Festival della Comunicazione 2018 – Una domanda a Piero Angela, per via tradizionale

Innanzi tutto, scusate il post scriptum. Un’intervista del genere, anche se breve, andava comunicata in fretta. Lo sappiamo bene. Non che ce ne fossimo scordati, è chiaro. Ma, tra un’emergenza di pubblicazione e l’altra, ci era rimasta impigliata nel taccuino. Passato il rintontimento da pc, siamo finalmente tornati alla cellulosa, per finire in bellezza.

 

Pablo Picasso amava dire che, quando fosse giunta l’ispirazione, l’avrebbe trovato a dipingere. “Sulla rilevanza del tenersi pronti”, insomma.

Per le vie di Camogli, nei giorni del Festival, capita di fare più di un incontro eccellente, è evidente. Nella rincorsa agli eventi, ci si può imbattere in ognuno dei conferenzieri invitati: prima dell’intervento, a microfono appena abbassato, oppure durante una passeggiata in centro, fuori dal cono di luce dei riflettori.

A noi è capitato di incrociare, più che inaspettatamente, il divulgatore dei divulgatori. Piero Angela. Ha quasi novant’anni: li ricorda con fierezza e li porta con l’armonia disarmante che sta dietro a ogni bella intelligenza.

Figuratevi la scena. Esterno giorno, Camogli. Domenica, intorno a mezzogiorno. All’infaticabile collega Daniele Rivara e al sottoscritto (sempre Matteo Faccio) tocca la copertura del secondo intervento al Festival di Marco Travaglio, stavolta in compagnia di Gherardo Colombo e Maria Latella: potrebbe scapparci un’intervista, una diretta, uno spunto per un articoletto.

Ci dirigiamo in piazza Battistone, con buon anticipo sulla tabella di marcia. Sistemiamo l’attrezzatura video e torniamo a prendere una boccata d’aria, prima che suoni la campanella. E lì, tac! Troviamo Piero Angela pronto a varcare le soglie del tendone, in qualità di spettatore, dopo il suo speech nel tardo pomeriggio di sabato.

Non abbiamo neppure una foto valida per la testimonianza: dovete crederci sulla parola. La telecamera è all’interno, piazzata; il telefono di Daniele è scarico e il mio al sicuro nello zaino. Nella press room, dalla parte opposta del paese. Mea culpissima.

Dalla tasca posteriore dei jeans, mi spuntano fuori penna e taccuino (sono un sentimentale, già). Facciamo alla vecchia maniera.

Daniele, con il tatto e i buoni modi che lo pervadono, ostruisce il passaggio al venerabile Signor Quark. Io seguo a ruota, a taccuino spianato. “Abbiamo tempo per una domanda al volo? Una soltanto!”.

Ci è andata bene.

 

Il tema del Festival è Visioni. Per noi, per tanti nostri colleghi universitari, per i giovani in generale, le visioni del futuro sembrano essere sempre più nebulose. Si sente di dare un consiglio, un monito, per confrontarsi al meglio con una fase di incertezza così acuta?

È molto difficile: cominciamo col dire questo. Però ci sono cose che funzionano sempre, in ogni tempo. Oggi, domani, dopodomani. E sono la capacità di fare bene il proprio lavoro e la ricerca costante dell’eccellenza.

Cercate l’eccellenza, perché solo con essa si possono superare le onde più alte del destino. Bisogna essere allenati, non perdere mai la forma.

Purtroppo per loro e per noi, i giovani non sono aiutati, è vero. Ma mi preme sottolineare l’importanza di iniziative come queste, cicli di conferenze in cui persone più esperte vengono a condividere passaggi di vita lavorativa, prima che privata, e a raccontare l’importanza della preparazione e della professionalità. Lo trovo confortante.

È difficilissimo uscire vittoriosi dal confronto con questa società, ma se ci si prepara a dovere prima dell’impatto, si avrà un ottimo salvagente.

Anche perché le cose, i giovani di oggi, le sanno, le sapete. Siete sempre pronti ad aggiornarvi e ad imparare. Ebbene, per il futuro l’atteggiamento giusto dovrà ancora essere questo.

Quindi studiate molto: ma non per gli esami in sé. Gli esami servono, sicuro, ma restano di un’importanza relativa.

Studiate per strutturare una visione d’insieme coerente, studiate per comunicare, per lavorare come si deve. Per essere eccellenti. Così sì che il futuro, vostro e della società che vi troverete ad amministrare, saprà sorridervi.

Grazie Dottor Angela, è stato un onore. Inaspettato.