Festival della Comunicazione 2018 – Una domanda a Piero Angela, per via tradizionale

Innanzi tutto, scusate il post scriptum. Un’intervista del genere, anche se breve, andava comunicata in fretta. Lo sappiamo bene. Non che ce ne fossimo scordati, è chiaro. Ma, tra un’emergenza di pubblicazione e l’altra, ci era rimasta impigliata nel taccuino. Passato il rintontimento da pc, siamo finalmente tornati alla cellulosa, per finire in bellezza.

 

Pablo Picasso amava dire che, quando fosse giunta l’ispirazione, l’avrebbe trovato a dipingere. “Sulla rilevanza del tenersi pronti”, insomma.

Per le vie di Camogli, nei giorni del Festival, capita di fare più di un incontro eccellente, è evidente. Nella rincorsa agli eventi, ci si può imbattere in ognuno dei conferenzieri invitati: prima dell’intervento, a microfono appena abbassato, oppure durante una passeggiata in centro, fuori dal cono di luce dei riflettori.

A noi è capitato di incrociare, più che inaspettatamente, il divulgatore dei divulgatori. Piero Angela. Ha quasi novant’anni: li ricorda con fierezza e li porta con l’armonia disarmante che sta dietro a ogni bella intelligenza.

Figuratevi la scena. Esterno giorno, Camogli. Domenica, intorno a mezzogiorno. All’infaticabile collega Daniele Rivara e al sottoscritto (sempre Matteo Faccio) tocca la copertura del secondo intervento al Festival di Marco Travaglio, stavolta in compagnia di Gherardo Colombo e Maria Latella: potrebbe scapparci un’intervista, una diretta, uno spunto per un articoletto.

Ci dirigiamo in piazza Battistone, con buon anticipo sulla tabella di marcia. Sistemiamo l’attrezzatura video e torniamo a prendere una boccata d’aria, prima che suoni la campanella. E lì, tac! Troviamo Piero Angela pronto a varcare le soglie del tendone, in qualità di spettatore, dopo il suo speech nel tardo pomeriggio di sabato.

Non abbiamo neppure una foto valida per la testimonianza: dovete crederci sulla parola. La telecamera è all’interno, piazzata; il telefono di Daniele è scarico e il mio al sicuro nello zaino. Nella press room, dalla parte opposta del paese. Mea culpissima.

Dalla tasca posteriore dei jeans, mi spuntano fuori penna e taccuino (sono un sentimentale, già). Facciamo alla vecchia maniera.

Daniele, con il tatto e i buoni modi che lo pervadono, ostruisce il passaggio al venerabile Signor Quark. Io seguo a ruota, a taccuino spianato. “Abbiamo tempo per una domanda al volo? Una soltanto!”.

Ci è andata bene.

 

Il tema del Festival è Visioni. Per noi, per tanti nostri colleghi universitari, per i giovani in generale, le visioni del futuro sembrano essere sempre più nebulose. Si sente di dare un consiglio, un monito, per confrontarsi al meglio con una fase di incertezza così acuta?

È molto difficile: cominciamo col dire questo. Però ci sono cose che funzionano sempre, in ogni tempo. Oggi, domani, dopodomani. E sono la capacità di fare bene il proprio lavoro e la ricerca costante dell’eccellenza.

Cercate l’eccellenza, perché solo con essa si possono superare le onde più alte del destino. Bisogna essere allenati, non perdere mai la forma.

Purtroppo per loro e per noi, i giovani non sono aiutati, è vero. Ma mi preme sottolineare l’importanza di iniziative come queste, cicli di conferenze in cui persone più esperte vengono a condividere passaggi di vita lavorativa, prima che privata, e a raccontare l’importanza della preparazione e della professionalità. Lo trovo confortante.

È difficilissimo uscire vittoriosi dal confronto con questa società, ma se ci si prepara a dovere prima dell’impatto, si avrà un ottimo salvagente.

Anche perché le cose, i giovani di oggi, le sanno, le sapete. Siete sempre pronti ad aggiornarvi e ad imparare. Ebbene, per il futuro l’atteggiamento giusto dovrà ancora essere questo.

Quindi studiate molto: ma non per gli esami in sé. Gli esami servono, sicuro, ma restano di un’importanza relativa.

Studiate per strutturare una visione d’insieme coerente, studiate per comunicare, per lavorare come si deve. Per essere eccellenti. Così sì che il futuro, vostro e della società che vi troverete ad amministrare, saprà sorridervi.

Grazie Dottor Angela, è stato un onore. Inaspettato.

Festival della Comunicazione 2018 – Sunset Boulevard

Cronache dalla fine della fiera. Di quelle buone anche riscaldate, come le lasagne.

Le battute conclusive del Festival sono il risultato, per noi, di un miscuglio di spossatezza e malinconia, soddisfazione e cortocircuiti cerebrali. Sistemiamo gli ultimi dettagli, sbaracchiamo la postazione e salutiamo gli addetti stampa e i responsabili di produzione con cui abbiamo collaborato. “Grazie a voi” suona come un refrain.

