Dai caruggi di Genova a New Orleans con Mr. Dab

Passeggiando fra i “caruggi” di Genova, nei pressi di Via delle Grazie, potreste imbattervi in un trombettista. Gli piace chiacchierare e se siete così fortunati, come me, da farvi ospitare in casa sua per un caffè, oltre alle pile di dischi, dovrete stare attenti a non inciamparvi fra motori di barche e quadri raffiguranti spiagge liguri (ma non la solita Boccadasse). L’intervistato di oggi è il poliedrico Simone Dabusti, in arte Mr. Dab.

  • La tua anima da musicista ha due volti: quello jazz e quello blues, la tromba e la chitarra. Riesci a farli andare d’accordo?

Beh si, contando che il blues è la matrice e la base di molti generi del 1900, tra cui il jazz, non trovo grandi differenze nella mia attitudine a questi due generi musicali. È vero che spesso la tromba è considerata un simbolo del jazz, quasi l’emblema, ma non si deve sottovalutare l’importanza di sassofono, batteria e contrabbasso, per esempio. Detto questo, la tromba può suonare il blues, altroché se può! Qualsiasi strumento può farlo. Ma allora che differenza c’è tra il blues e il jazz? Il fattore cronologico è già un buon indizio, dato che il jazz compare successivamente al blues. Ancor più importante è il contesto d’origine di questi due generi che, ripeto, hanno molto in comune: il blues nasce soprattutto dalla comunità afroamericana, invece le mani da cui si sviluppa il primo jazz vengono da Italia, Irlanda, Germania, ma anche dalla comunità ebraica. Il blues quindi si considera come l’origine di tanti aspetti della musica popolare del secolo scorso, per questo io non faccio grandi distinzioni, perché il blues di fine 1800 e certa musica di Eric Clapton è praticamente “la stessa minestra”, suonata da strumenti diversi.

Per quanto riguarda i miei strumenti, la tromba la suono da parecchi anni e l’ho studiata di più, anche la chitarra mi piace molto, ma tendo a suonarla quasi più per gioco, con altri amici musicisti.

  • È vero che sulla tua carta d’identità, alla voce “Professione”, c’è scritto “musicista”, ma sei anche insegnante di Logistica all’istituto nautico di Camogli. Quanto influisce la fatica fatta nello studio musicale, nel tuo approccio all’insegnamento?

Il motivo per cui non faccio il musicista a tempo pieno è, purtroppo, un po’ banale. È praticamente impossibile, in Italia, avere una sicurezza economica costante facendo il musicista, a meno che non si entri nei canali giusti. Nell’ultimo periodo poi, a maggior ragione, e se si vuol vivere di musica spesso ci si “ripiega” a fare gli insegnanti, il problema è che ormai ci sono più insegnanti che musicisti.

Lo studio della musica secondo me ha bisogno di un metodo un po’ diverso da tante altre discipline, quello che però reputo imprescindibile è la possibilità di capire l’argomento in oggetto in tutta tranquillità. Per questo, da professore, cerco di avere sempre la massima pazienza con i miei studenti e di spiegare loro le cose con passione, perché altrimenti difficilmente potrà accendersi anche in loro questa passione, che è lo scopo finale dell’insegnamento, per come la vedo io.

  • A proposito dei tuoi studenti, pensi che la musica, e in particolare il jazz e il blues, possa aiutare un giovane a districarsi fra gli impegni e i problemi della vita? Come?

Nel 2022, mi spiace ammetterlo, ma il jazz e il blues a molti ragazzi di oggi sembrano risalire all’epoca dei dinosauri. Spesso le uniche occasioni che hanno di ascoltarli sono date dalle colonne sonore di certi film. La fruizione di musica, da parte di un giovane “comune” negli ascolti, è vissuta come un click su una piattaforma di streaming, da cui parte un sottofondo a cui spesso non viene dato il giusto valore. Mi sembra che sia sempre più raro l’ascolto attento di una traccia che duri più di tre minuti. Quindi non è facilissimo capire se questo tipo di musica del secolo scorso sia ancora appetibile per i giovani. In parte lo è e lo sarà sempre, perché chi la suona, la studia, la ama e la approfondisce sui libri e online, c’è e si trova facilmente. Chi pensa che sia morta si sbaglia, anche perché il jazz dal 1910 a oggi ha continuato a esistere ed evolversi, bisogna solo cercarlo nei canali giusti. È ovvio, però, che non sia la musica “pop” di questa generazione, non è in prima serata in tv, né in prima linea in radio.

