Festival della Comunicazione 2019 – Le cartoline che non spediamo più

Lunedì, l’alba del giorno dopo. Anche se di alba parliamo ad ampio sproposito: quando comincio a scrivere sono le 4 del pomeriggio, abbondanti. Le 16:20, per chi volesse stilare il verbale. E se l’anno passato per l’ultimo pezzo della kermesse avevamo scelto la prospettiva del Sunset Boulevard (sono andato a controllare), in questa occasione non sembra male scavallare, fino all’aurora, fino al domani.

Siamo tornati da un attimo e l’aria di queste giornate camogliesi di fine estate – a metà tra il friccico e il Föhn – già ci presenta il conto, in termini di sonno arretrato e soprattutto malinconia. Lavorare col sorriso sulle labbra e in buona compagnia, si sa, non è manco più un lavoro. Io, che di ieri ho assaggiato giusto le prime ore (cause di forza maggiore pretendevano la rincasata anticipata), dopo poco già percepivo la mancanza di quell’ambiente lì. Per non dire del senso di smarrimento delle 19:58, che sono tornate ad essere un orario da verbale, appunto, e non più 2alle8. Che sbrodolone, mado’.

Rubiamo il tempo, a queste 4 pomeridiane abbondanti, per un’ultima cartolina. Ecco. Le cartoline sono state un movimento imprescindibile di ogni vacanza e oggi quasi non esistono più. Sono diventate, nella migliore delle ipotesi, un oggetto da collezione. Inutili, dunque meravigliose. Le cartoline sono un capriccio vintage o, per restare in tema, un mezzo di comunicazione in disuso. Lasciatecene spedire una. Breve ma non troppo: scriveremo piccolo piccolo.

Ce la siamo spassata con devozione e abbiamo sgobbato parecchio. Avevamo preso un impegno e non volevamo lasciare nulla di intentato. Al solito, insomma. Adesso ci auguriamo che la notizia sia arrivata a chi di dovere (bello criptico, pardon). Mi fanno notare che in sala montaggio stanno sgobbando ancora adesso, e sgobberanno di qui a molte ore, data la quantità di contenuti che dobbiamo far uscire; anche se la sala montaggio è diventata la camera da letto di Nadia, l’ufficio di Michela. Ce la siamo portata a casa, la press area.

Il Festival in sé è andato alla grande, ha colto nel segno pure stavolta. La qualità dei relatori ha fatto tutta la differenza del mondo. Fin troppi incontri, fin troppo pubblico. Ma ai problemi di abbondanza, come piace rivelare ai tecnici delle grandi squadre, si trova sempre e volentieri una soluzione.

Per una personalissima Top5: Fabio Genovesi, rivelazione assoluta; la cavalcata inarrestabile di Travaglio; le review della diretta con Nadia, pochi minuti dopo la pubblicazione; la salsa di noci di Fiorella. Per l’ultimo posto disponibile si scannino Barbero e Baricco. Tanto sono entrambi di Torino: una sera si beccano in San Salvario e mettono le cose in chiaro.

Extra. Il libro della settimana, la rubrica più attesa da. No, non è un errore di battitura, finisce così. Con l’alloggio garantito a Camogli, senza l’andata e ritorno con Genova ogni sera e mattina, ho trovato il tempo e lo spazio di leggere. Caino, José Saramago. Andate e prendetene tutti.

Il tema dell’edizione, Civiltà, è stato più che rispettato, come fil rouge. Alla prossima toccherà a Socialità. Per il nostro Ponti, rilanciato dodici mesi fa a pochi giorni dal crollo del Morandi e sulla scia del toccante opening di Renzo Piano, registriamo con mestizia l’ennesimo buco nell’acqua.

Quel che è sicuro è che, per settembre 2020, su quel Nuovo Ponte ci vorremo passare. Sarà la tregua di un’ossessione. E un trionfo di Comunicazione, tra le altre cose. Pace.

Matteo Faccio