Ti senti triste? È normale

Ti senti triste? Lo so, è normale esserlo qualche volta. Spesso lo sono anche io. Ultimamente ho scritto di cose felici, curiosità, eventi, gioia, viva-la-vita. Ma sono una persona come voi, dietro alle lettere, alla spaziatura, alle maiuscole, ai punti esclamativi, c’è qualcuno. Ci sono io, e se questo post apparirà troppo da maestrina (della serie “ma apriti un blog, per Diana”) mi scuso in partenza.

 

La tristezza, alla fine, è un sentimento come gli altri, e per quanto faccia male sentirsi così, è anche giusto provarla ogni tanto. Migliora la prospettiva, migliora i punti di vista, rende più consapevoli, più veri. La tristezza può farci sfogare, può aprire ferite grosse come crateri, ma può anche metterti in mano certezze che prima non avevi o faticavi a vedere.

La tristezza può aprire gli occhi.

Certo, non è bello essere tristi (Ma dai? Sei perspicace!), ma vi immaginate una vita senza un po’ di delusioni, lacrime, rabbia, angoscia? Non riusciremmo più ad apprezzare le cose belle. Quelle belle davvero. Non parlo di vincere alla lotteria o del nuovo iPhone regalato per Natale, ma delle cose più piccole, più autentiche: una passeggiata al momento giusto, una canzone, una penna e un foglio posati sul letto, un amico che ride alla tua battuta, uno zaino in spalla e andare.

Sembrerà banale e stupido: ma basta poco per liberare la mente. Il trucco è pensare che non vi sia mai una sconfitta: o si vince o si impara. In ogni caso mettiamo in tasca qualcosa. E poi non è vero che si può essere felici solo ottenendo ciò che si vuole: posso essere triste fino alle 20, poi è pronta la cena: come la mettiamo? Certamente parlo di un livello di tristezza più semplice, non mi permetto di parlare di depressione. Quella vera.

 

La chiave, certe volte, è pensare che tutti (ma proprio tutti) hanno problemi, casini, affari a cui pensare. Se ti metti a pensare “guarda lui/lei com’è felice, mentre io no” allora non ne uscirai mai e buonanotte al secchio. La tristezza fa parte dell’uomo, senza saremmo incompleti. È questione di rendersene conto. “Si, brava, belle parole: ma come posso fare?” Concentrarsi su se stessi è sempre un buon punto di partenza: decidi tu come. Decidi tu tutto. Non importa quando inizierai, ci potrebbe volere un giorno, come tre mesi, come un anno. L’importante è cominciare. Comincia da te, il resto verrà.

La tristezza, alla fine, è solo il rovescio della medaglia: prova a pensare di lanciare una monetina ogni giorno della tua vita. Capiteranno decine di giorni felici e soddisfacenti, ma capiteranno quelli che vorresti cancellare. Il segreto sta nel non cancellarli, ma imparare da essi, a trarne le cose positive, la lezione. Chieditelo ogni tanto “perché mi sento così?”, anziché continuare a soffrire senza neanche renderti conto che stai perdendo tempo. Guarda che quello non te lo restituiscono, è andato, via per sempre: sayounara.

 

Quando cominci a porti delle domande, a darti delle risposte (anche insensate, tipo “tostapane”, “per me è la cipolla”), è lì che inizia tutto. Inizi a vedere il mondo per quello che è: un grande ammasso di sterco (per il tuo stato d’animo attuale), ma da cui possono nascere fiori incredibilmente profumati, come ci ha insegnato il grande Faber. In quel momento capisci, te lo garantisco. Capisci, ti si aprono gli occhi, ma soprattutto la mente.

Sei triste? Prova a farti una violenza: esci di casa. Vai, cammina, un passo dietro l’altro. Ma non guardarti le scarpe, per favore. Guardati intorno, chiediti il motivo dei rumori che senti: perché? Pensa se non li sentissi. Chiediti del perché quell’albero sia proprio lì. Perché questo odore sia qui e non un metro più avanti. Perché quella macchina abbia appena svoltato senza mettere la freccia. Perché? Perché si. Mettitelo in testa: tutto accade a caso, ma c’è sempre un motivo.

Forse quell’allarme che ti sta trapanando il cervello da 15 minuti suona perché DEVE suonare. Forse sei tu che dai fastidio a lui. Renditi conto del mondo, delle cose che ti circondano, lascia perdere quello che provi, per un momento. Pensaci: è il mondo stesso il centro del mondo. Non sei tu: non è nessuno.

 

Quando ti sarai reso conto del mondo, diffida da chi ti dirà: “Adesso non pensarci più, vai avanti” (Ma esattamente: avanti dove?) Tu ci devi pensare, invece. Ma in modo diverso. Credimi: concentrarti sulla tua tristezza, compatirti, continuare ad ascoltare quella maledetta canzone che non fa che farti piangere, continuerà a lacerarti. Devi pensare alla tristezza in modo nuovo: sii estraneo ad essa, elevati da te stesso e scava a fondo del problema come se lo facessi per un amico. Datti i consigli migliori. Parlati. Ma soprattutto ascoltati. Pensare a ciò che ti affligge solo perché ti affligge ti farà entrare in un circolo vizioso senza via d’uscita.

 

Tutto questo ti può suonare come stupido, sembrano parole al vento. Ma quando ti accorgerai di quanto sia umano anche tu, di quanto sia stato importante essere triste, allora avrai vinto la partita più grossa, giocando contro te stesso. Anche se non sarà l’unica.

 

 

 

Giovanna Vittoria Ghiglione