L’Altro Paese di Marco Montemarano

L’altro paese è un romanzo ricco di emozioni quanto di ingiustizie. Il protagonista, Fabio Armezzani, dopo un errore giudiziario, che gli è costato 15 anni di prigione in Italia, approda in un altro paese per rifarsi una vita.

“Che sensazione, magnifica, quella di non essere riconosciuti per strada. Tu cammini, sfiori altre esistenze, ne senti i filamenti scivolarti addosso e subito te le lasci alle spalle. Sui viali di questo quartiere chiunque potrebbe essere chiunque, perfino io. E questo è un bene senza prezzo”

L’autore, Marco Montemarano, nato a Milano e cresciuto a Roma, vive in Germania da venticinque anni. Questo romanzo è di genere diverso rispetto a tutti gli altri libri pubblicati in precedenza: si può far rientrare nel genere distopico.

Fabio Armezzani, dopo l’ingiusta carcerazione, una volta libero va a rifarsi una nuova vita in un altro paese (che nella realtà dei lettori non esiste). Però, purtroppo, verrà ri-manipolato dalla sua vecchia tendenza a mettersi nei guai.

Lo scrittore usa un linguaggio ricco di similitudini, semplice e scorrevole. Inoltre, carica il libro anche di riflessioni sotto forma di dialogo interiore. Infatti, Fabio deve convivere con una voce interiore che vorrebbe trasformarlo in assassino, suggerendogli l’idea che dopo aver pagato in anticipo per un errore non commesso gli spetterebbe almeno un omicidio.

Le sue vicende si intrecciano con quelle di una famiglia di dirimpettai, la cui figlia diciannovenne è costretta a prostituirsi a un potente ministro del nuovo governo.

Ma diviso tra la tentazione di assecondare la voce interiore e il desiderio di resisterle, Fabio riuscirà a intravedere un bagliore di redenzione?

Fin dalle prime pagine ero interessata alla lettura del libro. L’ho trovato scorrevole e piacevolmente riflessivo. Il finale, poi, mi ha lasciata un po’ “sorpresa”, perché le mie aspettative, data l’intensità dei pensieri che emergono durante la lettura, erano indirizzate verso una conclusione più mozzafiato. Invece il finale è semplice, senza alcun riferimento al percorso interiore intrapreso lungo il racconto, ma non per questo meno toccante.

Come dice l’autore “È un romanzo su come si può cambiare paese, continente, si può addirittura cambiare mondo, come succede a Fabio Armezzani, che atterra quasi in una sorta di “altro pianeta” ma non si può mai fuggire da se stessi”.

Quando Una Donna di Sara Maria Serafini

“Quando una donna” di Sara Maria Serafini parla di due donne tanto simili emotivamente quanto diverse socialmente.

Anika, una ragazza polacca che decide di sradicarsi dalle sue origini prima trasferendosi a Rossano con la famiglia poi spostandosi da sola a Torino dove inizierà la sua vita con Adam, un uomo violento. Lavora come cameriera in un ristorante giapponese della sua città quando inizia un flirt con il cuoco del locale, Daisuke. Quando scopre di essere rimasta incinta a causa delle violenze subite da Adam, decide di scappare da Torino e tornare dalla sua famiglia in Calabria, non prima però di concedersi una giornata di passione con il collega di lavoro.

Claudia, invece è una donna un po’ più grande che vive a Rossano. È sposata con Damiano, un uomo attento e premuroso, ha una bella casa, un bel lavoro, la sua vita sembra perfetta, manca loro solo una cosa: un figlio.

La prima rifiuta la gravidanza frutto delle violenze del compagno; la seconda, schiava dalle tradizioni della sua terra, è alla ricerca ossessiva di maternità. La vita delle due donne è destinata ad intrecciarsi, infatti il loro primo incontro avviene casualmente in una sala d’attesa di un ginecologo.

Le due giovani donne vivono in una situazione sociale completamente diversa, Anika ha difficoltà economiche, proviene da una famiglia di braccianti, Claudia trascorre la sua quotidianità in una realtà di piccola borghesia. Nonostante le evidenti differenze che la vita ha messo loro davanti, riusciranno ad unirsi, a sostenersi e ad aiutarsi a vicenda per affrontare le proprie paure e fragilità.

Nel romanzo la vita delle due donne gira intorno al tema della maternità e, proprio per questo, tutte noi possiamo ritrovarci in Anika e Claudia essendo che fin da bambine la nostra cultura e le nostre usanze ci orientano verso un futuro da madre.

