NonDiario Sanremese – Nostalgico presente

Stavolta vado veloce per davvero. E visto il mood malinconico, scelgo immagini in bianco e nero.

Nadia ha appena trovato un articoletto, redatto dai dottorandi in Filologia Italiana di Stanford, in cui viene illustrata la correlazione tra la propria situazione sentimentale e la canzone vincitrice di Sanremo nell’anno in cui si è nati. Festival 1991: trionfa Cocciante con Se stiamo insieme. Mah, ci sarà un perché.

Più che altro, lo presentavano Andrea Occipinti, star dell’intramontabile Miranda di Tinto Brass, ed Edwige Fenech, la cui statua in bronzo campeggia nella hall del quartier generale di Luxottica. Sanremo è friccicore, ragazzi, è inutile girarci attorno.

E dunque, riprendendo la maggioranza dei commenti relativi alle svisate di Mastro Benigni:

Serata delle cover più moscia del consueto. Ma Piero Pelù che sgroppa per la platea e Morgan che si va a dirigere in autonomia si siedono serenamente al tavolo con Marina Abramovic. Mentre Elettra Lamborghini e Myss Keta – che di performance vivono dichiaratamente e sono tanto tanto care, per carità – mi hanno fatto riandare con la memoria al compleanno di un’amica al karaoke cinese di via Paolo Sarpi. Sarà che il troppo stroppia? Non so, c’è da rifletterci.

Tanto per restare nel gruppo: Achille sta sempre un passo indietro Annalisa. E Amadeus, che fino a ieri pareva in bolla, non fa pesare a Georgina l’ingombrante (e scazzatissimo) consorte citandolo ogni volta che le rivolge la parola. Lei è innanzitutto bellissima, comunque.

Carrambata! Sono passati a trovarci Ale & Desso, della vecchia guardia.

Ore 3:52. Gli pseudotrentenni – va’ che scriverlo fa sempre un certo effetto – vagano per le vie riproducendo la playlist Sanremo ’14-’15; chi ha dieci anni in meno, e il pieno diritto di far casino, segue in bell’ordine, scuote la testa e ci adocchia con malcelato quanto giustificato turbamento. Maturità t’avessi preso prima.

Poco prima, in Piazza Bresca, bevevamo. Dove devi bere, sennò? Cosa devi fare d’altro, in Piazza Bresca? Ah no: una delle ragazze ha ordinato un tiramisù. Serio.

Chiacchieravo con i suddetti (30-10=) ventenni e – dopo aver narrato di tempi in cui i film si scaricavano fottendo il sistema anziché trovarli comodamente in legal streaming, tempi di How I Met Your Mother in prima tv e non prodotto d’antan – siamo arrivati ai libri. Ho finalmente potuto giocarmi la seguente:

“Se mi avessero consigliato di leggere Philip Roth dieci or sono, figlioli, oggi sarei un uomo migliore”.

Invece, ho incrociato Lamento di Portnoy solo un annetto fa. Lo sapevo al mondo e un giorno l’ho abbracciato, sgualcitissimo, in una biblioteca di Torino. Sarà suo il mio arrivederci. Nostalgico piuttosto che no e fuori contesto al 100%.

Non sarebbe bello, disse, non essere costretti a tornare? Non sarebbe bello un giorno o l’altro vivere in campagna con qualcuno a cui vuoi veramente bene? Non sarebbe bello alzarsi pieni di energia quando spunta il giorno e andare a dormire stanchi morti quando fa buio? Non sarebbe bello avere un sacco di responsabilità e sbrigarle tutto il giorno senza neppure accorgersi che sono responsabilità? Non sarebbe bello non pensare a sé stessi per giorni interi, settimane intere, mesi interi? Indossare vecchi abiti e non truccarsi e non dover mostrare i denti tutto il tempo? Il tempo passava. Lei fischiò. Non sarebbe una gran cosa?

Pace.

Matteo Faccio