Non diario sanremese 2017 – Prima parte

Milano (mannaggiattè), 10 febbraio 2017

Premessa con la logorrea, per i candidi di cuore. Mi sono lasciato prendere da entusiasmo e ferocia, tratteggiando una storia complessa e articolata, in parziale controtendenza con quanto abitualmente pubblicato sull’Internet.

Premessa scollacciata, per chi non deve chiedere mai. È. Bello. Lungo.

Me sun turna cullegou. Non ce la posso fare. Se ci sono cascato l’anno scorso, al primo Sanremo da esule, non vedo come avrei potuto resistere stavolta.

Mi mangio le mani, oltre a quel poco che mi sono riscaldato per cena. Mi affanno e mi corruccio, perché l’ultima volta in piazza Bresca, invece di finire come l’ostrica del pub di fianco, ci sono andato a mangiare del pesce (per i fan di Alessandro Borghese: Il Sommergibile si guadagna un 7 per location e servizio e un 6 striminzito per menù e conto).

Sono quasi le 2, scrivo con la spossatezza in braccio, una corda al collo e con gli occhi che si incrociano. Scrivo a carte coperte, con due serate d’anticipo sulla vittoria finale. Scrivo a fatica, eppure leggerissimo, facendo finta di avere un editore che pressa, un titolista che pesta i piedi, così mi sento moralmente più vicino a quelli che sono in sala stampa. Capite a cosa mi sono ridotto?

Sanremo ti va sottopelle, se lo lasci fare. Il pezzo non è pronto. Urge adeguata revisione. E allora lo sistemo domani, passando per qualche aggiunta compulsiva nel cuore della notte, così lo mando a Nadia e alla truppa. Un NonDiario di bordo, a ben vedere. A che punto è la notte, si chiedevano Fruttero & Lucentini. Questione non da poco. E allora buon riposo ai suonatori, agli orchestrali e ai Campioni in gara.

Sanremo è come la Semiotica, mi è capitato di pensare: ognuno lo usa per parlare di quel che gli va. Sia chi sale sul palco, sia chi ci gira attorno o soltanto lo segue alla tele.

Le canzoni. Ci sono pure le canzoni. Mi piace quella di Samuel, nello specifico, forse perché esule anche lui, come me. Io lontano dal Festival, lui dai Subsonica. Non mi dispiaceva – l’hanno fatta fuori – Togliamoci la voglia, peraltro cofirmata da Zibba, interpretata da Raige, Giulia Luzi e le sue facce da Cinquanta sfumature di Ariston. Ok il titolo ammiccante, però così si esagera, baby.

Fabrizio Moro porta con sé una bella canzone, che ti suggerisce dieci plagi ma mai nessuno fino in fondo. Lavori di fino.

Il passaggio migliore dell’edizione, se di canto vivo intenso profondo e profumato dobbiamo parlare, lo impersona Ermal Meta su Modugno; mentre mi è parso di capire che Bernabei abbia un attimino stuprato Bennato. Non ci metterei la mano sul fuoco, però. Non perché sia un tifoso dell’ex caro Gianni – che ha pubblicato una deliziosa autobiografia dal titolo Jack è uscito dal gruppo, facendo il verso a Enrico Brizzi e ai Red Hot Chili Peppers e provocandomi un accesso di risa quando l’ho vista sugli scaffali della Feltrinelli – ma perché ho approfittato della sua cover per andare a lavarmi le mani dopo aver sbucciato una mela. Giuro. Se avessi voluto raccontare una balla, come dicono nei migliori gialli da casalinghe, non l’avrei fatta così elaborata. Sta di fatto che, a riprova di una non eccelsa fiducia, ero in bagno, e ‘a voglia a tenere la porta della cucina aperta, ma capire ci ho capito poco, a parte le urla disperate del Capitan Uncino malmenato.

È la volta di Marco Masini, indomabile e barbuto. L’ha sempre avuta, una certa aria da eroe da romanzo. O da romanza. Un sentimentale, un rivoluzionario silenzioso, un capopopolo. Ecco: un Masiniello.

Per il resto non c’è molto, ma ammetto – cilicio! ginocchia sui ceci! frustate! – di non aver seguito il tutto con la dovuta abnegazione. Dei giovani so più niente che poco, li ho praticamente persi, quindi evito.

Le voci in competizione sono sempre le stesse. Nei negozi di dischi, prima di chiudere per sempre, metteranno una sezione apposita, credo: “Marmotte sanremesi”. Nel senso che, come il roditore, ci sono quei cantanti che saltano fuori solo per poche settimane l’anno (pre-durante-post Festival), peraltro a febbraio, proprio quando gli animali letargici non ci pensano neanche a puntare la sveglia la mattina.

Chilometri di pubblicità, che ogni anno paiono di più. Paletti difficili da scansare, quelli degli spot, che in una maratona come Sanremo, però, temo possano far desistere anche i meno scoraggiati. Altro che paletti, sono tralicci dell’alta tensione. Termine che, non so perché, volevo utilizzare. “Tralicci dell’alta tensione”. Suona bene. M’è saltato in testa e non è uscito più. Come pure “imbolsito”, che ha usato un amico al telefono poco fa, e “gelignite”, letto nel libro di Fruttero & Luentini di cui sopra e scoperto essere un esplosivo a base di nitroglicerina. Va’ che la lingua italiana è davvero speciale: e così ogni paroliere, trovo, dovrebbe ricordarsene, sentire la responsabilità della bellezza che ha tra le mani. Pubblicità progresso con il patrocinio della Presidenza del Consiglio dei Ministri (a chiunque appartenga). Leggere attentamente il foglio illustrativo.