In “Quando una donna” la Serafini dà luce anche a quanto un determinato tipo di uomo al nostro fianco ci possa far vivere la vita di coppia in modi completamente diversi. Infatti, anche se con un ruolo secondario, durante la lettura iniziamo a conoscere tre uomini, Adam, Daisuke e Damiano: il primo, violento e possessivo che abusa di Anika quando e dove vuole; Daisuke, “un giapponese atipico” come lo descrivere Anika; Damiano, un uomo che ama incondizionatamente la sua donna e che, anche se vorrebbe diventare padre, ha smesso di farne una questione di vitale importanza e preferirebbe viversi serenamente il rapporto con Claudia che, invece, a causa della frustrazione di non riuscire a diventare madre inizia a provare un sentimento di rabbia nei confronti del marito.

I capitoli brevi, la scrittura asciutta e mirata che usa la Serafini, rendono il libro un pugno allo stomaco e mentre sei dentro la lettura non puoi non sentire sulla tua pelle le stesse emozioni che vivono le due protagoniste. Non si può fare a meno di essere Claudia quando si sente oppressa dalla società in cui vive o quando inveisce contro il marito perché sa che è l’unica persona che la comprende e, nonostante i suoi sfoghi, continua ad amarla incondizionatamente. Si è Anika invece quando non riuscendo ad affrontare una situazione si cerca di scappare, sperando che i problemi non ti seguano o quando per paura di un futuro pessimo si vuole porre fine a qualcosa che ti porterebbe felicità.

“Quando una donna” è un libro che parla di sentimenti: l’affetto, l’amore, l’odio e il disprezzo. Ci fa pensare quanto sia importate avere al proprio fianco una persona che ci sostiene e ci incoraggia, che sia un’amica o un compagno. Ma soprattutto ci fa capire che non dobbiamo farci influenzare dalla società che ci circonda, ma dobbiamo percorrere la nostra strada senza pensare ai giudizi altrui.

Più Dentro Che Fuori di Alessandra Scagliola

“Più dentro che fuori” di Alessandra Scagliola parla di una donna che grazie alla sua forza e all’affetto dei suoi amici più cari cerca di superare tutte le sue fobie.

Patrizia, donna sulla quarantina, vive la vita accompagnata da numerose paure, dagli attacchi di panico, dalle manie ossessivo-compulsive e soprattutto dall’agorafobia. Una mattina, spinta anche dalla voglia di aiutare Alex, un aspirante suicida conosciuto su un blog, decide di partire in solitaria per Dublino a bordo della sua Cinquecento azzurra.

Questo viaggio solitario però si trasforma ben presto in un viaggio tra amici perché il ginecologo Ettore e Agnese detta “Pol Pot”, saputa la notizia dell’imminente partenza, decidono di non lasciarla sola e di accompagnarla in questa avventura che si rivelerà anche un percorso attraverso le emozioni della protagonista. Durante il tragitto, alla loro pazzia si aggiungerà anche il suo amico Igor, un signore di novanta anni ma con l’animo giovanile, ed un enorme cane salvato per strada.

Questo libro è un viaggio nel vero senso della parola. La Scagliola è riuscita talmente bene a descrivere le manie di Patrizia che a tratti, mentre leggevo, mi sembrava anche a me di fare conteggi strani con le targhe delle macchine (una delle tante ossessioni dell’agorafobica).

Nonostante durante tutti il libro di parli di argomenti delicati, come i disturbi mentali o il suicidio, non lo fa mai con pesantezza e viene da sorridere anche davanti alle scene più destabilizzanti; come dice la stessa autrice “l’ironia ti tira la corda per tirarti su dal pozzo”.

“Più dentro che fuori” però non è solo il racconto di una donna con malattie psicologiche ma è anche un racconto d’amore e di amicizia. Ettore, Agnese e Igor sono gli amici di una vita; tutti diversi tra di loro ma tutti uniti dall’affetto che provano per Patrizia e dal desiderio di aiutarla nella sua impresa.

Nonostante le buone intenzioni degli accompagnatori, l’agorafobica li sente d’intralcio perché il suo sogno era quello di poter affrontare questa sua nuova esperienza da sola. L’unico dei tre che Patrizia riesce a sopportare è Igor perché, al contrario degli altri due, è il solo che invece di mettergli addosso ulteriori ansie, cerca in ogni modo possibile di farla stare tranquilla.

