UniGe World: l’ateneo spiegato dai ricercatori al Festival della Comunicazione 2021

Al Festival della Comunicazione di Camogli, vi è un palco affacciato sul mare interamente dedicato all’Università di Genova.
Unige World è il nome dell’iniziativa che si pone come obiettivo quello di far conoscere le potenzialità e la bellezza dell’ateneo genovese, e per farlo si serve di testimonianze forti, positive e di grande ispirazione per la prossima generazione di studentesse e studenti.

Sono 12 i ricercatori che si susseguiranno nella cornice di Camogli, all’interno del palinsesto del Festival della Comunicazione. Si tratta di studentesse e studenti provenienti da molti dipartimenti dell’Università di Genova, ormai giunti – o quasi – agli sgoccioli del proprio percorso formativo universitario e che, quindi, si affacciano sul mondo del lavoro con positività e un bagaglio di esperienze arricchito grazie alle possibilità che l’Ateneo propone, ad esempio, sotto forma di tirocinio.

L’Università di Genova si fa quindi conoscere attraverso una rosa di ricercatori in grado di attrarre il pubblico formato da coloro che si trovano proprio in questo periodo a dover scegliere che percorso universitario intraprendere.

Il programma consiste nella presentazione di:
Alice Capobianco: Studiare archeologia a Genova: dall’attività sul campo ai miei progetti di ricerca.

Manuela Serando: Beni culturali e new media: valorizzazione,  comunicazione, accessibilità.

Stella Blumfelde: Sfide alla sicurezza nel XXI secolo: Internet Governance.

Pietro Fiaschi: L’impatto sul paziente della ricerca in Neurochirurgia e Neuroncologia.

Barbara Benedetti: I composti chimici di uso quotidiano: alleati preziosi o nemici dell’ambiente acquatico?

Gianluca Cerruti: Pandemia, fiducia nelle istituzioni, giovani e disuguaglianze: siamo davvero tutti sulla stessa barca?

Daria Bellotti: Convertire l’energia rinnovabile nei combustibili del futuro.

Massimiliano Passalacqua: Elettronica di Potenza: una tecnologia chiave al servizio della Transizione Ecologica.

Flavia Libonati: Il futuro dei materiali: lezioni dalla Natura.

Angelo Ferrando: Verifica Formale di Sistemi Intelligenti.

Vanessa Cossu: Patologie neoplastiche: alla scoperta di un nuovo metabolismo delle cellule tumorali.

Maria Paola Ferranti: Progetto ReLife: ripristino della specie protetta Patella ferruginea, uno dei molluschi a rischio di estinzione in Mediterraneo.

«Un’occasione formidabile per parlare di formazione, di percorsi individuali, di sbocchi lavorativi e di ricerca di frontiera – commenta il Prorettore alla terza missione Fabrizio Benente – Uno spazio che l’organizzazione del Festival della Comunicazione ha offerto all’Università di Genova nel quadro della nostra terza missione, con il compito di far conoscere quello che l’università è e fa».

Festival della Comunicazione 2021: ospiti e programma

Prende il via il Festival della Comunicazione 2021, nella suggestiva cornice di Camogli.
Quattro giorni dedicati a cultura, spettacolo e intrattenimento con un filo rosso a legare i più di 130 artisti che si esibiranno sulle svariate terrazze sul mare, organizzate nel pieno rispetto delle normative anti CoVid.
Conoscenza. Ecco la parola magica che da ritmo alla manifestazione ideata da Umberto Eco nella sua ottava edizione.

Proprio Eco diceva a proposito della Conoscenza: “Bisogna mettersi alla prova, intervenire nel dibattito locale, ascoltare le opinioni, cambiare pian piano il proprio modo di vedere, pensare e scrivere, guardandosi dalle forme di pseudo-partecipazione del web che idolatrano l’ideale della assoluta presa di parola. Bisogna recuperare il modello del dialogo socratico, del confronto aperto, del continuo esercizio dialettico di critica e di autocritica”.

