Festival della Comunicazione 2019 – Servizio civile

Se c’è una cosa che abbiamo imparato, in questi due anni di Festival della Comunicazione, è che una breve citazione può essere un buon modo di reintrodursi, day by day, a un pubblico che non ci conosce per nulla o ci conosce parzialmente ma non ha idea di cosa aspettarsi, e sospetta e quasi si augura di leggiucchiare qualcosa di inaspettato. Ebbene, beccatevi la cit.

Se potessi dire soltanto due parole, sarei un ottimo oratore.

È di Homer J. Simpson. E, se ci riflettete, è tremendamente centrata. Avrei voluto restituirvi il brio di queste giornate in una frase, con la certezza che sarebbe stata memorabile. Ma ogni volta che ci tocca raccontare finiamo per dilungarci, aggiungere ingredienti alla ricetta, demolire baracche a bordo strada per ricostruire multiproprietà in riviera. Rigorosamente levantina.

Tutte le grandi trame, tutti i grandi reportage, si possono in verità dire in poche righe. Chi se ne intende suggerirebbe che l’eccedenza non è altro che… storytelling. Ingrediente principe della comunicazione. Ok. Materia multiforme e multifocale. Mmh. Narrazione.

Il tema di questa edizione, già lo sapete, è civiltà. Tengono tutti a sottolinearlo, a farlo pesare – accezione positiva: a dargli costrutto, contegno, peso –, fin dalle battute iniziali. Forse ne sentivamo il bisogno, dopo mesi di schermaglie che più che politiche, a tratti, sono parse appunto guerriglie di civiltà e civilizzazione, nelle quali gli schieramenti si confondevano e non si potevano dichiarare vincitori o sconfitti. Solo spettatori annoiati, spettatori rattristati, spettatori incattiviti, propagandisti scatenati, protagonisti in balìa dello strazio.

Siccome la Storia è maestra dalla quale non impariamo mai e poi mai (ave a voi, luoghi comuni), l’appuntamento immancabile, tra pochissimo, è con Alessandro Barbero. Alle 12:15 in piazza Battistone. Sapete cosa? Potrei comprarmi uno dei suoi libri. Scrive saggi che paiono romanzi, e viceversa. Ma quale argomento, quale accadimento, quale periodo selezionare?

9 agosto 378. Il giorno dei barbari è incentrato sulla battaglia di Adrianopoli, coi visigoti che annientano le armate romane di Valente. Dietro le quinte della Storia è scritto a quattro mani con Piero Angela. Due al prezzo di uno. Sennò Napoleone e l’arte della guerra. A partire da Guerra e pace di Lev Tolstoj, sottotitolo: “Romanzi nel tempo. Come la letteratura racconta la storia”. Pensa tu la bellezza. O Gli occhi di Venezia, o Le ateniesi, che opere di narrativa lo sono per davvero. Finirà che saremo di corsa e non comprerò nulla.

Tira un’aria diversa, oggi, tra Aranzulla e Piero Angela (giustappunto), Pardo e Zagrebelsky, Travaglio e Murubutu. Troppa grazia, stanze dei bottoni! Tira un’aria diversa e lo capisco anche dalla selezione delle immagini a corredo dell’articolo, stavolta originali, scattate da noi. Questa l’ho riciclata da Instagram, vero, con tanto di didascalia e tutto, ma mi piace assai e farle fare solo un giro di giostra digitale faceva brutto.

Le matricole al lavoro nella nostra postazione in press area al Festival della Comunicazione di Camogli.

Se c’è una cosa che abbiamo imparato, in questi due anni di Camogli, è che una breve citazione può essere un buon modo di congedarsi da un pubblico che ci ha conosciuto man mano e che adesso, è comprensibile, non vede l’ora che la smetta con questo trafiletto senza capo né coda (è l’articolo di mezzo e come ogni cosa di mezzo va a riempire la quota interlocutorio, tanto più che lo metto tra parentesi). Ebbene. Stamane mi sono svegliato con questa canzone in testa. Di certo non mi lamento. Di certo esprime anche lei un’idea di convivenza, di critica alla ragion pratica del vivere al fianco di tanti altri. Un’idea di – com’è che si dice? – civiltà. Pace.

L’Italia ha il suo fascino snob / Milano è lassù nello smog / Un’opera vecchia che dura da un tot / Non trova un finale come Turandot

Matteo Faccio (in una rap battle con Salmo, nelle ultime due righe)