Camogli è sempre splendida, in abito da sera. Il lungomare di via Garibaldi lo abbiamo ormai mandato a memoria. Le ultime scarpinate, dalla nostra palestra alle location degli incontri e viceversa, lo trasformano in una specie di viale del tramonto. Siamo agli sgoccioli, per davvero.

Facciamo l’ultima diretta all’ora dell’aperitivo, coccolati da una luce che non si riesce a dire. Per un attimo mi scordo dell’influenza, che infatti, appena stacchiamo, mi chiede il conto. Poco male.

Il tardo pomeriggio era stato monopolizzato dalla lezione di storia di Alessandro Barbero al Teatro Sociale – meravigliosa bomboniera rimessa in sesto da pochi anni, con nell’aria ancora il profumo del legno appena levigato.

Racconti di previsioni e revisioni, impegni prìncipi di uno storico degno di tal nome. Perché la storia potrà anche essere magistra vitae, ma serve ci sia qualcuno che voglia imparare, comprendere, spiegare. Non si tratta soltanto di ricostruzione dei fatti: conoscere il passato significa intuire lo spirito delle persone, nei secoli dei secoli. Siamo prigionieri del presente, con scarsa memoria di quel “luogo diverso” che è esistito prima di noi. Ebbene, sta allo storico ergersi a giudice inquirente (“Accertare i fatti, poi interpretarli”) e psicanalista (“L’individuo è sempre lui, non importa quali siano le regole della società in cui vive”).

Barbero cita Ray Bradbury e Winston Churchill, tra fantascienze, ucronie e senni del poi. “Sapere come è andata a finire influenza pesantemente la nostra visione del mondo: ne so più io, della battaglia di Waterloo, di quanto ne sapesse Napoleone”.

Si passa dagli editti di Caracalla alle serie tv di grido, a proposito di ricostruzione dei fatti, dell’oggi e dello ieri.

Prendete le sigarette di Downton Abbey. Le poche che trovate nella serie sono quelle dei domestici cattivoni, in un’epoca in cui fumavano persino i bambini. Peraltro, i tabagisti escono in giardino per fumare, mentre farlo all’interno di qualsiasi edificio era considerato più che normale. O ancora il Signor Pamuk, il diplomatico anatolico. Gli sceneggiatori lo ribattezzano come il più celebre scrittore turco contemporaneo (sai che fantasia…) e soprattutto gli affibbiano un cognome, quando in Turchia, per tradizione ottomana e fino all’occidentalizzazione voluta da Ataturk, il cognome non si usava.

Paiono dettagli, ma come tali fanno la differenza. “Chi vuoi che se ne accorga? I turchi, se ne accorgono!”.

Neanche nel fantasy riusciamo a distaccarci dal retaggio delle nostre tradizioni e dei nostri costumi. In Game of Thrones, ad esempio, si celebrano regolari matrimoni in edifici di culto che somigliano a chiese, secondo riti fin troppo simili a quelli attualmente previsti dalla dottrina cristiana.

Al professore viene consegnato il Premio Comunicazione di questa edizione, dalle mani di un commosso Danco Singer, caposquadra degli organizzatori. Singer parla del Festival che, alle prime, non era ben visto in paese e dava addirittura l’idea di voler occupare Camogli in forma semiabusiva; e di una Camogli che, pian piano, ha finito per occupare essa stessa il cuore del Festival.

Il legame è indissolubile, e proseguirà. Save the date: 12-15 settembre 2019, appuntamento con la sesta edizione e col tema #civiltà (il nostro Ponti lo teniamo buono per il 2020).

Alle 19:30 sale sul palco, scalzo, Federico Rampini. È di Camogli anche lui. Il modo migliore di richiudere il sipario.

Che aggiungere d’altro, che non sia già stato detto in quattro infiniti giorni di commenti, articoli, post, interviste e dirette?

Ci prendiamo appena il tempo di ringraziare chi ci ha seguito e ha vissuto insieme a noi l’intensa passeggiata lungo questo sunset boulevard da favola. Per Campuswave è stata, con buona probabilità, la miglior prestazione di sempre. Certo, ce lo diciamo da soli, ma siamo proprio contenti.

Per chi poi non ne avesse ancora abbastanza, di festival culturali e di queste latitudini (si potrebbe, d’altronde?), segnaliamo quello della punteggiatura, il 21 e 22 settembre prossimi a Santa Margherita. Un festival della punteggiatura, capite? Come non amarle, delle cittadine così?

L’ultima riga è in prima persona, l’ultimo articolo si firma. È stato un grande piacere, al solito. Abrazo.

Matteo Faccio

Festival della Comunicazione 2018 – E la chiamano pausa pranzo

Ultimo giorno. Fa strano.