Ospiti tra i più celebri nel mondo dello spettacolo, per citarne qualcuno: lo storico Alessandro Barbero, il cantautore Vinicio Capossela, Valerio Lundini con la sua comicità dissacrante e vicina al mondo dei giovani, il direttore del Fatto Quotidiano Marco Travaglio.
Tra spettacoli serali nelle piazze Camogline, gli aperitivi con gli autori negli incantevoli bar del borgo, le colazioni di prima mattina e la rassegna stampa commentata, questo Festival della Comunicazione, diretto da Rosangela Bonsignorio e Danco Singer, non manca dei suoi punti di forza: location, bouquet di professionisti del mestiere della comunicazione e un concetto potente a dare una linea guida a tutti coloro che decideranno di accorrere anche solo ad uno spettacolo in programma.

Per tutti gli spettacoli del cartellone del Festival della Comunicazione, vigono le normative anti-contagio. Questo vuol dire che è necessario il green pass per assistere agli eventi e la prenotazione del proprio posto a sedere.

“Media Ecology e Comunicazione Digitale” la Summer School nata dal Festival della Comunicazione di Camogli.

14 Giorni di formazione intensiva rivolti ai giovani laureati magistrali

L’organizzazione del Festival della Comunicazione, in collaborazione con l’Università degli Studi di Genova, l’Università degli Studi di Torino, l’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) e il Comune di Camogli, promuove una Summer School sulla comunicazione digitale, altamente professionalizzante che connette aziende, alla ricerca di personale qualificato e laureati.

L’obiettivo della scuola. Il progetto si propone di fornire, combinando approcci teorici e pratici, competenze, tecniche e interpretative fondamentali per professionisti nel settore della comunicazione, un ecosistema in continua evoluzione.

Collaborare con la Summer School infatti è un’opportunità anche per le aziende stesse, poiché avranno accesso a una piattaforma di recruiting dedicata, potranno formare le loro risorse interne, ottenere spazi di intervento e partecipare alla giornata conclusiva di career day, dove si presenteranno al pubblico di laureati.

Foto di Camogli, piccolo paese della riviera ligure dove ogni anno viene organizzato il Festival della comunicazione

Camogli, città della comunicazione. La Summer School si svolgerà dal 9 al 22 giugno 2019 a Camogli, storico borgo della riviera ligure di levante che, grazie al Festival della Comunicazione, è diventato in questi anni un punto di riferimento del settore.

L’attività sarà articolata in 2 settimane con 8 ore al giorno di corsi, tra lezioni frontali, conferenze, case studies e project work, in cui i partecipanti, divisi in piccoli team di lavoro, potranno sviluppare, sotto la supervisione di un tutor, un proprio progetto, che verrà poi presentato a conclusione del percorso. Il progetto migliore verrà premiato in occasione del Festival della Comunicazione.

L’intero progetto sarà presieduto da Professori specializzati
dell’Università di Genova, dell’Università di Torino, del Politecnico di Torino, della Scuola Superiore di Sant’Anna di Pisa e da professionisti tra i più influenti, in Italia e all’estero, nel marketing e nella comunicazione digitale.

Il programma. I partecipanti alla Summer School potranno incrementare le proprie conoscenze e competenze, attraverso un corso intensivo trasversale ad alto livello, affinando le proprie capacità comunicative, organizzative e di lavoro in team, padroneggiando le principali tecniche di marketing.

Il lavoro sarà centrato su 5 settori:

  • Algoritmi, Data Science, Seo, Data analysis, cloud computing;
  • Sicurezza informatica, dal diritto della rete e dei media alla cyber security;
  • Storytelling, data journalism e copywriting di qualità;
  • Come costruire strategie di comunicazione efficaci su social media e new media, monitorando, interpretando e direzionando le tendenze;
  • Modelli di business e startup building.

Per saperne di più, per conoscere i nomi dei professionisti partecipanti, i costi e le facilitazioni previste visitate il sito School of Communication.

La Summer School è riservata a giovani laureati di secondo livello (laurea magistrale), con priorità per quelli al di sotto dei 32 anni.

Festival della Comunicazione 2018 – Sunset Boulevard

Cronache dalla fine della fiera. Di quelle buone anche riscaldate, come le lasagne.

Le battute conclusive del Festival sono il risultato, per noi, di un miscuglio di spossatezza e malinconia, soddisfazione e cortocircuiti cerebrali. Sistemiamo gli ultimi dettagli, sbaracchiamo la postazione e salutiamo gli addetti stampa e i responsabili di produzione con cui abbiamo collaborato. “Grazie a voi” suona come un refrain.

