Dai caruggi di Genova a New Orleans con Mr. Dab

Passeggiando fra i “caruggi” di Genova, nei pressi di Via delle Grazie, potreste imbattervi in un trombettista. Gli piace chiacchierare e se siete così fortunati, come me, da farvi ospitare in casa sua per un caffè, oltre alle pile di dischi, dovrete stare attenti a non inciamparvi fra motori di barche e quadri raffiguranti spiagge liguri (ma non la solita Boccadasse). L’intervistato di oggi è il poliedrico Simone Dabusti, in arte Mr. Dab.

  • La tua anima da musicista ha due volti: quello jazz e quello blues, la tromba e la chitarra. Riesci a farli andare d’accordo?

Beh si, contando che il blues è la matrice e la base di molti generi del 1900, tra cui il jazz, non trovo grandi differenze nella mia attitudine a questi due generi musicali. È vero che spesso la tromba è considerata un simbolo del jazz, quasi l’emblema, ma non si deve sottovalutare l’importanza di sassofono, batteria e contrabbasso, per esempio. Detto questo, la tromba può suonare il blues, altroché se può! Qualsiasi strumento può farlo. Ma allora che differenza c’è tra il blues e il jazz? Il fattore cronologico è già un buon indizio, dato che il jazz compare successivamente al blues. Ancor più importante è il contesto d’origine di questi due generi che, ripeto, hanno molto in comune: il blues nasce soprattutto dalla comunità afroamericana, invece le mani da cui si sviluppa il primo jazz vengono da Italia, Irlanda, Germania, ma anche dalla comunità ebraica. Il blues quindi si considera come l’origine di tanti aspetti della musica popolare del secolo scorso, per questo io non faccio grandi distinzioni, perché il blues di fine 1800 e certa musica di Eric Clapton è praticamente “la stessa minestra”, suonata da strumenti diversi.

Per quanto riguarda i miei strumenti, la tromba la suono da parecchi anni e l’ho studiata di più, anche la chitarra mi piace molto, ma tendo a suonarla quasi più per gioco, con altri amici musicisti.

  • È vero che sulla tua carta d’identità, alla voce “Professione”, c’è scritto “musicista”, ma sei anche insegnante di Logistica all’istituto nautico di Camogli. Quanto influisce la fatica fatta nello studio musicale, nel tuo approccio all’insegnamento?

Il motivo per cui non faccio il musicista a tempo pieno è, purtroppo, un po’ banale. È praticamente impossibile, in Italia, avere una sicurezza economica costante facendo il musicista, a meno che non si entri nei canali giusti. Nell’ultimo periodo poi, a maggior ragione, e se si vuol vivere di musica spesso ci si “ripiega” a fare gli insegnanti, il problema è che ormai ci sono più insegnanti che musicisti.

Lo studio della musica secondo me ha bisogno di un metodo un po’ diverso da tante altre discipline, quello che però reputo imprescindibile è la possibilità di capire l’argomento in oggetto in tutta tranquillità. Per questo, da professore, cerco di avere sempre la massima pazienza con i miei studenti e di spiegare loro le cose con passione, perché altrimenti difficilmente potrà accendersi anche in loro questa passione, che è lo scopo finale dell’insegnamento, per come la vedo io.

  • A proposito dei tuoi studenti, pensi che la musica, e in particolare il jazz e il blues, possa aiutare un giovane a districarsi fra gli impegni e i problemi della vita? Come?