Sospetto di essere mezzo influenzato. Le ragazze della spedizione mi allungano una pasticca e spiegano come funziona la tachipirina 500 ad azione immediata. L’inevitabile ironia su Calcutta e le sue prescrizioni fai da te mi annichilisce, rischio di andare al tappeto. No, non mi avrete (ma chi?). Parto lo stesso per il solito slalom gigante tra le conferenze. Stoico.

Colazioni. Sarò breve, per forza di cose. Sofia Bignamini, psicoterapeuta e autrice de I mutanti, si/ci/vi interroga su sguardi e prospettive dei preadolescenti dei giorni correnti, tra usi e abusi del digitale e autogestione di un tempo che si fa più fatica a definire. Keywords: narcisismo, terra di mezzo, famiglia. Cambio. Silvano Fuso, chimico, fa le pulci ai premi Nobel, nati per uno scrupolo morale, dopo certi attacchi all’omonimo Alfred in seguito alla sua invenzione più celebre e redditizia: la dinamite. Un titoletto sciué sciué? Anche i geni sbagliano.

Cambio location. Promenade, molo. Rassegna stampa dei quotidiani. Il paracetamolo comincia a salire in superficie. Mi sento come fossi dignitosamente brillo, e temo di sembrarlo anche agli occhi di un osservatore esterno. Guarda in basso, conserva le energie. Vai avanti, soldato.

Plauso ad Aldo Cazzullo, uomo ovunque. Fa la rassegna con Annalisa Bruchi, in sostituzione di Freccero, che all’ultimo ha dovuto dare forfait. Gli suonano in testa le campane della domenica, lo interrompono, come è successo ieri coi fuochi di Recco e lo spettacolo di Catalano&Dente. Cazzullo non si scompone, cita Don Camillo e Peppone e con un’acrobazia riesce pure a farsi promozione: “Succedeva anche appena dopo la guerra, quando i comunisti facevano i comizi in piazza e i preti gli rispondevano a modo loro: lo racconto nel mio ultimo libro!”. Poi passa in Terrazza della Comunicazione per la presentazione vera e propria di Giuro che non avrò più fame. L’Italia della Ricostruzione. Professionisti…

Vado da Andrea Vitali per le sue Visioni di lago. Di Como. Sono in ritardo – ma dai! – e non ricordo dove si tenga l’intervento. Sarà la febbre, l’influenza, la peste. Mi basta seguire il suono delle risate, però.

Vitali ha fatto per venticinque anni il medico di base, “di quelli con la lingua per parlare e le orecchie per ascoltare, senza troppa tecnologia, ancora”. Racconta le storie vere dei suoi personalissimi visionari: parenti e pazienti, gente comune capace di guizzi straordinari. Come la signora Fiorella, che chiedeva raccomandazioni al dottore prima di partire per “una crociata nel Mediterraneo”. O la zia Eufrasia, che aveva ospiti e s’era messa in testa di fare gli gnocchi. La farina scarseggiava, così ne ha aggiunta un po’ “di quella scura”. Peccato fossero le ceneri di un altro zio, Esilio.

Evviva la bella, sana, spassosissima provincia italiana, la stessa delle scampanate di Cazzullo.

Il pubblico è in visibilio. Quando a Vitali fanno cenno che mancano cinque minuti, si alza uno di quei “Nooo” che vengono dal cuore.

Dopo, comunque, tocca a Oscar Farinetti. Non ci si può granché lamentare. Mr. Eataly, con la consueta energia contagiosa, parla di imperfezione umana: altro che precisini, onestissimi, inattaccabili. Tonino Guerra gli ha fatto da mentore, in piazza dei Miracoli, prima di girare uno spot pubblicitario: “Mi ha detto che la torre di Pisa è così celebre, così bella, proprio perché non è perfetta”.

Presenta il suo ultimo libro, Quasi, raccolta di poesie. Farinetti è “quasi” un sacco di cose: marito, padre, nonno (i nipotini lo vedono talmente di rado da averlo ribattezzato “Il marito della nonna”), imprenditore. E pure scrittore.

“Vorrei saper scrivere come Baricco, giuro, ma non ci riuscirò mai. Però i miei libri vendono, piacciono. E dire che ho tanti amici nel settore. Le risate che mi faccio, quando li incontro. Tu sei un droghiere, cazzo scrivi? Stavolta, per farli incazzare ancora di più, mi son messo addirittura a scrivere poesie!

I giornali che non mi amano diranno che sono come Bondi. Ve le ricordate, le poesie di Sandro Bondi? Solo che lui scriveva sempre A Silvio, mentre io A Matteo non l’ho scritta mai”.

Ulteriori spunti di riflessione. Sfiducia ed egoismo sono i peggiori dei mali. La ricchezza del Paese più bello del mondo – che ha una liquidità depositata che vale il doppio del debito pubblico, a sentir lui, sempre attento a dati e statistiche – risiede nelle piccole cose.