Camogli è sempre splendida, in abito da sera. Il lungomare di via Garibaldi lo abbiamo ormai mandato a memoria. Le ultime scarpinate, dalla nostra palestra alle location degli incontri e viceversa, lo trasformano in una specie di viale del tramonto. Siamo agli sgoccioli, per davvero.

Facciamo l’ultima diretta all’ora dell’aperitivo, coccolati da una luce che non si riesce a dire. Per un attimo mi scordo dell’influenza, che infatti, appena stacchiamo, mi chiede il conto. Poco male.

Teatro sociale di Camogli

Il tardo pomeriggio era stato monopolizzato dalla lezione di storia di Alessandro Barbero al Teatro Sociale – meravigliosa bomboniera rimessa in sesto da pochi anni, con nell’aria ancora il profumo del legno appena levigato.

Racconti di previsioni e revisioni, impegni prìncipi di uno storico degno di tal nome. Perché la storia potrà anche essere magistra vitae, ma serve ci sia qualcuno che voglia imparare, comprendere, spiegare. Non si tratta soltanto di ricostruzione dei fatti: conoscere il passato significa intuire lo spirito delle persone, nei secoli dei secoli. Siamo prigionieri del presente, con scarsa memoria di quel “luogo diverso” che è esistito prima di noi. Ebbene, sta allo storico ergersi a giudice inquirente (“Accertare i fatti, poi interpretarli”) e psicanalista (“L’individuo è sempre lui, non importa quali siano le regole della società in cui vive”).

Barbero cita Ray Bradbury e Winston Churchill, tra fantascienze, ucronie e senni del poi. “Sapere come è andata a finire influenza pesantemente la nostra visione del mondo: ne so più io, della battaglia di Waterloo, di quanto ne sapesse Napoleone”.

Si passa dagli editti di Caracalla alle serie tv di grido, a proposito di ricostruzione dei fatti, dell’oggi e dello ieri.

Prendete le sigarette di Downton Abbey. Le poche che trovate nella serie sono quelle dei domestici cattivoni, in un’epoca in cui fumavano persino i bambini. Peraltro, i tabagisti escono in giardino per fumare, mentre farlo all’interno di qualsiasi edificio era considerato più che normale. O ancora il Signor Pamuk, il diplomatico anatolico. Gli sceneggiatori lo ribattezzano come il più celebre scrittore turco contemporaneo (sai che fantasia…) e soprattutto gli affibbiano un cognome, quando in Turchia, per tradizione ottomana e fino all’occidentalizzazione voluta da Ataturk, il cognome non si usava.

Paiono dettagli, ma come tali fanno la differenza. “Chi vuoi che se ne accorga? I turchi, se ne accorgono!”.

Neanche nel fantasy riusciamo a distaccarci dal retaggio delle nostre tradizioni e dei nostri costumi. In Game of Thrones, ad esempio, si celebrano regolari matrimoni in edifici di culto che somigliano a chiese, secondo riti fin troppo simili a quelli attualmente previsti dalla dottrina cristiana.

Lo storico Alessandro Barbero

Al professore viene consegnato il Premio Comunicazione di questa edizione, dalle mani di un commosso Danco Singer, caposquadra degli organizzatori. Singer parla del Festival che, alle prime, non era ben visto in paese e dava addirittura l’idea di voler occupare Camogli in forma semiabusiva; e di una Camogli che, pian piano, ha finito per occupare essa stessa il cuore del Festival.

Il legame è indissolubile, e proseguirà. Save the date: 12-15 settembre 2019, appuntamento con la sesta edizione e col tema #civiltà (il nostro Ponti lo teniamo buono per il 2020).

Alle 19:30 sale sul palco, scalzo, Federico Rampini. È di Camogli anche lui. Il modo migliore di richiudere il sipario.

Che aggiungere d’altro, che non sia già stato detto in quattro infiniti giorni di commenti, articoli, post, interviste e dirette?

Ci prendiamo appena il tempo di ringraziare chi ci ha seguito e ha vissuto insieme a noi l’intensa passeggiata lungo questo sunset boulevard da favola. Per Campuswave è stata, con buona probabilità, la miglior prestazione di sempre. Certo, ce lo diciamo da soli, ma siamo proprio contenti.

