Festival della Comunicazione 2018 – Parole del giorno

Premetto: la parola del giorno – pardon, mattino – è “divulgazione”.

Ora che mi sono tolto il pensiero, posso prenderla alla lontana. Lontanissima.

Uno dei bracci minori della Via Lattea, il Braccio di Orione, contiene il sistema solare. Un luogo ospitale: diametro di 135 unità astronomiche, ben esposto, illuminato per buona parte della giornata e dotato di tutti i confort. Una colossale cabina abbronzante. Al centro del sistema solare – chi se lo aspetterebbe mai – è piazzato il Sole, stella madre e centro di gravità permanente. Ma immaginarselo semplicemente “al centro” è forse riduttivo, dato che la massa del Sole rappresenta in solitaria il 99,8% di quella dell’intero sistema.

Piergiorgio Odifreddi, non ce ne vogliano gli altri conferenzieri, è il Sole della mattinata del Festival. Che è, naturalmente, soleggiata per davvero, a conferma della gran imbeccata metereologica degli organizzatori in fase di selezione del periodo.

Tutto gira attorno a lui, e tra una tirata sulle droghe (no word puns, pls) e una dichiarazione d’amore per l’anticlericalismo, saliamo sull’ottovolante della divulgazione della scienza matematica. Di per sé, non una gran figata.

I numeri si sono fatti una cattiva reputazione. Magari è tutta colpa di una brutta compagnia. Sembrano guardarci da lontano, con distacco e sufficienza (strapparla, in matematica…), ma sono parte integrante del nostro vissuto. Una forma d’ordine, e forse d’arte, fondamentale.

Il punto è questo. Con Odifreddi l’andazzo cambia. Riesce a mettere della poesia in una materia poco accattivante e apparentemente senz’anima.

Insomma: Odifreddi fa delle odi fredde. Però avevamo detto niente word puns, per la miseria!

Voltate pagina. Fatto.

Da un annetto vivo a Torino. Sulle inflessioni dei torinesi, credo, si potrebbe discutere per ore. Hanno un accento tagliente, ma tagliente in modo inaspettato. Non ti sconvolge, sulle prime, non sembra poterti toccare, ma alla fine ti ritrovi grondante sangue. Sono dei killer sentimentali, come quello di Sepulveda.

Alessandro Barbero è la personificazione del torinese docg. Il cognome sembra un refuso del loro vino più famoso, e pure il suo accento è degno di certificazione geografica. Lo userei a esempio, se mi chiedessero com’è che parlano gli antonelliani. Cosa di cui non mi stupirei, dopo l’intro che ho tirato giù.

Dà idea di essere un uomo splendido, un bell’essere umano. Lo incrociamo in passeggiata, intento a fare lezione ai bambini, in uno dei laboratori organizzati a corollario del Festival. È paziente e divertito, mentre accompagna Carlo Magno sul lungomare.

Per la cronaca, Barbero verrà insignito del Premio Comunicazione, domani, appena prima che il sipario cali sulla quattro giorni di kermesse. Non è un mio inciampo non autorizzato, eh. Nessuno spoiler, era tutto dichiarato. Lo potete leggere persino sul bignamino del programma, consegnato a tutti i visitatori.

Per rendere l’idea di quel che fa, e di come lo fa, riporto la motivazione in calce all’annuncio:

“Con la sua travolgente dialettica e la sua coinvolgente presenza scenica, ci guida alla riconquista della nostra memoria storica, offrendoci sempre una chiave di interpretazione originale, inconsueta e mai scontata nell’esplorazione del nostro passato e nell’interpretazione del nostro presente”.

Ecco. È esattamente lo stesso coi bimbi in passeggiata.

Mica per nulla la parola del giorno – pardon, mattino – è “divulgazione”. Quella del pomeriggio la scopriremo tra poco.