Dopodiché, Mario Peccerini, attore scafato ed esperto, di Camogli, che ha fatto il marinaio per diciotto anni prima di dedicarsi finalmente alla passione della sua vita, dà il via al reading, declamando una bella sfilza di versi. Gli fa eco Farinetti: “Ora potreste pure non comprare il libro!”.

Consiglio spassionato. Andate a vedere il video che dedicheremo allo spettacolo e aspettate il passaggio sui due orgasmi (ora sì che ho la vostra attenzione). Non anticipo nulla: prendete nota e godetevela.

Da un’altra parte ci sono Willwoosh e Sofia Viscardi: l’età media dell’audience crolla verticalmente. Io passo solo di sfuggita. Ci vanno gli altri e li braccano per l’intervista.

Riesco a sentire Travaglio, anche se per una manciata di minuti appena. Bignami in tre mosse: la disintermediazione come nuovo paradigma; la comunicazione ha cannibalizzato l’informazione; gli amministratori di un tempo oggi sono diventati comunicatori. Non c’è di che.

Ci concediamo una specie di lunch break. Focaccia. Certo che a Camogli si mangia da dio.

Ora posso anche rincarare la dose di tachipirina 500. Sapete che se ne prendo due diventa 1000?

Festival della Comunicazione 2018 – L’amore è quell’intertempo

Strane faccende, i pomeriggi. Il mattino avrà pure l’oro in bocca, ma si vede che era pesante da digerire.

Abbiamo la netta sensazione che il tempo rallenti. Chi siamo, dove andiamo? Quando siamo entrati in questa palestra? È mai esistito un mondo prima e fuori di qui?

Note liete. Il pesto del pastificio Fiorella è uno dei migliori che abbia assaggiato. Occhio: se un genovese si sbilancia a ‘sto modo, c’è da credergli. E dire che per chi viene dalla big city, un pesto prodotto al di là di Nervi/Voltri equivale a una salsetta al basilico (non-di-Prà) senza né arte né parte. Sono ancora sotto shock. Chapeau.

Note dolenti. Fa sempre caldissimo e il mare è una tavola. So di averlo ripetuto fin da giovedì e chiedo venia per l’insistenza. Giuro che lunedì torno qui e corro in spiaggia. Per sfregio.

Sondaggione popolare: è, questo di sabato, il sole più cocente della settimana? Plebiscito per il sì.

Storici locali – qui riunitisi per il meeting con Aranzulla, quando chiunque li pensava da Piero Angela – concordano: è il settembre più caldo degli ultimi secoli di Camogli, dai tempi della sorprendente siccità del 1798, quando, con i nuovi ordinamenti francesi, la cittadina fu elevata al titolo di capoluogo del secondo cantone della Giurisdizione della Frutta. Frutta che, di conseguenza, nel giro di poco marcì.

[Postilla per chi non ama il sarcasmo e/o per eventuali storici locali, realmente esistenti, collegati al sito di Campuswave. È tutto inventato, sia chiaro.]

Il Festival tira avanti di gran carriera e ci consoliamo con le ospitate. Scherzi a parte, esserci è una goduria. Tridente pomeridiano da Champions League: Gad Lerner sulla sinistra (e dove altro), Gabriele Muccino sul versante opposto, Piero Angela centravanti di sfondamento, alla maniera di un tempo. Li abbiamo filmati, li stiamo filmando e li filmeremo. Avvicinati, intervistati e importunati. Pacchetto completo. Tutto in onda tra poco, il tempo di sferruzzare i contributi.

La serata non è da meno. Alessandro D’Avenia al Teatro Sociale con Ogni storia è una storia d’amore. A partire dal mito – straziante, ossessivo, ineguagliabile – di Orfeo e Euridice, si alternano sublimi passaggi di letteratura a raccontare storie di grandi donne che hanno tentato di amare altrettanto grandi artisti, con esiti che vanno dal tragico al comico, dall’epico al lirico, dal cinematografico al fiabesco.

Declamano i ragazzi, per ferma volontà dell’autore. Alcuni sono del campus. Siamo tutti con voi, compari.

Per chi invece ama stare all’aperto, il reading Balle spaziali di Marco Travaglio: di come la politica e l’informazione al servizio del potere pontifichino e s’approfittino delle tanto gettonate fake news sorte sul Web.

Alla stessa ora ma in un’altra piazza, Guido Catalano & Dente col loro Contemporaneamente insieme. Manco a farlo apposta. Si parla ancora d’amore, ma oltre non ci spingiamo: cantautori e poeti sono imprevedibili per definizione, tocca sedersi e lasciarli fare.

Mi tornano in mente le gelatine di Harry Potter: ce n’è per tutti i gusti più uno. Ai presenti l’arduo compito di scegliere dove imbucarsi.

Pace.

Festival della Comunicazione 2018 – Parole del giorno

Premetto: la parola del giorno – pardon, mattino – è “divulgazione”.