Nel 2022, mi spiace ammetterlo, ma il jazz e il blues a molti ragazzi di oggi sembrano risalire all’epoca dei dinosauri. Spesso le uniche occasioni che hanno di ascoltarli sono date dalle colonne sonore di certi film. La fruizione di musica, da parte di un giovane “comune” negli ascolti, è vissuta come un click su una piattaforma di streaming, da cui parte un sottofondo a cui spesso non viene dato il giusto valore. Mi sembra che sia sempre più raro l’ascolto attento di una traccia che duri più di tre minuti. Quindi non è facilissimo capire se questo tipo di musica del secolo scorso sia ancora appetibile per i giovani. In parte lo è e lo sarà sempre, perché chi la suona, la studia, la ama e la approfondisce sui libri e online, c’è e si trova facilmente. Chi pensa che sia morta si sbaglia, anche perché il jazz dal 1910 a oggi ha continuato a esistere ed evolversi, bisogna solo cercarlo nei canali giusti. È ovvio, però, che non sia la musica “pop” di questa generazione, non è in prima serata in tv, né in prima linea in radio.

  • Visto che lavori al nautico, che rapporto hai con il mare?

Sto a galla. A parte gli scherzi, avendo sempre vissuto a Genova, fin da bambino ho sempre avuto una grande passione per il mare e la riviera, non a caso anche io ho frequentato l’istituto nautico, a mio tempo. Avere una barchetta con cui andare a farsi qualche giro in mare è proprio rigenerante per me.

  • Ma ti porti mai una tromba per suonare in mezzo al mare?

No, perché ho paura che mi cada in acqua. Però mi piacerebbe avere una tromba “da navigazione”, chissà, magari la prossima estate.

  • Mi ricordo che un giorno mi hai accennato come hai iniziato a suonare la tromba, vuoi raccontarlo ai nostri lettori?

È successo in modo abbastanza casuale. Fino a 13-14 anni ascoltavo musica, ma senza darle un peso particolare, erano ascolti molto variegati, da Beethoven a Zucchero, passando per Lennon e Otis Redding. Inoltre, in famiglia nessuno ha mai cercato di farmi approfondire l’argomento. Un giorno, però, è iniziato tutto.

Estate del 2000, sono a Recco da mia zia, prendo in mano la rivista L’Espresso e sfogliandola noto la pubblicità dell’uscita successiva, che conterrebbe un cd di Louis Armstrong in omaggio. Lo conosco giusto di nome, Armstrong, so che è un musicista, ma non ho idea di che musica faccia. Bene, non so dirti esattamente cosa mi abbia colpito di quella copertina, forse proprio lui con la tromba, a ogni modo la settimana dopo mi sono ritrovato in vacanza in Alto Adige a comprare la rivista, con disco annesso. Esco per strada, metto le cuffione nel mio lettore cd e inizio ad ascoltare. Rimango fulminato. È musica, musica bellissima, straordinaria. Da lì a comprare una tromba sono passati solo la vacanza e il viaggio di ritorno per Genova.

Adesso il numero di cd acquistati si attesta sull’indecifrabile e quello di trombe è forse già troppo alto, quello che posso dire è che da una rivista sono nati una passione, uno studio e un amore per il jazz e la tromba, trasformatisi anche in un lavoro.

  • I tuoi progetti musicali qui a Genova?

Ne ho principalmente due. Il primo è la Dabstep Jazz Band, gruppo formatosi ormai quattro anni fa, che suona un jazz più mainstream, quindi né moderno, né eccessivamente tradizionale. È un quartetto che nella scena genovese sta bene, abbiamo pubblicato il disco Tall Cotton e, in attesa di poter tornare a suonare il più possibile, stiamo lavorando a un altro album.

L’altra band, più legata invece alla tradizione jazz di New Orleans e anche al blues, è la Macaja Parade, nata online in pandemia, ma subito molto attiva appena c’è stata la possibilità di vedersi, con la pubblicazione di due dischi. Questo materiale, che si trova su Bandcamp, non è un jazz puro, la definirei più “musica di strada”, molto contaminata dal blues e dalla musica “etnica” di New Orleans.

Trovare date in questo momento non è facile, se pensi che la maggior parte delle serate che facevo prima erano improntate sul ballo swing, ma quello della Macaja Parade è un genere molto divertente da suonare e che piace a tutti.

  • C’è però un altro importante progetto a cui dedichi anima e corpo, il Centro Jazz Genova – Music School. Di che cosa si tratta?