  • Visto che lavori al nautico, che rapporto hai con il mare?

Sto a galla. A parte gli scherzi, avendo sempre vissuto a Genova, fin da bambino ho sempre avuto una grande passione per il mare e la riviera, non a caso anche io ho frequentato l’istituto nautico, a mio tempo. Avere una barchetta con cui andare a farsi qualche giro in mare è proprio rigenerante per me.

  • Ma ti porti mai una tromba per suonare in mezzo al mare?

No, perché ho paura che mi cada in acqua. Però mi piacerebbe avere una tromba “da navigazione”, chissà, magari la prossima estate.

  • Mi ricordo che un giorno mi hai accennato come hai iniziato a suonare la tromba, vuoi raccontarlo ai nostri lettori?

È successo in modo abbastanza casuale. Fino a 13-14 anni ascoltavo musica, ma senza darle un peso particolare, erano ascolti molto variegati, da Beethoven a Zucchero, passando per Lennon e Otis Redding. Inoltre, in famiglia nessuno ha mai cercato di farmi approfondire l’argomento. Un giorno, però, è iniziato tutto.

Estate del 2000, sono a Recco da mia zia, prendo in mano la rivista L’Espresso e sfogliandola noto la pubblicità dell’uscita successiva, che conterrebbe un cd di Louis Armstrong in omaggio. Lo conosco giusto di nome, Armstrong, so che è un musicista, ma non ho idea di che musica faccia. Bene, non so dirti esattamente cosa mi abbia colpito di quella copertina, forse proprio lui con la tromba, a ogni modo la settimana dopo mi sono ritrovato in vacanza in Alto Adige a comprare la rivista, con disco annesso. Esco per strada, metto le cuffione nel mio lettore cd e inizio ad ascoltare. Rimango fulminato. È musica, musica bellissima, straordinaria. Da lì a comprare una tromba sono passati solo la vacanza e il viaggio di ritorno per Genova.

Adesso il numero di cd acquistati si attesta sull’indecifrabile e quello di trombe è forse già troppo alto, quello che posso dire è che da una rivista sono nati una passione, uno studio e un amore per il jazz e la tromba, trasformatisi anche in un lavoro.

  • I tuoi progetti musicali qui a Genova?

Ne ho principalmente due. Il primo è la Dabstep Jazz Band, gruppo formatosi ormai quattro anni fa, che suona un jazz più mainstream, quindi né moderno, né eccessivamente tradizionale. È un quartetto che nella scena genovese sta bene, abbiamo pubblicato il disco Tall Cotton e, in attesa di poter tornare a suonare il più possibile, stiamo lavorando a un altro album.

L’altra band, più legata invece alla tradizione jazz di New Orleans e anche al blues, è la Macaja Parade, nata online in pandemia, ma subito molto attiva appena c’è stata la possibilità di vedersi, con la pubblicazione di due dischi. Questo materiale, che si trova su Bandcamp, non è un jazz puro, la definirei più “musica di strada”, molto contaminata dal blues e dalla musica “etnica” di New Orleans.

Trovare date in questo momento non è facile, se pensi che la maggior parte delle serate che facevo prima erano improntate sul ballo swing, ma quello della Macaja Parade è un genere molto divertente da suonare e che piace a tutti.

  • C’è però un altro importante progetto a cui dedichi anima e corpo, il Centro Jazz Genova – Music School. Di che cosa si tratta?