Ora che mi sono tolto il pensiero, posso prenderla alla lontana. Lontanissima.

Uno dei bracci minori della Via Lattea, il Braccio di Orione, contiene il sistema solare. Un luogo ospitale: diametro di 135 unità astronomiche, ben esposto, illuminato per buona parte della giornata e dotato di tutti i confort. Una colossale cabina abbronzante. Al centro del sistema solare – chi se lo aspetterebbe mai – è piazzato il Sole, stella madre e centro di gravità permanente. Ma immaginarselo semplicemente “al centro” è forse riduttivo, dato che la massa del Sole rappresenta in solitaria il 99,8% di quella dell’intero sistema.

Piergiorgio Odifreddi, non ce ne vogliano gli altri conferenzieri, è il Sole della mattinata del Festival. Che è, naturalmente, soleggiata per davvero, a conferma della gran imbeccata metereologica degli organizzatori in fase di selezione del periodo.

Tutto gira attorno a lui, e tra una tirata sulle droghe (no word puns, pls) e una dichiarazione d’amore per l’anticlericalismo, saliamo sull’ottovolante della divulgazione della scienza matematica. Di per sé, non una gran figata.

I numeri si sono fatti una cattiva reputazione. Magari è tutta colpa di una brutta compagnia. Sembrano guardarci da lontano, con distacco e sufficienza (strapparla, in matematica…), ma sono parte integrante del nostro vissuto. Una forma d’ordine, e forse d’arte, fondamentale.

Il punto è questo. Con Odifreddi l’andazzo cambia. Riesce a mettere della poesia in una materia poco accattivante e apparentemente senz’anima.

Insomma: Odifreddi fa delle odi fredde. Però avevamo detto niente word puns, per la miseria!

Voltate pagina. Fatto.

Da un annetto vivo a Torino. Sulle inflessioni dei torinesi, credo, si potrebbe discutere per ore. Hanno un accento tagliente, ma tagliente in modo inaspettato. Non ti sconvolge, sulle prime, non sembra poterti toccare, ma alla fine ti ritrovi grondante sangue. Sono dei killer sentimentali, come quello di Sepulveda.

Alessandro Barbero è la personificazione del torinese docg. Il cognome sembra un refuso del loro vino più famoso, e pure il suo accento è degno di certificazione geografica. Lo userei a esempio, se mi chiedessero com’è che parlano gli antonelliani. Cosa di cui non mi stupirei, dopo l’intro che ho tirato giù.

Dà idea di essere un uomo splendido, un bell’essere umano. Lo incrociamo in passeggiata, intento a fare lezione ai bambini, in uno dei laboratori organizzati a corollario del Festival. È paziente e divertito, mentre accompagna Carlo Magno sul lungomare.

Per la cronaca, Barbero verrà insignito del Premio Comunicazione, domani, appena prima che il sipario cali sulla quattro giorni di kermesse. Non è un mio inciampo non autorizzato, eh. Nessuno spoiler, era tutto dichiarato. Lo potete leggere persino sul bignamino del programma, consegnato a tutti i visitatori.

Per rendere l’idea di quel che fa, e di come lo fa, riporto la motivazione in calce all’annuncio:

“Con la sua travolgente dialettica e la sua coinvolgente presenza scenica, ci guida alla riconquista della nostra memoria storica, offrendoci sempre una chiave di interpretazione originale, inconsueta e mai scontata nell’esplorazione del nostro passato e nell’interpretazione del nostro presente”.

Ecco. È esattamente lo stesso coi bimbi in passeggiata.

Mica per nulla la parola del giorno – pardon, mattino – è “divulgazione”. Quella del pomeriggio la scopriremo tra poco.

Festival della Comunicazione 2018 – Per interposta persona

Avete presente i finestroni delle palestre scolastiche? Enormi, impossibili da spalancare, non granché puliti? Ok. Quando ci passa di mezzo il sole è un disastro: dentro l’aria si surriscalda a livello serra, potreste coltivarci le zucchine.

A Camogli, quando al mattino piove col sole, al pomeriggio non piove più. A Camogli, la press area è interamente ubicata nella palestra della scuola elementare. Uguale: siamo al caldo, un caldo torrido. Vi avevamo fatto presente, ieri, che qui nel Golfo settembre si crede agosto. E se la prima reazione è stata “Che bellezza”, la seconda non può che essere “Mannaggia a lui”.

Oggi pomeriggio, la firma di questi articoletti – vergogna svelata: sono Matteo Faccio – è stata segregata in palestra a scrivere i medesimi et similia, spalla a spalla con gli addetti al montaggio video. Le informazioni seguenti, dunque, arrivano dai colleghi appena tornati dal tour delle conferenze.

Potrei fare come i romanzieri nei ringraziamenti e dire che eventuali meriti vanno riconosciuti ai collaboratori, mentre per gli errori la colpa è solo mia. Già, potrei.

