Formula 1: nel glamour di Monaco, tra bellezze, errori (e orrori), le Ferrari riscrive la Storia. In primis la sua…

Sì, è stato detto e ridetto, ma il succo del discorso alla fine sta tutto lì: la Ferrari, a Monaco 2017, ha riscritto la storia.

La sua, e un pò anche quella della Formula 1. Quantomeno un paio di righe in una pagina importante a livello statistico. Perché se il successo nel Principato che ritorna 16 anni dopo Michael Schumacher (anche allora fu doppietta con Rubens Barrichello secondo, ed è già nostalgia), la prima doppietta dopo sette lunghi anni è qualcosa di ancora più importante. I famosi sette anni di sfiga per lo specchio rotto non c’entrano nulla, ma solo a fatto compiuto ci si rende conto che in casa rossa, un digiuno così lungo, non lo si vedeva dai tempi che hanno preceduto l’era di Kaiser Schumi.

La Ferrari lascia Montecarlo con tante più certezze rispetto ai dubbi con cui va via la Mercedes, battuta sì nella battaglia monegasca (tanti tifosi della rossa hanno solo conosciuto sabato l’esistenza di Stoffel Vandoorne, campione GP2 del 2015 che ha messo fine alla qualifica di Hamilton in Q2, e lì anche alle sue ambizioni per la domenica, anche se Lewis ha abortito talmente tanti giri lanciati prima del patatrac che un pò di mea culpa avrebbe da farlo) ma consapevole che certe caratteristiche che ritroveremo in tanti altri circuiti la mettono un gradino sotto la rossa: ma attenzione al bottone magico, basta azionarlo che oplà la paura sparisce.

Sta diventando una triste abitudine vedere lo sconsolato di turno sul podio di Monaco: dopo Hamilton e Ricciardo, privati dal successo negli ultimi 2 anni da mosse scellerate dei loro team, con Nico Rosberg che sentitamente ringrazia (e intervista i tre del podio a fine gara con una nonchalance da anchorman consumato). questa volta è toccato a Kimi: dopo nove anni di nuovo in pole, la prima metà gara gestita alla perfezione, lo richiamano al pit e Vettel gli offre il benservito con due giri spaventosi a sfiorare i guard rail come le guance di un’amante tanto desiderata. Lui accusa il colpo, quasi non reagisce, non riesce a riprendere il suo compagno, è secondo, deluso, forse anche un pò frastornato: nella sua non-espressività, quella di domenica nasconde nemmeno più di tanto una delusione tipica di chi “volevo, ma non ho potuto”. Inutile parlare di complotti o di favoritismi, la Ferrari ha agito nell’interesse della doppietta, e la differenza l’ha fatta Seb. Povero Kimi, speriamo che quel gradino lassù sia solo rimandato, se lo meriterebbe l’ultimo acuto, prima del probabile addio.

E per chiudere, spazio a chi questo GP a modo suo, lo ha reso speciale: a Sainz e al suo sesto posto stellare, un pò troppo nell’ombra e in attesa della Chiamata con la C maiuscola; a Perez, che forza la porta semi aperta da Kvyat alla Rascasse regalandoci l’unico vero mezzo sorpasso della giornata; a Button, che all’audio messaggio da “big likes” dell’americano-per-un-giorno Alonso (a proposito, Nando, se la Honda ti tradisce anche a Indy, io inizierei a preparare le carte per il divorzio…)  che lo aveva invitato a “portare a casa la macchina”, risponde infilandosi come un coltello al Portier e creando un sandwich con Wehrlein, la sua Sauber e le morbide barriere del circuito. E finiamo con Ericsson, e il suo psicodramma di andare a muro alla Santa Devota in regime di Safety Car per sdoppiarsi: occorrerà accendere un cero, alla Santa Devota, caro Markus, per sperare nel sedile anche il prossimo anno.

Saluti da chi la gara l’ha vista in TV a 20 km dal Loews.

Brux