È un’associazione culturale, di cui sono il presidente, in cui la scuola di musica, improntata soprattutto jazz, è l’attività principale. Esisteva già come scuola ed era legata al museo del jazz di Genova, ora purtroppo chiuso, però nel periodo del lockdown ha avuto qualche difficoltà. Negli ultimi mesi io e altri amici musicisti siamo riusciti a rilanciarla con un nuovo nome e una nuova veste. Il Centro Jazz vuol essere proprio un polo di aggregazione didattica per persone che vogliono suonare il jazz, di qualsiasi età, a qualsiasi livello e ognuno sul proprio strumento. È ovvio che non si dica di no anche a chi ama più il rock o il blues, perché come dicevo prima, si parte tutti da una stessa matrice, però la nostra impronta è sicuramente più spostata sul jazz.

  • Dove possiamo trovarvi?

Online su Instagram e Facebook, mentre la nostra sede è a Genova, a Villa Piaggio, in Corso Firenze 24.

#WithFriends: le 10 canzoni da condividere con gli amici

La musica è una delle cose più importanti nella vita di un uomo: e su questo credo che l’intero pianeta sia d’accordo con me. Se, però, tante volte la musica rappresenta un modo per fuggire dal mondo, per rintanarsi una dimensione tutta personale e chiudersi alla vita per spendere un po’ di tempo da soli, tante altre volte è bene (e divertente) condividerla con i propri amici per un momento di relax insieme, o per ballare come se non ci fosse un domani.

Quindi ecco per voi le 10 canzoni che oggi potrete condividere con i vostri più cari amici.

 

Calcutta – Oroscopo

Il cantante, Edoardo D’Erme, ha dichiarato in un’intervista che il nome Calcutta è del tutto casuale e priva di senso. Viva la sincerità!

 

 

Gwen Stefani – The Sweet Escape ft. Akon

Sapevate che la sua famiglia è di origini italiane? Beh, dai questa era facile.

 

 

Earth, Wind & Fire – September 

Nati nel 1969, in oltre 40 anni di carriera hanno venduto circa 90 milioni di dischi, ricevuto 20 nomination ai Grammy Awards, vincendone 6. #chefforti!

 

 

Florence + The Machine – You’ve Got The Love

La cantante del gruppo, Florence Welch, ha abbandonato la scuola, nonostante il buon rendimento, a causa di dislessia e disprassia, per dedicarsi alla musica. Ha inoltre dichiarato di scrivere meglio dopo le sbronze. Ogni scusa è buona, diciamolo…

 

 

Bob Marley – Don’t Worry Be Happy

Da piccolo Robert si divertiva a leggere le mani delle amiche di sua mamma, che se lo contendevano per farsi predire il futuro. Un giorno si stufò e disse: “Non farò più questa cosa. Da grande farò il musicista.” E ci azzeccò anche quella volta.

 

 

Breathless – The Corrs

I The Corrs, con i loro 20 anni di carriera (1995-2015), hanno portato in giro per il mondo e fatto conoscere il folk irlandese. Non sapevate nulla sulle loro origini?! Beh, neanche io.

 

 

Oasis – Don’t Look Back In Anger

Liam Gallagher sostiene di essersi avvicinato al mondo della musica subito dopo aver fatto un’esperienza extra-corporea in cui ha incontrato il fantasma di John Lennon.

 

 

Raphael Gualazzi – L’estate di John Wayne

Il cantante marchigiano vinse nel 2011 il Festival di Sanremo nella categoria giovani con la canzone ‘Follia d’amore’ e nello stesso anno arrivò secondo all’Eurovision Song Contest.

 

 

Ligabue – G come Giungla

Il suo numero fortunato è il 7: 7 sono le lettere del suo nome e anche del suo cognome, 7 la somma delle sillabe del suo nome e cognome, 7 la somma dei numeri della sua data di nascita (13-3-1960), 7 è un comune denominatore di molte sue produzioni, dal tour L7 a ‘Sette notti all’arena’ al libro ‘Lettere d’amore nel frigo – 77 poesie’.

 

 

Zucchero – 13 Buone Ragioni

È l’unico cantante ad aver partecipato a tutte le edizioni del Nelson Mandela International Day.

 

 

Alla prossima playlist!