Per chi poi non ne avesse ancora abbastanza, di festival culturali e di queste latitudini (si potrebbe, d’altronde?), segnaliamo quello della punteggiatura, il 21 e 22 settembre prossimi a Santa Margherita. Un festival della punteggiatura, capite? Come non amarle, delle cittadine così?

L’ultima riga è in prima persona, l’ultimo articolo si firma. È stato un grande piacere, al solito. Abrazo.

Matteo Faccio

Festival della Comunicazione 2018 – E la chiamano pausa pranzo

Ultimo giorno. Fa strano.

Sospetto di essere mezzo influenzato. Le ragazze della spedizione mi allungano una pasticca e spiegano come funziona la tachipirina 500 ad azione immediata. L’inevitabile ironia su Calcutta e le sue prescrizioni fai da te mi annichilisce, rischio di andare al tappeto. No, non mi avrete (ma chi?). Parto lo stesso per il solito slalom gigante tra le conferenze. Stoico.

Colazioni. Sarò breve, per forza di cose. Sofia Bignamini, psicoterapeuta e autrice de I mutanti, si/ci/vi interroga su sguardi e prospettive dei preadolescenti dei giorni correnti, tra usi e abusi del digitale e autogestione di un tempo che si fa più fatica a definire. Keywords: narcisismo, terra di mezzo, famiglia. Cambio. Silvano Fuso, chimico, fa le pulci ai premi Nobel, nati per uno scrupolo morale, dopo certi attacchi all’omonimo Alfred in seguito alla sua invenzione più celebre e redditizia: la dinamite. Un titoletto sciué sciué? Anche i geni sbagliano.

Cambio location. Promenade, molo. Rassegna stampa dei quotidiani. Il paracetamolo comincia a salire in superficie. Mi sento come fossi dignitosamente brillo, e temo di sembrarlo anche agli occhi di un osservatore esterno. Guarda in basso, conserva le energie. Vai avanti, soldato.

Plauso ad Aldo Cazzullo, uomo ovunque. Fa la rassegna con Annalisa Bruchi, in sostituzione di Freccero, che all’ultimo ha dovuto dare forfait. Gli suonano in testa le campane della domenica, lo interrompono, come è successo ieri coi fuochi di Recco e lo spettacolo di Catalano&Dente. Cazzullo non si scompone, cita Don Camillo e Peppone e con un’acrobazia riesce pure a farsi promozione: “Succedeva anche appena dopo la guerra, quando i comunisti facevano i comizi in piazza e i preti gli rispondevano a modo loro: lo racconto nel mio ultimo libro!”. Poi passa in Terrazza della Comunicazione per la presentazione vera e propria di Giuro che non avrò più fame. L’Italia della Ricostruzione. Professionisti…

Vado da Andrea Vitali per le sue Visioni di lago. Di Como. Sono in ritardo – ma dai! – e non ricordo dove si tenga l’intervento. Sarà la febbre, l’influenza, la peste. Mi basta seguire il suono delle risate, però.

Vitali ha fatto per venticinque anni il medico di base, “di quelli con la lingua per parlare e le orecchie per ascoltare, senza troppa tecnologia, ancora”. Racconta le storie vere dei suoi personalissimi visionari: parenti e pazienti, gente comune capace di guizzi straordinari. Come la signora Fiorella, che chiedeva raccomandazioni al dottore prima di partire per “una crociata nel Mediterraneo”. O la zia Eufrasia, che aveva ospiti e s’era messa in testa di fare gli gnocchi. La farina scarseggiava, così ne ha aggiunta un po’ “di quella scura”. Peccato fossero le ceneri di un altro zio, Esilio.

Evviva la bella, sana, spassosissima provincia italiana, la stessa delle scampanate di Cazzullo.

Il pubblico è in visibilio. Quando a Vitali fanno cenno che mancano cinque minuti, si alza uno di quei “Nooo” che vengono dal cuore.

Dopo, comunque, tocca a Oscar Farinetti. Non ci si può granché lamentare. Mr. Eataly, con la consueta energia contagiosa, parla di imperfezione umana: altro che precisini, onestissimi, inattaccabili. Tonino Guerra gli ha fatto da mentore, in piazza dei Miracoli, prima di girare uno spot pubblicitario: “Mi ha detto che la torre di Pisa è così celebre, così bella, proprio perché non è perfetta”.

