Campuswave per il ponte Morandi – “Presidio”: quello che sarà

Lunedì scorso siamo stati sotto al ponte Morandi, a ridosso della zona rossa tra via Porro e via Fillak. I viali con vista pilone, divisi a metà.

Abbiamo iniziato dalla parte sampierdarenese, poi ci siamo spostati sul versante di Certosa. Li dividono duecento metri di strada, qualche fila di transenne, i mitra spianati e le camionette dell’esercito. Quelle con “Operazione Strade Sicure” scritto sul fianco.

Per andare da un lato all’altro è necessaria una mezz’ora di mezzi pubblici, con la clemenza del traffico cittadino. Un bus navetta fa la spola tra Ponte dei Mille, a Principe, e l’inizio di via Fillak. Si scende a Dinegro, poi metro fino a Brin e si chiude la scarpinata.

Non c’è comunicazione tra le due metà: ci si sente su WhatsApp, sui gruppi creati per la maledetta occasione.

La carcassa del viadotto guarda tutti dall’alto e allunga un’ombra che non si riesce a dire. Gli stralli sembrano fili di ragnatela, ora. È uno scenario da guerra fredda, post apocalittico, insostenibile. Il ponte di Berlino, a due passi da casa.

Dove il rosso sfuma appena nell’arancione, sono sorti gli ormai celebri presidi, degli sfollati e dei loro vicini. I più colpiti, dopo i quarantatré che hanno perso la vita e i cari che li piangono, dal disastro del 14 agosto.

La professoressa Gabriella Petti, prossima coordinatrice del corso di Comunicazione, si è fatta organizzatrice, promotrice e cicerone di questo incontro, e noi ancora la ringraziamo.

Come spesso è capitato, negli anni, abbiamo optato per la via meno battuta. La postazione più cercata dall’informazione tradizionale è infatti quella certosina, più a monte. Noi, pur avendo raggiunto entrambi i presidi, ci siamo fermati a lungo in quello più piccolino, alla prima metà di via Fillak.

Erano i giorni dei primi sensori, piazzati sul moncone e sul pilastro di mezzo. Era il giorno del cambio della guardia, dalla polizia all’esercito. Nessun avvicendamento, invece, tra le fila della Protezione Civile.

Era il giorno della riunione di condominio, per alcuni. La più surreale a cui abbiano partecipato, c’è da scommetterci.

Il presidio è un gazebo, due tavoli lunghi lunghi e quante più sedie si riescano a offrire. La nostra referente è Milena, che studia giurisprudenza a Unige e abita a un portone di distanza dall’inagibilità, si direbbe nella lingua dei suoi prossimi colleghi.

A fianco a Milena, giovani e meno giovani, uomini e donne, temperamenti riflessivi e incazzati neri. Sabato sera si sono fermati fino a tardi: hanno cenato assieme, giocato a carte, ascoltato un po’ di musica.

C’è la signora di novant’anni, dichiarati a voce e testa alta, che fa la maglia. Ci sono i bambini che sbuffano al pensiero di cambiare scuola, ma quella vecchia è “di là” e non si può fare altrimenti. Ci sono i negozianti coi clienti fissi dall’altra parte della barricata, in una zona in cui ancora si faceva vita di quartiere: strade e incroci connotati da un forte senso di appartenenza alla comunità, tra le case dei ferrovieri.

Cogliamo qualche frase sparsa, di quelle che non hanno bisogno di didascalie.

“Il ponte? Per me era un po’ come un cugino, siamo nati insieme…”.

“All’inizio faceva impressione, ma col tempo era diventato una presenza domestica, un vicino di casa. Ora però non lo voglio più vedere, devono togliermelo di lì!”.

Ci rassicurano – loro a noi! – dicendo di percepire la città vicina, nella generosità e nell’impegno di popolazione e istituzioni locali.

Risuonano in testa i commenti di Luca Bizzarri, da un anno presidente del Ducale: “Sembrava ci avessero menati, a ferragosto. Tutti a parlare sottovoce, con lo sguardo basso”.

Genova pare essersi riscoperta più unita, nelle difficoltà di alcuni dei suoi figli, che rischiano di veder raso al suolo il quartiere in cui sono cresciuti e si ritrovano con quindici minuti alla settimana per rientrare in casa a prendere le proprie cose.

Pensateci: avete un quarto d’ora per recuperare quel che potete. Vorreste svuotare l’intero appartamento e uscite con una valigia, quando va bene.

Ecco perché ognuno sente l’obbligo, quantomeno la volontà, di fare la propria parte, nei limiti del consentito e del vantaggioso. Ed ecco dov’è che entra in gioco Campuswave, da sempre divisa tra Genova e Savona, per forza legata ai destini del ponte che le collegava.

L’idea è di impostare un format quindicinale, in forma di diario audio o video, per tenere tastato il polso degli avamposti sotto al Morandi, raccontare le storie delle persone che li animano e commentare assieme le decisioni istituzionali che verranno. Se ne occuperanno i nostri ragazzi, le nostre squadre composte da giovani liguri, genovesi, con una voglia matta di non fermarsi ai tradizionali tempi di maturazione delle notizie, di scavalcare il concetto di informazione e fare del sano, necessario – e magari ingenuo, vivaddio – servizio pubblico.

Sarà un programma in palinsesto, ma vuol essere qualcosa di più. Un organismo multimediale, che corra in autonomia, e un’opera di impegno civile. Una “fascia di rispetto”, per restare in tema.

Potrebbe chiamarsi Presidio, ma ancora non lo sappiamo. Dovrebbe iniziare a brevissimo, a ottobre, ma abbiamo bisogno di un briciolo di tempo tecnico, per definire le cose al meglio. Intanto vi abbiamo avvisato.

 

A chi abitualmente ci segue e, ancor più, a chi abbiamo incontrato ai presidi, quelli veri. Ci sentiamo presto, promesso.

 

Matteo Faccio, per Campuswave