Giovanna Vittoria Ghiglione

La playlist del #buongiornissimo!

Inizia ora un nuovo giorno, una nuova settimana, un nuovo lunedì: ma non si tratta del classico lunedì-odio-tutti. Oggi, infatti, partirà la nuova stagione di Campuswave e in redazione si respira un’aria davvero frizzante e ricca di entusiasmo.

Come iniziare al meglio questa giornata, quindi? Con un po’ di buona musica. Abbiamo scelto per voi le 10 canzoni che ti faranno amare questo lunedì. Pronti, via!

Shawn Mendes – Treat You Better 

Sapevate che il belloccio canadese è annata 1998? Ok, adesso chiudete quella bocca.

Jonas Blue – Fast Car ft. Dakota

Questa canzone, in realtà, è una cover dell’omonima canzone di Tracy Chapman incisa nel 1988.

Coldplay – Up&Up 

La prima canzone ufficiale del gruppo britannico si intitolava ‘Ode To Deodorant’ ed è stata scritta per scherzo.

LP – Lost On You

Sapevate che LP sta per Laura Pergolizzi? Italiana? No, americana. Con un nome così, può accompagnare solo.

Lost Frequencies ft. Sandro Cavazza – Beautiful Life

Molti pensano che sia un gruppo, in realtà Lost Frequencies è…uno solo. Felix De Laet, annata 1993, belga.

OneRepublic – Kids

Il cantante principale della band, Ryan Tedder, da giovane frequentò la Oral Roberts University, una scuola per diventare preti.

MO – Final Song

Il nome MØ, in danese significa “fanciulla” o “vergine”.

NE-YO – Coming With You 

C’è una donna, nel mondo, che si chiama Zoe Fennessy a cui è stata diagnosticata l’epilessia musicogena: sta male quando ascolta Ne-Yo.

Jack Savoretti – Back Where I Belong

Sapevate che il cantante britannico ha in realtà origini italiane? Il padre è infatti proprio genovese! Il nonno partigiano, invece, partecipò alla liberazione di Genova dai tedeschi.

The Weeknd – Starboy ft. Daft Punk

Nato in Ontario nel 1990, ha sempre vissuto con la nonna, di origini etiopi, e da lei ha appreso la lingua aramaica, che parla fluentemente ancora oggi!

Scommetto che state ancora ballando…allora è davvero un buongiornissimo!

Giovanna Vittoria Ghiglione

La mia playlist ‘nostalgicola’

Questa mattina mi sono svegliata un po’ nostalgica. Una sensazione, più che un sentimento, molto generica e non focalizzata su qualcosa in particolare.

Quando, per caso, ti fermi un attimo a pensare: “cavolo, ma ho quasi 24 anni!” Che detta così rimane sempre una cosa fantastica, ma se inizi a pensare alla tua infanzia, sembrano davvero passate vite intere.

Per esprimere questo mio sentore, tutt’altro che negativo, ho deciso di lasciar parlare la musica. Quella che vi propongo questa mattina è una playlist di canzoni che ai tempi sembravano le hit della vita, quando invece hanno segnato soltanto il passaggio da un periodo ad un altro di essa (rimanendo comunque indelebili e, a distanza di anni, alcune anche un po’ ridicole).

Eccovi la playlist nostalgicola (sì, nostalgica e ridicola).

Con gli Aventura e la loro ‘Obsesión’ tutto prendeva una piega…latina. Correva l’anno 2004 e nonostante i miei 12 anni,  il solo ascolto intenso e un po’ incomprensibile di questa canzone mi catapultava immediatamente in una realtà fatta di amori e cuori infranti, di cui mi facevo portavoce. Quante storie d’amore mai nate e già finite (cit.) ci siamo immaginate sulle note di ‘Obsesión’….