Presenta il suo ultimo libro, Quasi, raccolta di poesie. Farinetti è “quasi” un sacco di cose: marito, padre, nonno (i nipotini lo vedono talmente di rado da averlo ribattezzato “Il marito della nonna”), imprenditore. E pure scrittore.

“Vorrei saper scrivere come Baricco, giuro, ma non ci riuscirò mai. Però i miei libri vendono, piacciono. E dire che ho tanti amici nel settore. Le risate che mi faccio, quando li incontro. Tu sei un droghiere, cazzo scrivi? Stavolta, per farli incazzare ancora di più, mi son messo addirittura a scrivere poesie!

I giornali che non mi amano diranno che sono come Bondi. Ve le ricordate, le poesie di Sandro Bondi? Solo che lui scriveva sempre A Silvio, mentre io A Matteo non l’ho scritta mai”.

Ulteriori spunti di riflessione. Sfiducia ed egoismo sono i peggiori dei mali. La ricchezza del Paese più bello del mondo – che ha una liquidità depositata che vale il doppio del debito pubblico, a sentir lui, sempre attento a dati e statistiche – risiede nelle piccole cose.

Dopodiché, Mario Peccerini, attore scafato ed esperto, di Camogli, che ha fatto il marinaio per diciotto anni prima di dedicarsi finalmente alla passione della sua vita, dà il via al reading, declamando una bella sfilza di versi. Gli fa eco Farinetti: “Ora potreste pure non comprare il libro!”.

Consiglio spassionato. Andate a vedere il video che dedicheremo allo spettacolo e aspettate il passaggio sui due orgasmi (ora sì che ho la vostra attenzione). Non anticipo nulla: prendete nota e godetevela.

Da un’altra parte ci sono Willwoosh e Sofia Viscardi: l’età media dell’audience crolla verticalmente. Io passo solo di sfuggita. Ci vanno gli altri e li braccano per l’intervista.

Riesco a sentire Travaglio, anche se per una manciata di minuti appena. Bignami in tre mosse: la disintermediazione come nuovo paradigma; la comunicazione ha cannibalizzato l’informazione; gli amministratori di un tempo oggi sono diventati comunicatori. Non c’è di che.

Ci concediamo una specie di lunch break. Focaccia. Certo che a Camogli si mangia da dio.

Ora posso anche rincarare la dose di tachipirina 500. Sapete che se ne prendo due diventa 1000?

Festival della Comunicazione 2018 – Parole del giorno

Premetto: la parola del giorno – pardon, mattino – è “divulgazione”.

Ora che mi sono tolto il pensiero, posso prenderla alla lontana. Lontanissima.

Uno dei bracci minori della Via Lattea, il Braccio di Orione, contiene il sistema solare. Un luogo ospitale: diametro di 135 unità astronomiche, ben esposto, illuminato per buona parte della giornata e dotato di tutti i confort. Una colossale cabina abbronzante. Al centro del sistema solare – chi se lo aspetterebbe mai – è piazzato il Sole, stella madre e centro di gravità permanente. Ma immaginarselo semplicemente “al centro” è forse riduttivo, dato che la massa del Sole rappresenta in solitaria il 99,8% di quella dell’intero sistema.

Piergiorgio Odifreddi, non ce ne vogliano gli altri conferenzieri, è il Sole della mattinata del Festival. Che è, naturalmente, soleggiata per davvero, a conferma della gran imbeccata metereologica degli organizzatori in fase di selezione del periodo.

Tutto gira attorno a lui, e tra una tirata sulle droghe (no word puns, pls) e una dichiarazione d’amore per l’anticlericalismo, saliamo sull’ottovolante della divulgazione della scienza matematica. Di per sé, non una gran figata.

I numeri si sono fatti una cattiva reputazione. Magari è tutta colpa di una brutta compagnia. Sembrano guardarci da lontano, con distacco e sufficienza (strapparla, in matematica…), ma sono parte integrante del nostro vissuto. Una forma d’ordine, e forse d’arte, fondamentale.

Il punto è questo. Con Odifreddi l’andazzo cambia. Riesce a mettere della poesia in una materia poco accattivante e apparentemente senz’anima.