Gli incontri sono di nuovo tanti, tantissimi, quasi troppi. È forte il rischio sovrapposizione, ma lo affrontiamo a testa alta. Leitmotiv del pomeriggio: i valori dell’educazione e del buon senso, della pacatezza, della consapevolezza.

Marco Massarotto inquadra i leader digitali: i politici nazionali e internazionali sui social network. Gli amministratori di oggi comunicano in prima battuta: lo fanno addirittura più dei quotidiani, dati alla mano, e forse di questi non hanno più né bisogno né alcun timore reverenziale.

Passano per le terrazze Sergio Solero, President and CEO di BMW Italia, e Mario Calabresi, direttore di Repubblica, che svaria da temi frivoli (le recentissime polemiche tra Selvaggia Lucarelli e alcune fan dei Ferragnez) a ricordi intimi e dolorosi, col processo per l’assassinio di suo padre. Ancora in termini di giustezza dei toni e confronto civile.

Pif intavola una bella chiacchierata con Devid Parenzo e Silvia Truzzi, a presentazione della fatica letteraria di quest’ultima, Fai piano quando torni. Poi si cambia registro, sempre col sorriso, e ci si butta sulla politica.

Rivelazioni scomode dell’ex Testimone. Teme di potersi trovare, una sera qualunque, a cenare allo stesso tavolo di Silvio Berlusconi: potrebbe stargli troppo simpatico, il Cavaliere. Non gli è dispiaciuta – umanamente parlando – neppure Giorgia Meloni, durante le riprese de Il candidato va alle elezioni. E pensare che ha un compagno di sinistra (dunque compagno a tutti gli effetti).

Proprio per saggiare la tenuta delle coppie bipartisan, c’è spazio per il giretto tra il pubblico e qualche intervista. Alla sua maniera, insomma.

Prima di cena Pardo & Cazzullo, il Gatto e la Volpe, presentano Lo stretto necessario, romanzo d’esordio del primo. “La cosa migliore che abbia fatto in carriera”, ci ha confidato. In serata in cartellone Serra (Michele, non quella dove potreste coltivare le zucchine) e De Carlo, che con buon diritto parlerà di “scrittori in ostaggio”. Esattamente come mi sento adesso. In ostaggio, eh, mica scrittore.

Tante belle cose.

Festival della Comunicazione 2018 – Quarantacinquesimo Minuto

Telegramma dal fronte. Intervallo del secondo giorno. Paghiamo la fortuna di ieri, col clima. Piove col sole. Umidità. Andiamo a mille, di conseguenza cominciamo a sentirci spossati – versione politically correct di “non mi rivolgere la parola finché non ho mangiato”.

La mattinata è congestionata. Due sono le alternative: discendere da un qualche semidio e trovarsi in dote, nel corredo genetico, il sacro dono dell’ubiquità; oppure scapicollarsi senza soluzione di continuità da una location all’altra – piazze, terrazze, bar e porticcioli. Optiamo per la seconda.

Umberto Eco amava le liste e noi ci adeguiamo. Elenco degli incontri seguiti da Campuswave.

Al mattino leggono le poesie al bar. Ah, questi intellettuali. Sergio Claudio Perroni parla di scrittura “in modalità bambina”, come a guardare il mondo dal basso, con lo sguardo teso al cielo. L’età non è altro che un contrattempo: “Quando si tratta dell’esistenza, le generazioni esplodono”. In sottofondo, tintinnano le tazzine.

Alberto Girani – confortante accento di queste parti – ricorda agli avventori quanto sia unico il panorama di Portofino, se mai ce ne fosse bisogno. Aria di derby, di concorso di bellezza levantino. Invettiva su quanto c’è di meraviglioso, ma specialmente di poco encomiabile, attorno a questo nostro mare. L’Ilva, i sorprendenti ruderi del Golfo Paradiso. “Un panorama di degrado”, tra tante meraviglie.

Le colazioni sono terminate, si passa in Terrazza per la guerra mondiale di Salvini, a cura di Furio Colombo, che attacca con l’incipit della sua ultima raccolta di scritti, Clandestino: “Tutto quello che vi hanno raccontato sul traffico in mare, di soldi, barche, navi, soccorso, vita e malavita dei migranti, non è vero: in nessun tempo, in nessun punto. Conservate questa nota e verificate quando qualcuno presenterà le prove”. È un fiume in piena, il pubblico si accende. Attualità a tutto spiano, dalle sparate di Di Maio (“Dice che l’unico modo per non morire in mare è non emigrare: se così fosse, metà del mondo per come lo conosciamo non esisterebbe”), alle fake news (“Non sono notizie false ma realtà inventate”), passando dal paradosso dei clandestini e la morbosità ai limiti dell’incostituzionale di Prima gli italiani.

Passiamo dalle piattaforme digitali di Salvatore Aranzulla alla rassegna stampa dei giornali, con Pierangelo Buttafuoco e Aldo Cazzullo, che sa tenere in mano un quotidiano come pochissimi, in senso letterale e allargato. Si va da un estremo all’altro: la Comunicazione, ormai lo sappiamo, è comunicazione.

