NonDiario Sanremese – Una serie di fatti e considerazioni di cui potrebbe non fregarvi granché ma che mi preme raccontare (aka “L’essenza stessa di un diario”)

Sarò telegrafico. Più o meno, insomma. Sono quelle cose che si dicono – si scrivono – tanto per dichiarare le proprie intenzioni. E già telegrafico non lo sei più, se ti metti a spiegarlo.

Fatto potenzialmente irrilevante n. 1. Il ritorno a Sanremo.

L’ultima volta che sono stato qui, con testa e corpo oltre al corazòn espinado, porta la data di cinque anni fa. Da lì in poi – e dunque edizioni 2016, ’17, ’18 e ’19 – ho potuto soltanto assistere da lontano, sventolando il proverbiale fazzoletto bianco di chi, tra un’incombenza e l’altra, si ritrova fermo sul molo a sospirare verso la nave ormai al largo. Melodrammatico ma sincero.

Una certa elasticità impiegatizia mi ha ora permesso di tornare, anche se con il fardellino di qualche lavoro da chiudere. Che vuoi che sia. Gongolo.

Fatto potenzialmente irrilevante n. 2. Il rientro da Israele.

La stessa elasticità impiegatizia mi ha permesso di passare la scorsa settimana in un minitour di Israele & Palestina. Ieri pomeriggio ero a Tel Aviv, oggi in Riviera. Devo ancora riconnettere i cavi, riprendermi dal jet lag emozionale.

Che Terra, amici! Un luna park della spiritualità, che prende a schiaffi anche l’anima di uno che scriverebbe “laico” nelle prime righe dei segni particolari. E mi sorge il sospetto che non si possa dire di conoscere questo mondo ‘nfame senza due passi nella Città Vecchia di Gerusalemme, tre volte santa e mille volte conquistata.

Fatto potenzialmente irrilevante n. 3. Non ho più vent’anni ma altri sì.

Team singolare, quello messo su da Campuswave Radio per Sanremo VentiVenti (non riesco a non leggerlo così, quest’anno sedotto da una simmetria che rimette a posto le tessere oppure ce la dà soltanto a bere). A parte Nadia, la boss, e Roberto, che va e viene, sono tutti ragazzi del primo o secondo anno di Scienze della Comunicazione. Nascevano quando Totti scucchiaiava Van der Sar, per citarne una che mette d’accordo il Paese intero.

A me, conti alla mano, tocca la parte del decano, del tutor, del correttore di bozze. Ma de che?

Giorni fa riflettevamo: trovarsi in mezzo al Festival dopo un misero quadrimestre di università è come prendere la patente e, nel giro di un’ora, dare gas a una Ferrari. Eppure, i suddetti giovinastri sembrano avere tutte le potenzialità per tenerla in pista, la fuoriserie. Divertendosi pure.

Fatti potenzialmente irrilevanti, che spero rendano l’idea di quel che sta accadendo nel nostro quartier generale, a due passi dalla stazione.

Il Festival comincia stasera ma io ancora devo capire da che parte si legga il programma. A carte coperte, mi viene da puntare forte su Anastasio, Achille & Levante, ma forse voglio solo spacciarmi per alternativo. Niente (Resilienza ’74) stacca ogni avversario nella volata del titolo più ganzo, anche se Rita Pavone ha paragonato Salvini a Togliatti e la connessione non può che lasciare perplessi (ma forse voglio solo spacciarmi per sardina, non so).

Sanremo è sempre più bella, spazzata da un vento criminale ma sotto 20 gradi di sole. La consueta cartolina che fa invidia ai nordeuropei. Hanno montato un palco in piazza Colombo, per ridare il Festival alla città e farlo uscire per le strade. Ma forse vogliono solo spacciarsi per sardine anche loro.

Mi pare sia tutto. O tutto quello che la stanchezza mi concede. Non vedo l’ora che l’orchestra attacchi, anyway.

Ci si vede sui social tra poco, ci si sente qui. Tanto telegrafico non sono stato, ma già dal titolo dispersivo e disperatissimo – te lo aspetteresti da un fanatico di Foster Wallace, toh – l’inganno si poteva subodorare.

Pace. Shalom.

Matteo Faccio