival della Comunicazione 2018 – L’amore è quell’intertempo

Strane faccende, i pomeriggi. Il mattino avrà pure l’oro in bocca, ma si vede che era pesante da digerire.

Abbiamo la netta sensazione che il tempo rallenti. Chi siamo, dove andiamo? Quando siamo entrati in questa palestra? È mai esistito un mondo prima e fuori di qui?

Note liete. Il pesto del pastificio Fiorella è uno dei migliori che abbia assaggiato. Occhio: se un genovese si sbilancia a ‘sto modo, c’è da credergli. E dire che per chi viene dalla big city, un pesto prodotto al di là di Nervi/Voltri equivale a una salsetta al basilico (non-di-Prà) senza né arte né parte. Sono ancora sotto shock. Chapeau.

Note dolenti. Fa sempre caldissimo e il mare è una tavola. So di averlo ripetuto fin da giovedì e chiedo venia per l’insistenza. Giuro che lunedì torno qui e corro in spiaggia. Per sfregio.

Sondaggione popolare: è, questo di sabato, il sole più cocente della settimana? Plebiscito per il sì.

Storici locali – qui riunitisi per il meeting con Aranzulla, quando chiunque li pensava da Piero Angela – concordano: è il settembre più caldo degli ultimi secoli di Camogli, dai tempi della sorprendente siccità del 1798, quando, con i nuovi ordinamenti francesi, la cittadina fu elevata al titolo di capoluogo del secondo cantone della Giurisdizione della Frutta. Frutta che, di conseguenza, nel giro di poco marcì.

[Postilla per chi non ama il sarcasmo e/o per eventuali storici locali, realmente esistenti, collegati al sito di Campuswave. È tutto inventato, sia chiaro.]

Il Festival tira avanti di gran carriera e ci consoliamo con le ospitate. Scherzi a parte, esserci è una goduria. Tridente pomeridiano da Champions League: Gad Lerner sulla sinistra (e dove altro), Gabriele Muccino sul versante opposto, Piero Angela centravanti di sfondamento, alla maniera di un tempo. Li abbiamo filmati, li stiamo filmando e li filmeremo. Avvicinati, intervistati e importunati. Pacchetto completo. Tutto in onda tra poco, il tempo di sferruzzare i contributi.

La serata non è da meno. Alessandro D’Avenia al Teatro Sociale con Ogni storia è una storia d’amore. A partire dal mito – straziante, ossessivo, ineguagliabile – di Orfeo e Euridice, si alternano sublimi passaggi di letteratura a raccontare storie di grandi donne che hanno tentato di amare altrettanto grandi artisti, con esiti che vanno dal tragico al comico, dall’epico al lirico, dal cinematografico al fiabesco.

Declamano i ragazzi, per ferma volontà dell’autore. Alcuni sono del campus. Siamo tutti con voi, compari.

Per chi invece ama stare all’aperto, il reading Balle spaziali di Marco Travaglio: di come la politica e l’informazione al servizio del potere pontifichino e s’approfittino delle tanto gettonate fake news sorte sul Web.

Alla stessa ora ma in un’altra piazza, Guido Catalano & Dente col loro Contemporaneamente insieme. Manco a farlo apposta. Si parla ancora d’amore, ma oltre non ci spingiamo: cantautori e poeti sono imprevedibili per definizione, tocca sedersi e lasciarli fare.

Mi tornano in mente le gelatine di Harry Potter: ce n’è per tutti i gusti più uno. Ai presenti l’arduo compito di scegliere dove imbucarsi.

Pace.

Festival della Comunicazione 2018 – Parole del giorno

Premetto: la parola del giorno – pardon, mattino – è “divulgazione”.

Ora che mi sono tolto il pensiero, posso prenderla alla lontana. Lontanissima.

Uno dei bracci minori della Via Lattea, il Braccio di Orione, contiene il sistema solare. Un luogo ospitale: diametro di 135 unità astronomiche, ben esposto, illuminato per buona parte della giornata e dotato di tutti i confort. Una colossale cabina abbronzante. Al centro del sistema solare – chi se lo aspetterebbe mai – è piazzato il Sole, stella madre e centro di gravità permanente. Ma immaginarselo semplicemente “al centro” è forse riduttivo, dato che la massa del Sole rappresenta in solitaria il 99,8% di quella dell’intero sistema.

Piergiorgio Odifreddi, non ce ne vogliano gli altri conferenzieri, è il Sole della mattinata del Festival. Che è, naturalmente, soleggiata per davvero, a conferma della gran imbeccata metereologica degli organizzatori in fase di selezione del periodo.

Tutto gira attorno a lui, e tra una tirata sulle droghe (no word puns, pls) e una dichiarazione d’amore per l’anticlericalismo, saliamo sull’ottovolante della divulgazione della scienza matematica. Di per sé, non una gran figata.

I numeri si sono fatti una cattiva reputazione. Magari è tutta colpa di una brutta compagnia. Sembrano guardarci da lontano, con distacco e sufficienza (strapparla, in matematica…), ma sono parte integrante del nostro vissuto. Una forma d’ordine, e forse d’arte, fondamentale.

Il punto è questo. Con Odifreddi l’andazzo cambia. Riesce a mettere della poesia in una materia poco accattivante e apparentemente senz’anima.

Insomma: Odifreddi fa delle odi fredde. Però avevamo detto niente word puns, per la miseria!

Voltate pagina. Fatto.

Da un annetto vivo a Torino. Sulle inflessioni dei torinesi, credo, si potrebbe discutere per ore. Hanno un accento tagliente, ma tagliente in modo inaspettato. Non ti sconvolge, sulle prime, non sembra poterti toccare, ma alla fine ti ritrovi grondante sangue. Sono dei killer sentimentali, come quello di Sepulveda.

Alessandro Barbero è la personificazione del torinese docg. Il cognome sembra un refuso del loro vino più famoso, e pure il suo accento è degno di certificazione geografica. Lo userei a esempio, se mi chiedessero com’è che parlano gli antonelliani. Cosa di cui non mi stupirei, dopo l’intro che ho tirato giù.

Dà idea di essere un uomo splendido, un bell’essere umano. Lo incrociamo in passeggiata, intento a fare lezione ai bambini, in uno dei laboratori organizzati a corollario del Festival. È paziente e divertito, mentre accompagna Carlo Magno sul lungomare.

Per la cronaca, Barbero verrà insignito del Premio Comunicazione, domani, appena prima che il sipario cali sulla quattro giorni di kermesse. Non è un mio inciampo non autorizzato, eh. Nessuno spoiler, era tutto dichiarato. Lo potete leggere persino sul bignamino del programma, consegnato a tutti i visitatori.

Per rendere l’idea di quel che fa, e di come lo fa, riporto la motivazione in calce all’annuncio:

“Con la sua travolgente dialettica e la sua coinvolgente presenza scenica, ci guida alla riconquista della nostra memoria storica, offrendoci sempre una chiave di interpretazione originale, inconsueta e mai scontata nell’esplorazione del nostro passato e nell’interpretazione del nostro presente”.

Ecco. È esattamente lo stesso coi bimbi in passeggiata.

Mica per nulla la parola del giorno – pardon, mattino – è “divulgazione”. Quella del pomeriggio la scopriremo tra poco.