Il torneo, dunque, langue? Ridiamoci su. Con Crozza, che però sembra abbia sparato a zero sul Festival in ognuna delle sue copertine. Neanche l’avessero costretto. Con Rocco Tanica, che fa sempre sbellicare, ma sospetto che, già sottile com’è, all’una e spicci non venga compreso appieno dagli spettatori rimasti in sella.

E allora le ospitate. Ok. In primis, il limone di Robbie Williams a Maria De Filippi. Emozionante, al punto che si commenta da sé. Keanu Reeves, nonostante la simpatia e un filmetto in promozione, è attuale come il supporting cast di Willy il principe di Bel-Air. Ryan Gosling ed Emma Stone dovrebbero fare incetta di Oscar con un musical: sarebbero stati perfetti, non fosse stato per un cachet pari al PIL della Lettonia. Che vuoi, La La L’andazzo è quello.

La chiacchierata con l’orchestra mi garba, fa molto fiaba in musica, molto Pierino e il lupo. “Non sei Mika Prokof’ev, ma vai pur bene”.

LP somiglia a Bob Dylan, di certo molto più di quello che l’ha imitato la prima sera. Di per sé non mi fa impazzire, nonostante i due successoni in sequenza di qualche mese fa: a parità di iniziali, mi tengo Luca e Paolo, sempre sul pezzo.

Tiziano Ferro, Giorgia, credo pure Zucchero l’ultima sera – sulla scia di molti altri nelle precedenti edizioni – vanno al Festival ma fanno i super ospiti. E perché, giustamente si chiedono profani e addetti ai lavori, non in gara? Logiche discografiche, paura della figura barbina, sovrapposizione di impegni, sponsorizzazioni? Vai a capire. Secoli addietro, esibirsi a Sanremo significava implicitamente battagliare per il primo posto. Stop. Da un bel pezzo non è più così. Sottintendere che alcuni interpreti, i più cool, i più affermati, siano troppa roba per Sanremo è fare un torto alla sua memoria e scavare la fossa alla sua leggenda. Lo scotto da pagare tirando avanti su questa strada, oltretutto, riporta alle marmotte e ai ghiri di poco fa: pure un interessantissimo Gabbani è a rischio, così. Si fanno più Festival che album: bene, sì, ma non benissimo.

Un compagno di università, un paio di giorni fa, sosteneva che la lista dei cantanti in gara non rispecchiasse né i desideri né gli effettivi gusti del pubblico, di chi i dischi ancora se li compra o quantomeno trova un modo per ascoltarli. Allargare il tiro della selezione sarebbe un ottimo affare, magari iniziando con qualche big del momento (Cremonini, Fabi e Gazzè sul piatto d’asta, chi offre di più?), passando per i grandi vecchi alla Venditti, alla Zero, alla Baglioni, fino ad arrivare ai nuovi venuti come Calcutta e Cosmo, tanto per essere imparziale e tirare in mezzo due esponenti della New Wave che neppure mi garbano troppo. Capisco le difficoltà organizzative e le logiche dei contratti e delle strette di mano, ma vuoi mettere la goduria?

Tiziano torna al Festival con costanza marziale: va battuto finché è caldo, si sa. L’omaggio a Tenco, però, è stato da applausi. A seguire, i pezzoni del momento. Quanto mi dà prurito Potremmo ritornare, tanto mi piace Il conforto. Potrei sbottonarmi e dire che mi Consola: a lui, subito prima di esibirsi con quella canzone, è scappato di usare “confortare” (non esattamente un collega di “dire” e “fare” tra i verbi italiani d’uso più frequente), a me è sfuggito il giochino di parole con la Carmen, con buona pace di Bizet. “Perché un conto è chi è la Carmen e un altro è con chi canta la Carmen”, direbbe il poeta in tassì.

La sensazione, insomma, è che il sommo Direttore Artistico, sempre impeccabile sul palco, si sia un poco limitato al compitino a livello di selezione dei concorrenti e anche degli “extra”. Si veda il commento sulle logiche oscure di esattamente nove righe fa, lo si tenga a mente e lo si riproponga ogni volta che fa al caso, va bene, ma a sensazione non si comanda.

Diletta Leotta è un peccato, in opere e omissioni. Vale tante diottrie quanto pesa, ma sembra si sia già appiccicata troppa plastica addosso e s’è messa un vestito che, belinate a parte*, era proprio brutto. Volgarotto, dai. Che al massimo ti aspetteresti alla serata del Comandante in una crociera a prezzo di saldo.

Asterisco. Le belinate, per inciso, sono quelle di alcune post-suffragette indignatissime che, in sostanza, hanno rispolverato e parafrasato il vecchio assioma secondo cui se una si mette la minigonna poi lo stupro se l’è cercato. Colpi di testa su stacchi di coscia: è pur sempre una giornalista sportiva, signori miei. Certo, la denuncia dell’attentato hackeristico e del conseguente cyberbullismo declamata con le zinne di fuori può far sorridere, ma ognuno fa quel che vuole, nei limiti delle proprie convinzioni e delle proprie interpretazioni del buon gusto. Ci sarà poi chi griderà allo scandalo, alla purezza profanata, all’Omicidio in Diletta, per dirla con Brian De Palma, oppure chi si darà semplicemente di gomito col vicino e si godrà il panorama.

To be continued…

Matteo Faccio