Festival della Comunicazione 2019 – “Attaccare!”

La febbre del sabato mattina miete vittime. Numerose. Vi basterebbe dare un’occhiata alla postazione di Campuswave per rendervene conto. Ma a voler cercare una giustificazione nel mal comune, anche i tavoli attigui – che proprio attigui non sono, ma “vicini” è mainstream e siamo troppo scarichi per non nasconderci dietro il dito di una presunta ricercatezza di vocabolario, guardate anche solo questa frase, per dire – non se la passano tanto meglio.

Nadia e Michela, chine sui pc a fare del bricolage audiovideo, sentono forte la mancanza di Desso, altro sommo smanettone che quest’anno sventuratamente non fa parte del dream team. E la cosa ci fa incazzare. Con le contingenze, con lui giammai.

È mattina, appunto, e inoltrata. Se ho davanti Nadia, Michela, i loro sbadigli e il loro gergo tecnico significa che ci troviamo e mi trovo nel polivalente spazio palestra/serra/sala stampa, a scrivere l’ultimo pezzo in loco della manifestazione, sinceramente non troppo convinto di cambiare, con questo, le sorti dell’editoria accademica e quelle del globo sul quale abbiamo la fortuna di respirare (considerando pure che, di alternative a livello di globi ossigenati, non ce ne sono). Domani di buon’ora scappo e il commentino di chiusura ve lo faremo avere in contumacia, tra lunedì e martedì. Bom. Con “contumacia”, che oltretutto non sono così sicuro abbia motivo di esistere in rapporto a quanto scritto, si esaurisce la riserva di termini aulici. Sveglia, attacchiamo!

Preziosi scatti a telecamere spente: “Belin ma non ci sei andata, da Zagrebelsky?!”.

Se stamane è quel che è, la serata di ieri è stata un’indubbia figata. Esiste spesso questa correlazione, tra le sere precedenti e le mattine. Proviamo a darvene conto.

Ci siamo splittati. Mezzi da Murubutu, mezzi da Marco Travaglio, mezzi a fare avanti e indietro. Ci è scappato un mezzo in più, come quando fai male i conti per i passaggi in macchina, ma è per rendere l’idea della dinamicità della cosa.

Lo show del primo mi dicono essere stato illuminante. Sta per uscire l’intervista, sempre stando alle parole delle due colleghe qui. Murubutu fa letteraturap, mischia l’hip-hop con le trame dei grandi romanzieri, al prossimo giro spegne 45 candeline e insegna storia e filosofia al liceo. Come piazza Colombo fosse gremita di ragazzine e ragazzini urlanti, quindi, alla prima somiglia a un mistero. Ma il flow c’è e il carisma pure, per tacere delle storie da cui trarre ispirazione. E l’incantesimo si compie.

Io ho attaccato da Travaglio, con l’intenzione di spostarmi qui e là. Col cavolo. Ha iniziato alle 22, puntuale, e ha finito all’una. Un treno, un robot. Non ha fatto una pausa e non ha bevuto un sorso d’acqua che sia uno. Intanto che non faceva tutto ciò, ha dimostrato, a tratti con perizia matematica (quella che ci siamo scordati nel calcolo delle metà, ribadisco), come le sei maggiori testate italiane raccontino in sostanza le medesime verità, al massimo variando terminologie e colorazioni. Non sono certo mancate le stilettate a tanti tra gli ospiti del Festival, Beppe Sala e la Repubblica di Mario Calabresi (fino a febbraio) su tutti. Che storia.

Pubblico consistente fin quasi alla fine. All’inizio mi ha stregato, a una certa è diventata una battaglia di resistenza, una questione di principio. Sono felice di aver accettato la sfida.

Oggi, tra poco, adesso, ora, proseguono gli incontri, le interviste, gli spettacoli e le lectio (al plurale lectiones o fa come con il plurale delle parole inglesi, non è dato sapere).

Vado. Ci vediamo a 2alle8, all’ora che sapete e che senza volere sempre vi diamo. Pace.

Matteo Faccio