La scrittrice, inoltre, ci ha regalato un numero di canzoni abbastanza consistente che la protagonista intonava all’interno del romanzo, da “Guarda come dondolo” a “Lemon Tree”. È stato divertente canticchiarle insieme a Patrizia, mi sembrava quasi di essere la quinta inquilina della Cinquecento azzurra ormai praticamente distrutta.

Un libro che ti fa divertire, sorridere e riflettere al tempo stesso perché ci fa capire quanto le persone che soffrono di patologie psichiche non siano fragili ma, al contrario, coraggiose e forti per poter sopportare e addirittura sconfiggere certe malattie.

“Più dentro che fuori” è da leggere tutto d’un fiato perché una volta che si entra dentro il romanzo non si smette di chiedersi: ma Patrizia alla fine arriverà a Dublino?

Happy (Hippy) Family di Stefania Nascimbeni

“Happy (hippy) family” di Stefania Nascimbeni è un romanzo che parla di una giovane donna che cerca di trovare il proprio posto nella vita dopo una separazione sofferta.

Copertina libro Happy (Hippy) Family

Il romanzo è raccontato in prima persona e la protagonista volutamente (come ha affermato l’autrice) non ha un nome; questo per far si che ognuna di noi possa immedesimarsi il lei.

Durante la lettura ci troviamo a conoscere una mamma, poco più che trentenne, che dopo essere entrata in terapia per curare un disturbo alimentare capisce che il suo matrimonio all’apparenza perfetto è in realtà ormai finito da tempo.

Durante la narrazione verremmo a scoprire i dolori dietro un divorzio, le complicazioni per una mamma single di trovare lavoro nel mondo dell’editoria ma soprattutto quanto sia difficile, ma alla fine appagante, riuscire a rinascere. Tutta la storia di questa giornalista freelance non sarebbe la stessa se a farle compagnia non ci fosse “Topo”, il figlio, e tutta la sua appunto Happy Hippy Family.

Tutti gli assurdi, ma alla fine reali, disastri che una giovane mamma single può affrontare durante la sua risalita dal baratro, sono raccontati con ottimismo e sarcasmo e questo rende lo sfoglio delle pagine divertente anche quando da ridere ci sarebbe ben poco.

Nonostante lo stile ironico tutto è raccontato con profondità e si capisce quanto la protagonista faccia ricorso a battute, anche poco convenzionali, proprio per cercare di rendersi la vita un po’ più leggera.

La scrittura confidenziale ed intima che usa la Nascimbeni rende la lettura molto scorrevole e piacevole. La vita goffa che conduce la protagonista, come il descriversi una madre poco attenta, la rende molto umana e questo ci fa sentire emotivamente molto vicini a lei.

Personalmente mi sono talmente tanto riconosciuta nella protagonista che mentre leggevo il libro mi sembrava di essere seduta al bar insieme a lei, davanti ad un caffè (da 4 calorie) e una sigaretta, mentre la ascoltavo confidarsi sulle sue “disgrazie” e mentre raccontava cercavo sempre di immaginarmi cosa sarebbe successo dopo e puntualmente, ogni volta che immaginavo qualcosa, avveniva l’esatto opposto.

Come faremmo con una sorella o un’amica, durante la lettura vorremmo entrare dentro il romanzo per cercare di darle dei consigli anche se sicuramente lei non li seguirebbe mai (“non puoi fare equitazione a quarant’anni” insegna).

A fare da sfondo alla sua rocambolesca vita troviamo una famiglia molto allargata e poco convenzionale che però risulta fondamentale per il suo percorso di rinascita.

Sono stata piacevolmente sorpresa di trovare una famiglia che riuscisse ad andare d’accordo con ex mogli, ex mariti, fratellastri e sorellastre perché purtroppo troppo spesso non si riesce ad avere un buon rapporto neanche con i parenti di sangue più stretti.

Anche attraverso i ringraziamenti finali la Nascimbeni mi ha dato la spinta per poter credere che nulla è impossibile:

“Sono stata tante cose, nipote, figlia, amica, amante, moglie, compagna, madre, apprendista sciatrice, strega, matta, ma solo l’essere “amazzone” mi ha permesso di capire che non è importate la definizione di chi siamo, tanto possiamo sempre decidere di essere “Uno, nessuno e centomila”, quanto la direzione verso la quale intendiamo accompagnare i nostri sogni. Cioè, i sogni non sono lì da qualche parte che vivono di vita propria, ma siamo noi stessi a dar loro la forma che desideriamo che abbiano.”.