Facendo un passo indietro nel tempo e tornando a date che mi fanno davvero sentire molto vecchia, cito i Backstreet Boys con la loro indimenticabile ‘I Want That Way’ targata 1999, che in Italia penso sia arrivata qualche tempo dopo. Ad ogni modo: potrei aprire un enorme vaso di Pandora su questi cinque baldi giovini che ci hanno deliziato con le loro canzoni e soprattutto con questa hit che ha segnato un’epoca di prime bavette alla bocca (non dire di no, lo so che anche tu li AMAVI). Li ricorderò sempre vestiti di bianco a cantare davanti ad un aereo, come fosse cosa da tutti i giorni. Godetevela.

Nati dallo stesso ‘creatore’ delle Spice Girls, i cinque bravi ragazzi chiamati proprio Five, nacquero nei primi mesi del 1997 nel Regno Unito e ovviamente arrivano anche in Italia dove io ero tra le loro più grandi fan (c’è anche scritto su Wikipedia). Facce pulite, ritmo molto più incalzante rispetto ai Backstreet Boys e fanatici utilizzatori di basi famose, tra le quali ‘We Will Rock You’ dei mitici Queen. Ma in quegli anni, mitici, per me e tutte le 12enni, lo erano un po’ anche loro. Questa canzone, ‘Let’s Dance’, è una delle prime che mi ha fatto innamorare del beat funky di base.

E per finire in bellezza la carrellata dei gruppi maschili ne cito un altro nato nei primi anni 2000: i Blue, i quali, anche loro, hanno contribuito alle bavette davanti ai poster attaccati in camera con lo scotch. (Anche qui, non dire di no. Lo so che avevi anche tu il poster di Duncan James o di Lee Ryan). Ce ne sono state tante di canzoni che mi piacevano, per non dire tutte. Ma quando è uscita ‘A Chi Mi Dice’, versione ITALIANA di ‘Breathe Easy’, (che non c’entrava un emerito cazzo con il testo originale), hanno acquistato la nomea di IDOLI delle ragazzine, quindi, e soprattutto, anche miei.

Vabbè, troppo facile. Quel faccino pulito, gli occhi azzurri e i capelli biondi: come fai a dirgli di no? Anno 2004, ragazzine impazzite, voce leggera, canzoni banali ma a noi non ce ne fregava, tanto l’inglese mica lo sapevamo: bastavano due accordi di chitarra e via. ‘Beautiful Soul’ – ANIMA BELLISSIMA – Per me doveva vincere tutto, oscar, telegatto, la mela della melevisione, tapiro.

Non c’erano solo cantanti nella mia playlist di allora. C’era anche lei, che palesemente mi aveva rubato il soprannome e per questo un po’ la odiavo, ma che comunque JoJo con la sua ‘Leave (Get Out)’ mi aveva rubato il cuore. Aveva solo due anni più di me (e continua ad averli) e perciò mi stupivo come nel 2006, mentre io ballavo nella mia cameretta al buio, lei firmava autografi. La vita era ingiusta ai tempi.

 

Gruppo nato in Russia nel 1999, queste due fanciulle sono diventate in Italia fonte di scalpore per la loro omosessualità. Le t.A.t.U con questa canzone e il loro video struggente sotto la pioggia hanno segnato la vita musicale di tutte noi, ragazzine ingenue che ci portavamo sempre l’ombrello se vedevamo una nuvola in cielo. ‘All The Thing She Said’ invece, era una canzone completamente fuori dal coro, per questo mi piaceva (e anche a te).

 

 

Con questa canzone ho aperto ufficialmente i miei orizzonti musicali ad altri generi che non comprendessero fighetti o fighette da invidiare. Oggi ha quasi 32 anni e ne dimostra sempre 18, l’età che aveva quando cantava ‘Sk8er Boy’. Sì sto parlando di Avril Lavigne. Che mito è stata per tutti?! Ascoltando questa canzone mi sentivo una ribelle, una pazza, una punkabbestia. Grazie a lei ho iniziato a truccarmi di nero e sono passata al lato oscuro della musica.

Siamo sempre nei primi anni 2000, la musica procede veloce e io cerco di trovare un po’ di stile e personalità: mi butto a capofitto sui No Doubt con la loro ‘Hey Baby’. Ero già innamorata di Gwen Stefani e il suo meraviglioso contrasto biondo platino/rossetto rosso fuoco. Avrei voluto essere come lei. Una volta ho ascoltato così tanto questa canzone che per una notte non sono riuscita a dormire perché continuava a partirmi in testa. Che notte.