Insomma: Odifreddi fa delle odi fredde. Però avevamo detto niente word puns, per la miseria!

Odifreddi
Piergiorgio Odifreddi

Voltate pagina. Fatto.

Da un annetto vivo a Torino. Sulle inflessioni dei torinesi, credo, si potrebbe discutere per ore. Hanno un accento tagliente, ma tagliente in modo inaspettato. Non ti sconvolge, sulle prime, non sembra poterti toccare, ma alla fine ti ritrovi grondante sangue. Sono dei killer sentimentali, come quello di Sepulveda.

Alessandro Barbero è la personificazione del torinese docg. Il cognome sembra un refuso del loro vino più famoso, e pure il suo accento è degno di certificazione geografica. Lo userei a esempio, se mi chiedessero com’è che parlano gli antonelliani. Cosa di cui non mi stupirei, dopo l’intro che ho tirato giù.

Dà idea di essere un uomo splendido, un bell’essere umano. Lo incrociamo in passeggiata, intento a fare lezione ai bambini, in uno dei laboratori organizzati a corollario del Festival. È paziente e divertito, mentre accompagna Carlo Magno sul lungomare.

Barbero al festival
Alessandro Barbero al festival della comunicazione

Per la cronaca, Barbero verrà insignito del Premio Comunicazione, domani, appena prima che il sipario cali sulla quattro giorni di kermesse. Non è un mio inciampo non autorizzato, eh. Nessuno spoiler, era tutto dichiarato. Lo potete leggere persino sul bignamino del programma, consegnato a tutti i visitatori.

Per rendere l’idea di quel che fa, e di come lo fa, riporto la motivazione in calce all’annuncio:

“Con la sua travolgente dialettica e la sua coinvolgente presenza scenica, ci guida alla riconquista della nostra memoria storica, offrendoci sempre una chiave di interpretazione originale, inconsueta e mai scontata nell’esplorazione del nostro passato e nell’interpretazione del nostro presente”.

Ecco. È esattamente lo stesso coi bimbi in passeggiata.

Mica per nulla la parola del giorno – pardon, mattino – è “divulgazione”. Quella del pomeriggio la scopriremo tra poco.

Festival della Comunicazione 2018 – Quarantacinquesimo Minuto

Telegramma dal fronte. Intervallo del secondo giorno. Paghiamo la fortuna di ieri, col clima. Piove col sole. Umidità. Andiamo a mille, di conseguenza cominciamo a sentirci spossati – versione politically correct di “non mi rivolgere la parola finché non ho mangiato”.

La mattinata è congestionata. Due sono le alternative: discendere da un qualche semidio e trovarsi in dote, nel corredo genetico, il sacro dono dell’ubiquità; oppure scapicollarsi senza soluzione di continuità da una location all’altra – piazze, terrazze, bar e porticcioli. Optiamo per la seconda.

Umberto Eco amava le liste e noi ci adeguiamo. Elenco degli incontri seguiti da Campuswave.

Al mattino leggono le poesie al bar. Ah, questi intellettuali. Sergio Claudio Perroni parla di scrittura “in modalità bambina”, come a guardare il mondo dal basso, con lo sguardo teso al cielo. L’età non è altro che un contrattempo: “Quando si tratta dell’esistenza, le generazioni esplodono”. In sottofondo, tintinnano le tazzine.

Alberto Girani – confortante accento di queste parti – ricorda agli avventori quanto sia unico il panorama di Portofino, se mai ce ne fosse bisogno. Aria di derby, di concorso di bellezza levantino. Invettiva su quanto c’è di meraviglioso, ma specialmente di poco encomiabile, attorno a questo nostro mare. L’Ilva, i sorprendenti ruderi del Golfo Paradiso. “Un panorama di degrado”, tra tante meraviglie.

Sergio Claudio Perroni

Le colazioni sono terminate, si passa in Terrazza per la guerra mondiale di Salvini, a cura di Furio Colombo, che attacca con l’incipit della sua ultima raccolta di scritti, Clandestino: “Tutto quello che vi hanno raccontato sul traffico in mare, di soldi, barche, navi, soccorso, vita e malavita dei migranti, non è vero: in nessun tempo, in nessun punto. Conservate questa nota e verificate quando qualcuno presenterà le prove”. È un fiume in piena, il pubblico si accende. Attualità a tutto spiano, dalle sparate di Di Maio (“Dice che l’unico modo per non morire in mare è non emigrare: se così fosse, metà del mondo per come lo conosciamo non esisterebbe”), alle fake news (“Non sono notizie false ma realtà inventate”), passando dal paradosso dei clandestini e la morbosità ai limiti dell’incostituzionale di Prima gli italiani.