È un’associazione culturale, di cui sono il presidente, in cui la scuola di musica, improntata soprattutto jazz, è l’attività principale. Esisteva già come scuola ed era legata al museo del jazz di Genova, ora purtroppo chiuso, però nel periodo del lockdown ha avuto qualche difficoltà. Negli ultimi mesi io e altri amici musicisti siamo riusciti a rilanciarla con un nuovo nome e una nuova veste. Il Centro Jazz vuol essere proprio un polo di aggregazione didattica per persone che vogliono suonare il jazz, di qualsiasi età, a qualsiasi livello e ognuno sul proprio strumento. È ovvio che non si dica di no anche a chi ama più il rock o il blues, perché come dicevo prima, si parte tutti da una stessa matrice, però la nostra impronta è sicuramente più spostata sul jazz.

  • Dove possiamo trovarvi?

Online su Instagram e Facebook, mentre la nostra sede è a Genova, a Villa Piaggio, in Corso Firenze 24.

Martedì in Musica: vivere il Bauhaus

In un clima artistico-filosofico è andato in scena il Bauhaus Cafè, evento della rassegna Martedì in Musica, che il 15 Marzo dalle 19.30 ha fatto rivivere il Bauhaus nella cornice di Palazzo Imperiale a Genova.

L’istituto superiore di istruzione artistica che prende il nome di Bauhaus fu un’importante icona storica degli anni ’20 nella Repubblica di Weimar (Germania). La scuola divenne il polo centrale della cultura europea in quel periodo storico, ospitando personaggi del calibro di Klee, Kandinskij, Schlemmer, Feininger e Muche.

Grazie all’impeccabile direzione artistica di Marinella Di Fazio, docente di storia dell’arte e musicista, i presenti hanno potuto assistere ad un mix culturale paragonabile ad un viaggio nel tempo. La band Jazz 5unrise ha traghettato il pubblico nell’atmosfera musicale degli anni ’20/’30 rispolverando i classici americani e alternandosi con i racconti di Paola Pelissetto, docente di storia e filosofia, la quale ha magistralmente descritto la vita all’interno del Bauhaus: dalle feste che Walter Gropius, il fondatore, amava istituire, alla spiegazione delle meccaniche rappresentazioni teatrali di Schlemmer, passando per i laboratori di design, i colori, l’attaccamento alla “buona forma” e l’impatto dinamico della scuola nell’arte novecentesca, rappresentato dal filosofo Walter Benjamin con il concetto di modernità. Dopo una prima parte ricca di cultura, l’esperienza è continuata attraverso la cucina, assaggiando ricette tratte della tradizione tedesca di quel periodo storico.

Bauhaus Cafè è stata un’occasione fantastica per rivivere l’arte e la cultura europea degli anni ’20. Il prossimo appuntamento della rassegna sarà il 2 Aprile alle 19.30 presso Palazzo Imperiale a Genova e si intitolerà: Genova: rotte mediterranee tra oriente e occidente, in cui interverrà nuovamente Paola Pelissetto, insieme a Jacqueline Trebitsch (cantante) e i musicisti dell’Accademia degli Imperfetti. Grazie ad eventi di questo genere la cultura prende forma e comunica.

Andrea De Sotgiu

Stefano Bollani su Campuswave!

Lunedì sera, in diretta alle 21.00, Matteo Di Palma ospiterà Stefano Bollani all’interno del Matthew’s Wave Show.

Il musicista di fama mondiale si racconterà ai nostri microfoni, parlando dei progetti presenti e futuri che ha in serbo per il suo pubblico.

All’età di sei anni comincia a studiare pianoforte. Esordisce professionalmente a quindici anni. Da quel giorno inanella una serie impressionante di premi internazionali e collaborazioni con artisti di tutto il mondo. Talento puro, è impegnato anche a livello radiofonico e televisivo, dove conferma ulteriormente la sua bravura a sette note.

Lunedi 21 Ottobre, in diretta dalle 21.00 su Campuswave.