A Carlo Freccero dedichiamo una diretta personalizzata sui social. Tra i temi salienti, le migliori bufale dello scorso anno (a proposito di liste…) e i due concetti opposti di verità con i quali ci dobbiamo confrontare: una versione mainstream, istituzionalizzata, da galassia Gutenberg; l’altra della Rete, semi spontanea, grassroots.

Evgeny Morozov, sociologo bielorusso trentacinquenne, è diventato quasi un guru, per le sue posizioni critiche rispetto al diffuso ottimismo sulle potenzialità democratizzanti e anti-totalitaristiche di Internet. L’attuale conformazione del Web, dice, è il risultato di evoluzioni, involuzioni e rivoluzioni più geopolitiche che prettamente tecnologiche: la storia della Rete si comprende con quella del neoliberismo nato e cresciuto negli anni ottanta. “Internet non è un medium, non è una tecnologia, è un mezzo di riorganizzazione delle conoscenze e delle economie.

A chiudere la prima metà di gara arrivano, di gran carriera, Pierluigi Pardo e Davide Oldani: il sacerdote di Tiki Taka e lo chef stellato con la fissa della cucina pop. Fanno un programma assieme in radio, Mangia come parli. È l’ora di pranzo e, neanche a dirlo, parlano di cibo. Non aiuta. Si sfiora la rivolta popolare sui riccioli di burro nel pesto e la ricotta al posto della prescinseua.

Intervista al volo, allegati pansoti con salsa di noci. Per non allontanarci dall’argomento. A dopo.

Festival della Comunicazione 2018 – Pezzo Unico

Legenda. Il qui presente pezzo non è unico per uno slancio di megalomania né per una lontana connessione con chi si gode il sole in spiaggia, a pochi metri dalle nostre postazioni. Lo è perché, a differenza di quanto accadrà nei prossimi giorni, il Day 1 del Festival della Comunicazione è cominciato alle 17. Da domani, incontri al mattino e al pomeriggio. Di conseguenza, articoli al mattino e al pomeriggio. Più qualche bonus qui e là, se scappa.

Teatro Sociale di Camogli. Un gioiello da cinquecento posti a sedere, ristrutturato da poco. Ore 17, per l’appunto.

Parola agli organizzatori, in primis. Danco Singer e Rosangela Bonsignorio di Frame fanno gli onori di casa, col petto gonfio d’orgoglio. Francesco Olivari, sindaco di Camogli, presenta la Medaglia da poco consegnata dal Presidente Mattarella e dichiara che questo è “un mare aperto, di accoglienza”.

L’incontro di lancio, il varo del Festival è un formidabile Piano sequenza. Un atto d’amore disperato, da brivido, per Genova e i genovesi, che per l’architetto più celebre del pianeta non sono avari ma parsimoniosi, sono taciturni ma non chiusi. Perché Genova sembra una nave, e come tale va governata. Attentamente. Soprattutto quando, dopo un’imbarcata disastrosa, serve tenderle una mano per rimettersi bene in rotta.

La comunicazione è un ponte. Lo è sempre stata, lo è oggi. Adesso. A tre settimane dal Morandi. Lanciamo un suggerimento, un’idea per l’argomento cardine del prossimo Festival, dopo le Visioni di questa edizione. Siamo a Camogli, siamo a Genova, è successo quel che è successo. Il tema dei collegamenti è fondamentale nella comunicazione, in termini di intuizione creativa e di convivenza sociale. Le contingenze politiche sembrano messe lì – diciamo pure architettate – a bella posta, a rinfrescarci la memoria. Festival della Comunicazione 2019: Ponti. Pensiamoci.

“Il ponte è un luogo di luce, come una sorta di nave”. Serve aggiungere altro? Non secondo noi.

Renzo Piano aggiunge di avere tante idee per Genova, per la nostra città fragile e sontuosa e pudica; per le sue periferie, che non si possono costruire o ricostruire in mare né sui monti, dunque rischiano di non poter sorgere per nulla. Non è più possibile edificare sulle alture, se mai lo è stato. I nostri picchi vanno riforestati. Bisogna piantare un milione di alberi, tuona, in un sussurro, il Campionissimo di Vesima. Scatta l’applauso. “Son belinate, ma si può fare”.

Tra Visioni di terra e di mare, tra futuri possibili e prospettive da ribaltare, la sequenza volge al termine. Uno spettacolo – come? – illuminante.

A stasera, per un aperitivo in diretta su Facebook, e a domani, in ogni dove.

Festival della Comunicazione 2018 – Ouverture (Più istituzionale del previsto)

La bellezza di Camogli stordisce. Ha confuso anche settembre, che ancora si crede agosto. Il sole è alto, le pietre della spiaggia arroventate. Vacanze italiane. I gozzi sonnecchiano dentro al porticciolo, c’è chi si avventura al largo per mettere nel sacco qualche pesce, tra San Fruttuoso e Punta Chiappa.