 

La strada nella musica è ancora lunga, ma inizio a capirci qualcosa. Al pomeriggio, anziché studiare, mi mettevo davanti alla tv e facevo zapping tra Mtv e All Music (che tempi) e assorbivo come una spugna ogni canzone che passava. E quando arrivava lei impazzivo. Pink è stata un pilastro enorme per me. Poi, quando arrivava ‘Get The Party Started’ ero già in piedi sul divano.

 

La lista sarebbe ancora lunga, ma per oggi mi fermo qui. Vi lascio con un’ultima chicca che forse qualcuno di voi si starà chiedendo: come sono cambiati questi personaggi nel tempo?

Romeo Santos degli Aventura

I Backstreet Boys

I Five

 
 
 

I Blue

Jesse McCartney

JoJo

Le t.A.T.u

Avril Lavigne

I No Doubt

P!nk

Buon sabato!

Giovanna Ghiglione

Recensione “A Head Full Of Dreams” – Coldplay

Artista: Coldplay
Titolo: A Head Full Of Dreams
Voto: 4/5
Genere: Pop/Rock, Dance Pop
Etichetta: Atlantic Records/Parlophone
Tracce suggerite dal disco: Fun, Evergolw, Hymn for The Weekend, Adventure of a Lifetime

A Head Full Of Dreams è un album che trasmette felicità e spensieratezza dall’inizio alla fine. I Coldplay collezionano una nuova perla e la mettono in bacheca, guadagnandosi sempre di più l’etichetta di evergreen, anzi Everglow.  Scompare totalmente l’atmosfera mistica di Ghost Stories, complice, in buona parte, la vita privata di Chris Martin (frontman del gruppo), rasserenata al punto da inserire la ex moglie Gwyneth Paltrow, insieme ai figli, all’interno del disco, meravigliosa cornice riassunta dalla frase: “I know that you’re with me and you’re with me wherever I go and you give me this feeling this everglow”. 

Il gruppo inglese disse qualche anno fa di aver raggiunto l’apice con Viva la vida or Death and All His Friends (2008) e Mylo Xyloto (2011), probabilmente è vero, ma l’asticella sembra non essere calata di molto. La consapevolezza di aver già raggiunto dei risultati strabilianti pare aver motivato la band a migliorare il proprio stile andando alla ricerca di suoni sempre diversi. A tal proposito, in questo album, si incontreranno parti di R’n’B e funky, un’ennesimo viaggio speciale donato dal loro modo di far musica.

Andrea “Desso” De Sotgiu

Recensione “Made in the A.M.” – One Direction

Artista: One Direction
Titolo: Made in the A.M.
Voto: 4/5
Genere: Pop/Rock
Etichetta: Columbia Records, Syco Music
Tracce suggerite dal disco: “I Want to Write You a Song”, “Drag Me Down”, “Love You Goodbye”, “End of the Day”

Premessa. Parliamoci sinceramente. Sei offuscato dal pregiudizio nei confronti di questo gruppo? Bene, non leggere questa recensione, non fa per te, continua ad ascoltare la musica senza allargare i tuoi orizzonti. Ora che una buona fetta di lettori ha abbandonato la lettura, possiamo iniziare a parlare di musica.