Passiamo dalle piattaforme digitali di Salvatore Aranzulla alla rassegna stampa dei giornali, con Pierangelo Buttafuoco e Aldo Cazzullo, che sa tenere in mano un quotidiano come pochissimi, in senso letterale e allargato. Si va da un estremo all’altro: la Comunicazione, ormai lo sappiamo, è comunicazione.

A Carlo Freccero dedichiamo una diretta personalizzata sui social. Tra i temi salienti, le migliori bufale dello scorso anno (a proposito di liste…) e i due concetti opposti di verità con i quali ci dobbiamo confrontare: una versione mainstream, istituzionalizzata, da galassia Gutenberg; l’altra della Rete, semi spontanea, grassroots.

Pierluigi Pardo e David Parenzo

Evgeny Morozov, sociologo bielorusso trentacinquenne, è diventato quasi un guru, per le sue posizioni critiche rispetto al diffuso ottimismo sulle potenzialità democratizzanti e anti-totalitaristiche di Internet. L’attuale conformazione del Web, dice, è il risultato di evoluzioni, involuzioni e rivoluzioni più geopolitiche che prettamente tecnologiche: la storia della Rete si comprende con quella del neoliberismo nato e cresciuto negli anni ottanta. “Internet non è un medium, non è una tecnologia, è un mezzo di riorganizzazione delle conoscenze e delle economie.

A chiudere la prima metà di gara arrivano, di gran carriera, Pierluigi Pardo e Davide Oldani: il sacerdote di Tiki Taka e lo chef stellato con la fissa della cucina pop. Fanno un programma assieme in radio, Mangia come parli. È l’ora di pranzo e, neanche a dirlo, parlano di cibo. Non aiuta. Si sfiora la rivolta popolare sui riccioli di burro nel pesto e la ricotta al posto della prescinseua.

Intervista al volo, allegati pansoti con salsa di noci. Per non allontanarci dall’argomento. A dopo.

Festival della Comunicazione 2018 – Pezzo Unico

Legenda. Il qui presente pezzo non è unico per uno slancio di megalomania né per una lontana connessione con chi si gode il sole in spiaggia, a pochi metri dalle nostre postazioni. Lo è perché, a differenza di quanto accadrà nei prossimi giorni, il Day 1 del Festival della Comunicazione è cominciato alle 17. Da domani, incontri al mattino e al pomeriggio. Di conseguenza, articoli al mattino e al pomeriggio. Più qualche bonus qui e là, se scappa.

Teatro Sociale di Camogli. Un gioiello da cinquecento posti a sedere, ristrutturato da poco. Ore 17, per l’appunto.

Parola agli organizzatori, in primis. Danco Singer e Rosangela Bonsignorio di Frame fanno gli onori di casa, col petto gonfio d’orgoglio. Francesco Olivari, sindaco di Camogli, presenta la Medaglia da poco consegnata dal Presidente Mattarella e dichiara che questo è “un mare aperto, di accoglienza”.

L’incontro di lancio, il varo del Festival è un formidabile Piano sequenza. Un atto d’amore disperato, da brivido, per Genova e i genovesi, che per l’architetto più celebre del pianeta non sono avari ma parsimoniosi, sono taciturni ma non chiusi. Perché Genova sembra una nave, e come tale va governata. Attentamente. Soprattutto quando, dopo un’imbarcata disastrosa, serve tenderle una mano per rimettersi bene in rotta.

l’architetto Renzo Piano

La comunicazione è un ponte. Lo è sempre stata, lo è oggi. Adesso. A tre settimane dal Morandi. Lanciamo un suggerimento, un’idea per l’argomento cardine del prossimo Festival, dopo le Visioni di questa edizione. Siamo a Camogli, siamo a Genova, è successo quel che è successo. Il tema dei collegamenti è fondamentale nella comunicazione, in termini di intuizione creativa e di convivenza sociale. Le contingenze politiche sembrano messe lì – diciamo pure architettate – a bella posta, a rinfrescarci la memoria. Festival della Comunicazione 2019: Ponti. Pensiamoci.