Un momento di quiete, l’afa cede il passo a una brezza lieve che sa di sale. Di acqua di mare e di pepite in cima alla focaccia. Le facciate delle vecchie case dei pescatori sempre s’incendiano di mille colori, tanti quanti i bianchi velieri che, all’apice della potenza, gli armatori camuggin riuscivano a mettere in acqua.

Ecco, è in tutto questo che arriviamo. Inizio settembre vuol dire Festival della Comunicazione, in questa cittadella da cartolina, che, dalle prime creste dell’Appennino, si imbelina nel Mediterraneo con la grazia di poche altre.

È il quinto anno di manifestazione, voluta dal venerabile maestro Umberto Eco e portata avanti dai suoi amici e colleghi. Oggi è diventata, con tutta probabilità, il secondo Festival della Liguria, per richiamo da fuori Regione e livello, altissimo, delle ospitate. Sanremo è fuori portata, giocoforza, e nessuno se ne fa una colpa.A cinque anni, si sa, le domande sull’ambaradan che ci circonda sono un’ossessione. Non c’è frase che non cominci con un “perché?”. Ci siamo passati tutti. Il Festival non è da meno: grazie a Dio, o a chi ne fa le veci, non smette di guardarsi attorno e mettere un punto interrogativo via l’altro.

È un mondo di connessioni, di visioni differenti e d’insieme. Quello che è stato normale si è scoperto obsoleto, un giro di giostra ne vale centinaia. Qualche volta rompere le regole significa semplicemente ampliarle, ha scritto una volta Mary Oliver, profetica.

Rompere le barriere dei palinsesti della comunicazione non è più un’avventura per ricercatori intraprendenti: è un obbligo della coscienza. O così, o si perde la bussola. Siamo all’alba di una nuova era. Ogni giorno.

Joi Ito, direttore del Media Lab del MIT, parla di “Antidisciplinarietà”, per tratteggiare quella disposizione dell’animo a non rinchiudersi in una particolare disciplina classica, o anche all’unione di materie differenti, e invece costruire linguaggi originali, nuove architetture, scuole. Qui, tanto per capirci, passiamo da Davide Oldani a Renzo Piano, dai super chef alle archistar. E tutti vogliono comunicare, trasmettere: partire da postazioni distantissime per dire, in buona sostanza, la stessa cosa.

Campuswave Radio, chiamata all’appello, è saltata sulla sedia e ha risposto presente. Saremo dappertutto, promesso. A onor del vero, ci sono luoghi peggiori in cui sgobbare, di questa Camogli da cartolina che non vuole perdere l’abbronzatura. Com’era quella storia del lavoro duro?

A voi non resta che prendere un ticket to ride e godervi il viaggetto. A prestissimo.

Campus Press, il giornale che parla ai savonesi e non si vergogna

Un’idea di giornale o il giornale in un’idea? Un giornale di formazione o un giornale di informazione? Campus Press rappresenta tutte queste cose e ci aggiunge la freschezza e l’attualità degli studenti universitari che formano la redazione di questo web journal.

Il giornale in un’idea perché Campus Press è nato, appunto, da un’idea di due studentesse di Scienze della Comunicazione Laura Mazza e Andrea Lisa Palmieri che lo hanno presentato come tesi di laurea.

Un idea di giornale perché Campus Press racchiude al suo interno i presupposti per uno sviluppo che non si limita solo alla testata in sé ma che si allarga all’intera città e la lega indubbiamente al Campus finora troppo snobbato dalla maggior parte delle istituzioni cittadine. Un filo conduttore da Piazza Sisto alla Palazzina Lagorio è possibile? La risposta è Campus Press.

Un giornale di formazione perché forma degli studenti nell’arte del giornalismo e li forma sul campo ponendoli subito a contatto con la realtà di tutti i giorni dove si ha però la ‘licenza’ di sbagliare perché sempre di una palestra si tratta.

Un giornale di informazione perché informa i cittadini di Savona e non si vergogna di mettere in luce le cose buone, le cose ammirevoli del territorio senza voler cambiare le cose criticando dall’esterno ma dando una spinta dall’interno con ottimismo, parola spesso dimenticata da queste parti.

Savona non è la città dei papi o della Torretta né tanto meno del Chinotto, è una città con una storia alle spalle ormai senza identità… bé, l’anima sono gli studenti e saranno loro a modellarla, ad aiutarla: non quei signori in giacca e cravatta, ma noi ragazzi in jeans e felpa.

E allora forza ragazzi: scegliete di fare un’esperienza che vi valga davvero, che vi formi e che vi faccia sentire parte di qualcosa più grande fatelo ora, perché vi varrà per il futuro. Scegliete Campus Press.

 

 

Emanuele Cordano