One Direction. Giovani professionisti. Punto e basta. A chi piace il pop/rock non può non piacere questo album. Made in the A.M. è una raccolta di canzoni estremamente variegate: dalle tracce intime ed emozionanti, a quelle più ritmiche e particolari. Se la sfida del 13 Novembre (giorno di uscita del disco) era tra Justin Bieber e il gruppo inglese,  la band è risultata vincitrice. Eppure Justin sul web sta andando tantissimo grazie alla forte promozione, nonostante ciò le sue canzoni fanno “soltanto” muovere a ritmo, mentre quelle degli One Direction fanno danzare. Seriamente, questo album è davvero ben fatto, soprattutto perché genera una continuità dopo Four. Chiunque abbia ascoltato Night Changes ha sicuramente desiderato altri pezzi come quello e gli 1D in questo disco hanno cercato probabilmente di esaudire quel desiderio. Sono riusciti a dare elementi frizzanti e romantici allo stesso tempo, in modo da non stancare mai l’ascolto. La loro più grande dote è la vocalità, così diversa e naturale, dove le sfumature rendono coinvolgente la riproduzione. Solitamente, in qualsiasi disco, si identificano una o più canzoni che diventano le tracce trainanti, quando non è così si di fronte ad un flop oppure ad un buon lavoro come in questo caso. La raccolta merita totalmente.

E’ un peccato che arrivati a questo punto, avendo raggiunto un successo tale e una maturità musicale, gli One Direction abbiano deciso di fermarsi nel 2016. Tralasciando le migliaia di ipotesi che hanno riempito le pagine web, forse prendersi una pausa quando si è all’apice è il segreto per restare impressi come vincenti nella memoria del pubblico. Così sia allora, questo album ha dimostrato la loro forza in tutto e per tutto.

Andrea “Desso” De Sotgiu

Recensione “Purpose” – Justin Bieber

Artista: Justin Bieber
Titolo: Purpose
Voto: 3/5
Genere: Pop/R’n’B
Etichetta: Def Jam
Tracce suggerite dal disco: “Sorry”, “Love Yourself”

Non è mai semplice scrivere una recensione su Bieber, troppo discusso dalle vecchie generazioni e intoccabile per quelle nuove. L’album si presenta piacevolmente ascoltabile e molto moderno. E’ un viaggio tra il vecchio Justin di Believe, che si sente ancora in canzoni come Trust, ed il nuovo, quello della pausa dai riflettori, quello che pensa di aver trovato una propria identità artistica. E’ innegabile che dopo il rilascio di Where Are You Now si sono ricreduti tutti, anche i più scettici si sono ritrovati a “muovere il collo” grazie alla collaborazione con i Jack U. I singoli rilasciati per Purpose sono stati meticolosamente scelti alla perfezione e hanno dato una visibilità enorme all’album. Fossimo stati all’inizio del 2000, MTV li avrebbe mandati a rotazione. E’ forse questo il segreto di Bieber? Scegliere un team impeccabile che confeziona canzoni di successo? A parer mio si.

Analizzando le produzioni dell’album, possiamo accorgerci di quanto What Do You MeanSorry abbiano uno stile talmente fresco da essere dei punti di partenza per il futuro di una nuova concezione pop. Ma il merito non lo attribuirei certo a Bieber, quanto ai produttori Mason (MdL) Levy e Skrillex. L’anello mancante in questo album è quanto Justin abbia messo del suo. Se il suo contributo è da attribuire ai testi, c’è ancora da lavorare, considerando che le canzoni precedentemente citate sono delle continue ripetizioni e l’unica traccia con un testo estremamente carico d’emotività è stata scritta da Ed Sheeran. Love Yourself  è un pezzo toccante e profondo, chi conosce bene lo stile del ragazzo rosso londinese lo ritrova in ogni nota e in ogni parola. La domanda resta sempre la stessa: Bieber cosa ha fatto? A mio parere chi scrive di musica deve vivere nell’oggettività, non si può schierare dalla parte delle vecchie generazione, nemmeno da quella delle nuove. Justin ha dato una sua impronta a tutto l’album che, tolti i singoli di spicco, risulta talvolta ripetitivo, lievemente monotono, probabilmente vittima della modernità che è concepita in sequenze e pattern. Le produzioni internazionali meriterebbero il massimo dei voti, nel complesso tre su cinque è il giudizio che sembra più adatto.

Bisogna soltanto aspettare per vedere quale ruolo si ritaglierà Bieber in futuro nel panorama musicale e nello show biz, nel frattempo è giusto che continui a riscattarsi dagli ultimi due anni di solitudine che lo avevano oppresso.

Andrea “Desso” De Sotgiu