“Il ponte è un luogo di luce, come una sorta di nave”. Serve aggiungere altro? Non secondo noi.

Renzo Piano aggiunge di avere tante idee per Genova, per la nostra città fragile e sontuosa e pudica; per le sue periferie, che non si possono costruire o ricostruire in mare né sui monti, dunque rischiano di non poter sorgere per nulla. Non è più possibile edificare sulle alture, se mai lo è stato. I nostri picchi vanno riforestati. Bisogna piantare un milione di alberi, tuona, in un sussurro, il Campionissimo di Vesima. Scatta l’applauso. “Son belinate, ma si può fare”.

Tra Visioni di terra e di mare, tra futuri possibili e prospettive da ribaltare, la sequenza volge al termine. Uno spettacolo – come? – illuminante.

A stasera, per un aperitivo in diretta su Facebook, e a domani, in ogni dove.

Festival della Comunicazione 2018 – Ouverture (Più istituzionale del previsto)

La bellezza di Camogli stordisce. Ha confuso anche settembre, che ancora si crede agosto. Il sole è alto, le pietre della spiaggia arroventate. Vacanze italiane. I gozzi sonnecchiano dentro al porticciolo, c’è chi si avventura al largo per mettere nel sacco qualche pesce, tra San Fruttuoso e Punta Chiappa.

Un momento di quiete, l’afa cede il passo a una brezza lieve che sa di sale. Di acqua di mare e di pepite in cima alla focaccia. Le facciate delle vecchie case dei pescatori sempre s’incendiano di mille colori, tanti quanti i bianchi velieri che, all’apice della potenza, gli armatori camuggin riuscivano a mettere in acqua.

Ecco, è in tutto questo che arriviamo. Inizio settembre vuol dire Festival della Comunicazione, in questa cittadella da cartolina, che, dalle prime creste dell’Appennino, si imbelina nel Mediterraneo con la grazia di poche altre.

Camogli mare
Lungomare di Camogli

È il quinto anno di manifestazione, voluta dal venerabile maestro Umberto Eco e portata avanti dai suoi amici e colleghi. Oggi è diventata, con tutta probabilità, il secondo Festival della Liguria, per richiamo da fuori Regione e livello, altissimo, delle ospitate. Sanremo è fuori portata, giocoforza, e nessuno se ne fa una colpa.A cinque anni, si sa, le domande sull’ambaradan che ci circonda sono un’ossessione. Non c’è frase che non cominci con un “perché?”. Ci siamo passati tutti. Il Festival non è da meno: grazie a Dio, o a chi ne fa le veci, non smette di guardarsi attorno e mettere un punto interrogativo via l’altro.

È un mondo di connessioni, di visioni differenti e d’insieme. Quello che è stato normale si è scoperto obsoleto, un giro di giostra ne vale centinaia. Qualche volta rompere le regole significa semplicemente ampliarle, ha scritto una volta Mary Oliver, profetica.

Rompere le barriere dei palinsesti della comunicazione non è più un’avventura per ricercatori intraprendenti: è un obbligo della coscienza. O così, o si perde la bussola. Siamo all’alba di una nuova era. Ogni giorno.

Joi Ito, direttore del Media Lab del MIT, parla di “Antidisciplinarietà”, per tratteggiare quella disposizione dell’animo a non rinchiudersi in una particolare disciplina classica, o anche all’unione di materie differenti, e invece costruire linguaggi originali, nuove architetture, scuole. Qui, tanto per capirci, passiamo da Davide Oldani a Renzo Piano, dai super chef alle archistar. E tutti vogliono comunicare, trasmettere: partire da postazioni distantissime per dire, in buona sostanza, la stessa cosa.

Campuswave Radio, chiamata all’appello, è saltata sulla sedia e ha risposto presente. Saremo dappertutto, promesso. A onor del vero, ci sono luoghi peggiori in cui sgobbare, di questa Camogli da cartolina che non vuole perdere l’abbronzatura. Com’era quella storia del lavoro duro?

A voi non resta che prendere un ticket to ride e godervi il viaggetto. A prestissimo.